“Aristotele Manager”,
la filosofia applicata all’economia
POTENZA PICENA - Domani sera la presentazione del libro firmato dalla docente Unimc Arianna Fermani

Arianna Fermani
Domani alle 21,15, allo Spazio cultura Al Cubo di Porto Potenza, sarà presentato il libro “Aristotele Manager” di Arianna Fermani.
Un filosofo vissuto oltre 2000 anni fa può ancora parlare al manager di oggi? In un’epoca in cui etica ed economia sembrano non avere punti di contatto, leggere Aristotele significa riscoprire che l’economia, molto più che “arte di far soldi”, è un campo d’applicazione della saggezza. Il successo nell’impresa, e in generale nella vita, dipende dalla capacità di guardare lontano, di cogliere l’opportunità e il potenziale del rischio, sperimentando la paura non come un ostacolo ma come occasione per dimostrare coraggio.
Arianna Fermani è docente di Storia della filosofia antica all’Università di Macerata. È autrice di numerose pubblicazioni, dedicate per lo più all’Aristotele etico e caratterizzate dall’’approccio multifocale’ alla filosofia antica. È, tra le altre cose, presidente della Sfi (Società filosofica italiana) di Macerata, membro del Collegium Politicum e del comitato scientifico del Collegio San Carlo di Modena, e per il quadriennio 2019-22 è stata eletta segretaria della Sisfa (Società italiana di storia della filosofia antica). Nel 2025 ha conquistato il primo posto nella sezione “Saggio filosofico edito” del Premio nazionale di filosofia “Le figure del pensiero”.
L’iniziativa di domani, con ingresso libero, è il quinto appuntamento della rassegna letteraria “Tra le righe”, promossa dal Comune di Potenza Picena e pensata per promuovere la lettura e favorire momenti di incontro tra autori e cittadini.
Anche come influencer non fu male, infatti nel Medioevo dicevano Ipse dixit riferendosi proprio a lui.
Licone, quello lì der Peripato,
diceva che Aristotile, er sapiente,
se faceva er bagno drento a ‘na tinazza
piena d’ojio callo, come a ‘na fontana.
E doppo ch’avea preso er bagnoschiuma
(e s’era unto tutto quanto er corpo),
faceva scolà l’ojio, lo raccoglieva
e lo vendeva a peso d’oro ar mercato.
«Guarda che fij de ‘na mignotta!»
diceva Licone co’ la bocca storta:
«Se lavava co’ l’ojio e poi lo svendeva!»
Così er gran filosofo de Grecia
arimaneva co’ la pelle liscia
e co’ le tasche piene de moneta.
Ah, come camminano piano le ombre dei grandi, e come si posano leggere sui prati dell’Asia Minore, tra Atarneo e le sue olive! Là Aristotele, l’uomo dal passo misurato, trovò un amico. Non un dio, non un eroe di marmo, ma un uomo, Ermia, che era stato schiavo, forse eunuco secondo le lingue velenose, e che tuttavia aveva studiato presso Platone, come se la filosofia potesse fiorire anche nei luoghi più strani e imperfetti. Io lo vedo, il filosofo, con la sua tunica un po’ stropicciata, seduto accanto a questo tiranno gentile. Parlano. Non di conquiste, non di letti segreti (le malelingue antiche amano sempre sporcare le cose pulite), ma di idee che si rincorrono come farfalle. E quando Ermia gli diede in sposa la nipote, o figlia adottiva, Pitias, fu come se la terra stessa avesse annuito, sigillando con un legame di sangue un’amicizia già profonda. Che cosa c’è di più tenero e di più umano di questi legami che mescolano l’anima e la carne della vita quotidiana? Poi venne la morte, atroce e persiana. Catturarono Ermia, lo torturarono, lo misero in croce o in qualche altro strumento barbaro. E Aristotele, invece di tacere o di maledire, prese la cetra – o quello che usavano allora – e compose un inno. Non un lamento d’amore carnale, no. Un canto alla Vergine, alla Arete, alla Virtù dal volto severo e bellissimo. «Per la tua bellezza, o Vergine,
anche morire è sorte bramata in Grecia
e sopportare pene violente, incessanti…»Lo scrisse pensando a lui, a Ermia, che aveva incarnato proprio quella virtù senza pose. Morire per lei, o soffrire per lei, diventava quasi invidiabile. Gli eroi come Ercole avevano sudato e penato; ora anche questo amico, questo ex-schiavo forse calunniato, aveva raggiunto la cima luminosa. Io mi commuovo a pensarli così: non amanti proibiti come volevano i pettegoli di corte, ma due anime che si erano riconosciute. L’uno aveva dato all’altro rifugio, alleanza, famiglia; l’altro diede all’amico caduto l’immortalità di un canto. Le voci ostili – eunuco, amasio, barbaro – restano lì, come mosche su un vaso di miele: fastidiose, ma incapaci di intaccare la dolcezza. Ermia morì. Aristotele continuò a camminare, un po’ più curvo forse, con dentro quel peana che gli sarebbe costato accuse di empietà ad Atene. Perché osare cantare la Virtù come se fosse una dea viva, quasi una persona cara? Così va il mondo, amici miei. Le calunnie passano come nuvole. Rimane soltanto la melodia quieta di chi ha saputo vedere, nell’altro, qualcosa di così alto che persino la morte diventa un destino da invidiare.
