Macerata durante la Spagnola,
quante analogie col Coronavirus

LA RICOSTRUZIONE dello storico Romano Ruffini
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Un’immagine dell’epoca

 

di Romano Ruffini*

Mentre stiamo vivendo l’attuale pandemia di coronavirus, nell’immaginario collettivo rimane sempre presente, almeno nei ricordi delle persone più anziane, l’ombra della spagnola. Le due gravi malattie infettive sono molto diverse, sia per la tipologia dei virus sia per la fascia di età che colpisce e per la pericolosità, mentre sono simili le modalità di trasmissione attraverso le vie aeree, nonché le patologie polmonari, come pure alcune reazioni psicologiche che interessarono parte della popolazione.

In Europa la spagnola, la più devastante pandemia dopo quelle medievali, si sviluppò tragicamente verso la fine della sanguinosa Grande guerra, proprio quando si pregustava il ritorno alla pace. L’epidemia comparve a Madrid (per questo il nome di spagnola) nel febbraio 1918 e in breve tempo otto milioni di spagnoli furono costretti a mettersi a letto per la febbre dei tre giorni. In primavera si diffuse subito in tutta Europa similmente alle annuali influenze, ma in autunno fu più aggressiva e mortale. A livello mondiale ne furono colpite più di 500 milioni di persone e ne rimasero uccise oltre 50 milioni, mentre in Italia – secondo le stime del Mortara – si ebbero circa 600.000 morti, pari a tutti i caduti italiani sui campi di battaglia.

All’ospedale di Macerata

Il decorso di questa grave patologia influenzale fu molto rapido e virulento: due o tre giorni di incubazione e poi l’esplosione dei tipici sintomi influenzali: mal di gola, dolori articolari, mal di testa e febbre altissima a cui faceva spesso seguito la morte per gravi complicazioni bronco-polmonari, accompagnate da setticemia generale. In questi casi il paziente diventava cianotico, con respiro profondo e penoso di chi ha fame d’aria: i medici incontravano spesso un sintomo abnorme che chiamavano «silenzio polmonare», cioè una totale assenza di respiro all’auscultazione, nonché il riscontro che la vera causa dei decessi era l’asfissia, come in un attacco con i gas.

La spagnola si manifestò a Macerata nei primi giorni di settembre 1918, prima nel quartiere popolare di Ficana, nella zona di Santa Croce, poi dilagò a Villa Potenza dove le scuole furono immediatamente chiuse. Fu una vera mina vagante che piombò in una città superaffollata. Infatti, dal campo di prigionia austriaco di Katzenan arrivarono cinquecento ex internati, per lo più donne e bambini, che trovarono posto nell’ex Ricovero di mendicità. Appena dopo la disfatta di Caporetto, giunsero nella nostra città molti sfollati dalle zone di guerra; in vari locali dell’Ospedale Militare furono ricoverati oltre 1.600 militari, malati o feriti gravemente. Così l’epidemia si sviluppò con circa trenta nuovi casi al giorno, e già nello stesso mese di settembre si registrarono settantasei morti.

Operatori all’ospedale di Macerata

Il governo Orlando imponeva allora una rigida censura sulle notizie relative all’andamento dell’epidemia, per evitare il più possibile apprensioni e allarmismi da parte della popolazione. Così, mentre nelle comunicazioni ufficiali si informava che l’andamento epidemico era benigno, il Sindaco di Macerata nella corrispondenza riservata al Prefetto scriveva: «Causa impressionante aumento casi influenza infettiva seguiti spesso da morte, sanitari condotti dichiarano assolutamente insufficiente opera loro e chiedono scanso gravi responsabilità sia provveduto urgente collaborazione altri medici. Essendovi assoluta deficienza Sanitari civili pregasi Vossignoria disporre perché assistenza Sanitaria sia subito integrata dall’opera di medici militari».

L’ufficiale sanitario Ferruccio Nascimbeni

Non vi era, però, alcuna certezza sulla natura della malattia nemmeno a livello medico. Ad ogni modo, l’Ufficiale sanitario Ferruccio Nascimbeni dava i seguenti consigli: «Evitate l’occasione del contagio e le cause reumatizzanti che predispongono alla infezione: anche un semplice raffreddore sarà curato con cautela. Massima pulizia della persona e specialmente nelle mani; ricorrere spesso a colluttori con soluzione di disinfettanti (20 gocce di tintura di jodio in un litro d’acqua) e ad unzioni delle narici con vasellina borica o mentolata. Prendere una compressa di chinino al mattino. Il chinino non ha valore preventivo contro l’infezione, ma per la sua azione cardiotonica elevando la resistenza dell’organismo. Appena colpito dai primi sintomi della malattia (febbre, cefalea, dolori muscolari, tosse), l’ammalato si metterà a letto, userà applicazioni calde contro i dolori, prenderà un infuso caldo di tiglio o di camomilla e dosi non elevate di aspirina o salicilato di soda (da mezzo ad un grammo). Nelle forme complicate e localizzazioni bronco-polmonari, l’ammalato sarà oggetto di particolari cure da parte del medico, potendo esse facilmente e rapidamente aggravarsi. Oltre ai farmachi diretti a favorire l’espettorazione (decozione di poligola, benzoato di soda, terpina, tiocolo), si guarderà sempre la funzione cardiaca. Lo infermo non lascerà il letto se non quando, cessata la febbre, si sarà alimentato, per due o tre giorni, con cibi più sostanziosi: non uscirà di casa, se non dopo un numero di giorni eguale a quelli della malattia». Inoltre, lo stesso Ufficiale sanitario esprimeva un incoraggiante consiglio: «Manteniamoci lieti, non v’hanno più terribili alleati della Febbre spagnola che la tristezza, la malinconia, la paura del possibile sopraggiungente male. Alto lo spirito e, anche se colpiti dall’infezione, si trionferà di essa!».