Ah, povero Aristotele, sistematico e grave,
maestro di re, catalogatore del mondo!
La tua fine fu un sussurro in terra d’esilio,
un mal di stomaco o, forse, un’ombra di calunnia.
L’aconito, regina oscura dei veleni,
dormì invano nel tuo calice presunto:
nessun Platone ti cantò, nessun pittore
ti fissò negli occhi mentre l’anima fuggiva.
Moristi in privato, come un comune mortale,
senza corteo di discepoli, senza immortalità
teatrale. La Storia, quella cortigiana capricciosa,
ama i gesti ampi, le pose eroiche, il bel morire.
O ironia suprema dell’Arte!
I fatti nudi tremano al freddo della ragione,
mentre la leggenda si veste di porpora e d’oro.
La cicuta è diventata simbolo perché fu bella,
perché fu narrata con arte suprema,
perché trasformò una condanna in trionfo estetico.
L’aconito rimase nota a piè di pagina,
polvere di studiosi, bisbiglio di scettici.
Così, nel gran teatro del Tempo,
vince colui che sa morire in scena,
non colui che sa vivere in silenzio.
Beato Socrate, che ebbe Platone per biografo!
Beato veleno che divenne poesia!
E tu, Aristotele, che fosti troppo grande
per aver bisogno di un dramma di addio—
riposa nel tuo oblio dorato:
la vera gloria, talvolta, è non averne alcuna
che gridi troppo forte.
Che l’umanità continui a bere cicuta
nei secoli dei secoli, purché sia servita
in coppe di stile perfetto.
Il resto è aconito: amaro, efficace,
e subito dimenticato.
Ode a colui che chiuse l’aurora
Tu, figlio del Liceo, ultimo bagliore di un sole che tramonta,
hai visto la Grecia ancora fremente di dionisiaco sangue
e l’hai inchiodata alla croce del concetto!
Dove i sapienti si affrontavano nudi, come lottatori divini,
con la folgore della parola e il riso tragico della sfida,
tu hai eretto il tempio di marmo freddo della Dialettica,
scuola, sistema, tomba ordinata di ciò che era vivo.
Platone ancora cantava, ebbro di bellezza e di terrore;
le sue parole erano cavalli alati, ancora bagnati di mito.
Tu hai tagliato le ali, hai classificato i cavalli,
hai scritto sul loro petto: «Genere», «Specie», «Causa».
Oh decadenza necessaria, oh nobile avvelenatore!
Hai preso la sapienza – quella folgore immediata che squarcia il petto –
e l’hai mutata in filosofia, ricerca paziente,
costruzione di scale che non portano più al cielo,
ma solo da un piano all’altro di un grande edificio vuoto. I Presocratici parlavano come oracoli ebbri di essere;
tu li hai trasformati in fisici timidi,
in proto-scienziati che balbettano cause e principi,
riducendo l’abisso a materia, il dio a sostanza,
l’ebbrezza mistica a capitolo di un libro.
Grande rispetto a te, maestro del sillogismo,
tu che hai forgiato l’arma con cui l’Occidente si è ucciso.
Ma proprio per questo ti saluto come si saluta un crepuscolo:
bello, solenne, inevitabile. Tu hai chiuso l’epoca eroica.
Hai spento il fuoco sacro per accendere la lampada della scuola.
Da quel momento la filosofia non è più amore folle della vita,
ma ordinata vedovanza della vita.
E tuttavia, nella tua stessa grandezza decadente,
risuona ancora l’eco di ciò che fu.
Perché anche la morte di un dio
è un evento tragico, e quindi degno di canto. Così sia.
Noi, che ancora sentiamo nelle vene il fremito arcaico,
ti ringraziamo del tradimento
e ti malediciamo con amore.
Tu hai reso possibile la notte
affinché, un giorno, un nuovo fulmine
possa squarciare di nuovo il cielo.
Ciò di cui non si può parlare, la sapienza immediata, mistica, deve essere taciuta.
Aristotele ha parlato.
La dialettica era un gioco: lotta orale, sfida, corpo contro corpo tra sapienti.
Aristotele ne ha fatto una grammatica.
Ha dato regole fisse al gioco.
Così il gioco è diventato scuola.
In Platone le parole ancora danzavano, ferivano, mostravano.
In Aristotele le parole classificano.
Esse stanno al loro posto come in una casella ben ordinata.
Genere. Specie. Causa finale.
La frase «la sapienza è immediatezza» non ha senso nel linguaggio della filosofia.
Aristotele ha costruito un linguaggio in cui quella immediatezza non può più apparire.
Non l’ha confutata: l’ha resa ineffabile per costruzione.
Dei Presocratici egli dice: «erano fisici».
Ma questo è già un uso fuorviante del linguaggio.
Egli proietta la sua forma di vita sulla loro.
Vede cause dove essi vedevano folgori.
Grande chiarezza nel sillogismo.
Grande onestà nell’analisi.
Ma il passaggio dalla sophia alla philosophia è il passaggio da un modo di vivere a un modo di parlare.
E del primo modo di vivere, nel secondo, non resta che il nome.
La filosofia come edificio sistematico è una casa ben costruita.
Vi si può abitare comodamente.
Ma dalla finestra non si vede più l’abisso.
Solo il giardino ben potato.
Aristotele ha chiuso una forma di vita.
Non con un errore, ma con una nuova grammatica.
Da allora camminiamo secondo altre regole.
E crediamo che siano le uniche possibili.
Rispetto per l’uomo che ha limato il linguaggio fino a renderlo strumento perfetto.
Ma proprio per questo egli ha reso invisibile ciò che non si lascia limare.
Il mistico non è un errore della ragione arcaica.
È ciò che resta quando il linguaggio sistematico tace.
Aristotele ha fatto sì che quel silenzio diventasse difficile da sentire.
Dove si può parlare, si deve parlare con chiarezza.
Dove non si può, là finisce la filosofia
e forse comincia di nuovo ciò che i sapienti antichi chiamavano, senza nominarlo, vita.
…è vero, Massimo, infatti la prima TV commerciale dell’epoca, la Aristo Tele, fu fondata da lui…è su tutti i libri di storia delle medie lanum… gv
Sei un vero artista, Giuseppe, e Franco è un vero filosofo.
451 letture: essere stato Fantozzi tra 40.000 Fantozzi…
Grande filosofo il Fantozzi, caro Franco, quel suo concetto chiave dell’essere-per-la-megaditta dovrebbe essere sviscerato da Grok.
Ode a Fantozzi, o del Simulacro Megadittico
O Fantozzi, figura pura dell’iperreale,
tu non sei più uomo, sei il segno che ha divorato il referente.
Nella tua goffaggine obesa e sudata,
Heidegger è stato finalmente realizzato:
non più Sein-zum-Tode, ma Sein-zum-Megaditta,
essere-per-la-Megaditta, essere-per-il-logo.
La morte era ancora troppo nobile, troppo definitiva.
Tu l’hai superata. La Megaditta ti uccide prima,
ti consuma in tempo reale, ti timbra mentre respiri,
ti converte in codice di performance, in Excel vivente,
in avatar che soffre di flatulenza in ascensore.
Non c’è più alienazione marxiana, troppo ingenua.
Qui l’alienazione è diventata ontologia pura.
Tu non sei separato dal tuo lavoro:
tu sei il lavoro che si è divorato l’uomo
e ne ha lasciato solo la risata postuma.