Ma al di là delle indicazioni mediche e delle varie raccomandazioni, la popolazione anche allora praticava dei rimedi fai da te: in particolare faceva grande uso di aglio masticato e tenuto in bocca. Con tutto ciò, l’amministrazione comunale alla fine di settembre ordinò la disinfezione di strade, mezzi di trasporto, uffici, ritrovi pubblici e chiese, utilizzando l’uso di acido fenico spruzzato con pompe a mano, cosicché il suo sgradevole odore si spargeva continuamente dappertutto.

L’epidemia, però, seguitava ad imperversare, il numero dei contagiati era in continuo aumento e la gente, presa dalla paura, si lasciava andare ad interpretazioni del tutto insensate. Si affermava, addirittura, che l’epidemia era appositamente diffusa dal governo, il quale, facendo morire le donne e i bambini, si liberava «dall’obbligo dei sussidi alle famiglie dei richiamati e delle pensioni» di guerra. Oltre a ciò, l’epidemia era imputata ad una sorta di guerra batteriologica, prodotta dai tedeschi. A tal riguardo, infatti, «tutti dicono che è importata dai tedeschi». E in una corrispondenza si aggiungeva: «Qui il popolino crede che la malattia fosse gettata in forma [di] polvere rossa dal dirigibile per diminuire la popolazione».

La paura reciproca portava la gente alla diffidenza; si scrutava l’altro e i suoi gesti, nonché i percorsi per potersi evitare camminando separati gli uni dagli altri. Per scongiurare qualsiasi contagio, alcuni giungevano a barricarsi in casa, chiudendo ermeticamente porte e finestre con cotone idrofilo, rifiutando di avere visite, uscendo solamente quando era indispensabile.
Mentre in tutta Macerata dilagava l’epidemia, in particolare nei Borghi San Giuliano e Cairoli, la gente prese d’assalto le farmacie che dovettero prolungare la loro apertura. I prezzi dei medicinali subirono aumenti vertiginosi e l’uso abbondante di chinino portò ben presto all’esaurimento delle scorte. I pochi medici disponibili compivano enormi sforzi per prestare i soccorsi: ogni sanitario, infatti, aveva una media di oltre ottanta ammalati al giorno a cui offrire aiuto. L’organizzazione sanitaria comunale non era in grado di reggere all’urto delle tante richieste, da parte delle persone colpite dall’epidemia influenzale. Anche alcuni medici furono contagiati e non c’era chi potesse sostituirli. Soltanto dopo ripetute insistenze, fu concesso un medico della Croce Rossa e saltuariamente un altro medico militare.

L’ospedale di Macerata oggi, con i container pre-triage

Inevitabilmente l’Ospedale civile, l’unica struttura di ricovero in cui si potevano accogliere i malati in gravi condizioni, divenne pericolosamente stracolmo. Il direttore, dottor Fulvio Casucci, denunciò che nell’ospedale erano saltate tutte le misure profilattiche e i malati di spagnola si tenevano insieme con quelli colpiti da malattie comuni, «con estremo pericolo di diffusione della infezione».

Vi era pure tanta difficoltà nel trasporto e nella sepoltura al cimitero del gran numero di salme, tanto che il Comune fu costretto ad assumere per tale compito, «in servizio straordinario», cinque uomini ex internati in Austria. Il 1° novembre 1918 il Sindaco di Macerata vietò l’accesso al cimitero; ed inoltre emise un’ordinanza con la quale si vietava a chiunque, salvo al personale di assistenza, di entrare in contatto, sia in privato che in ospedale, con persone affette da influenza. Era pure vietato di visitare le salme di deceduti per tale malattia che non potevano rimanere esposte al pubblico.

L’Ufficio comunale d’Igiene per la prima volta raccomandò, a coloro che assistevano i malati, l’uso del camice e di «una piccola maschera… di garza e di un filtro di ovatta da applicare al viso». Il 2 novembre il Sindaco fece affiggere per tutta la città un manifesto con specificate «norme per la profilassi della influenza», così da «evitare la ulteriore diffusione della influenza infettiva», nel quale veniva consigliato di «evitare eccessi nel mangiare e nel bere». Tale consiglio sembrava senza dubbio piuttosto ironico ed incomprensibile, visto che la popolazione era ridotta allo stremo per la mancanza di generi alimentari e soprattutto della carne, nonché per l’aumento dei prezzi.

Un episodio colpì molto l’opinione pubblica: la morte per spagnola del principe Sigismondo Bandini, «schiantato dall’uragano, che da cinque giorni, si era abbattuto sul gagliardissimo corpo». Alla fine di novembre iniziò una certa declinazione della mortalità e in dicembre si pensò che ormai fosse passata l’ondata epidemica. Invece, nel gennaio 1919, si ripresentarono alcuni nuovi casi di spagnola, che si protrassero per tutta la primavera dello stesso anno. Il bilancio fu molto tragico. Nel Comune di Macerata, a causa della spagnola, morirono quasi 400 persone, molte di più dei circa 300 soldati morti in quattro anni di guerra. Mentre nella provincia maceratese morirono più di 3.200 persone. È da rilevare che il virus della spagnola colpiva prevalentemente i giovani, mentre i bambini e gli anziani erano molto più resistenti al contagio. Fin da quell’epoca gli scienziati avvertirono che potevano insorgere altre pandemie. E questo monito forse servirà oggi anche a noi?

*Storico

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