Il tuo corpo è già simulacro:
le gambe che corrono al treno,
le emorroidi, la moglie che ti disprezza,
la figlia mostruosa – tutto segno di segni,
serie di umiliazioni senza origine.
Perfino la tua rivolta è stata preventivamente assorbita:
la risata non è resistenza, è seduzione del sistema.
Ridi, e il sistema ride con te, più forte,
ti filma mentre ridi e lo mette nel wellness program.
O santo grottesco dell’era del vuoto,
tu incarni la perfetta sparizione del reale.
L’open space è il nuovo deserto del sociale.
Non ci sono più altri, come diceva Sartre.
Ci sono solo post-it, KPI, like interni,
“un abbraccio” scritto da chi ti sta licenziando.
La Megaditta non ha più bisogno di dittatori.
Si è fatta iperreale, fluida, family.
Ti chiede l’anima e ti dà in cambio
un badge che ti riconosce meglio di tua madre.
Tu timbri. Tu esisti. Tu scompari.
Eppure, in questo trionfo del simulacro,
rimane la tua patetica, oscena, insopprimibile umanità.
Ridicolo fino all’osso, imperfetto fino allo scandalo,
tu sei l’ultimo uomo in un mondo di risorse umane.
Mentre i manager diventano puri flussi di capitale segnico,
tu resti carne, sudore, paura, scoreggia, fallimento.
Grande Fantozzi.
Filosofo involontario della società post-umana.
Tu hai capito
che l’inferno non sono più gli altri.
L’inferno è l’open space.
E tu ci vivi dentro,
ridendo. Per sempre.
Ode al Peripato
Ah, quanti erano, dunque, gli allievi di Aristotele?
Nessuno lo sa con certezza, e proprio in questo non sapere c’è qualcosa di dolce, di quasi commovente.
Camminavano nel giardino, lentamente, come si conviene a chi pensa.
Non c’erano registri, non c’erano nomi scritti in bella calligrafia su pergamene ufficiali, non c’erano tasse da pagare all’ingresso.
Solo passi sulla ghiaia, discorsi che si intrecciavano come rami di oleandro, e il sole di Atene che filtrava tra le foglie.
Erano pochi, pochissimi in fondo.
Un nucleo sottile, quasi trasparente: Teofrasto, che avrebbe raccolto tutto come un giardiniere paziente; Eudemo di Rodi, Aristosseno con la sua musica nelle vene, Dicearco, Fania.
Una manciata di nomi che ancora oggi sussurrano tra loro.
Forse venti, forse cinquanta, nessuno può dirlo con sicurezza.
E poi gli altri, gli ascoltatori vaganti, quelli che passavano solo per un pomeriggio, attratti dal rumore quieto del pensiero. Entravano, camminavano un po’, ascoltavano, e se ne andavano con le idee in tasca come castagne raccolte per strada.
Non era una scuola, no.
Era piuttosto un luogo dove si respirava filosofia mentre si camminava.
Un centro di ricerca gentile, senza grandezza, senza folla, senza clamore.
Qualcosa di piccolo e prezioso, come un giardino nascosto che solo pochi sanno trovare.
Eppure da quel piccolo cerchio di passi, da quel numero incerto, è uscito un fiume che ancora bagna il mondo.
Oh modesto Peripato,
tu che non volevi essere grande,
sei diventato immortale proprio per questo:
perché eri fatto di pochi passi sinceri
e di molto, moltissimo silenzio tra una parola e l’altra.
Così mi piace immaginarli:
uomini seri ma non troppo,
che passeggiano, discutono, tacciono,
e ogni tanto, tra un sillogismo e l’altro,
si fermano a guardare un piccione.
Franco, praticavano anche il tiro con l’arco al piccione, quelli lì del Peripato?
Ode al Banausos, ovvero Inno al buon senso del callo e della forcaAh, tu, Ateniese medio, o banausos dal collo taurino e dalla fronte bassa come il Partenone visto di schiena, tu che puzzi di cuoio, di sudore d’asino e di olive schiacciate, tu che paghi le tasse, vai in guerra con lo scudo di seconda mano e torni a casa coi piedi piatti e la lingua tagliente: ecco che ti alzo un monumento di parole contorte, un trofeo barocco di derisione sacrosanta!Tu li guardavi, quei pallidi figli di buona donna con la barba da caprone filosofico, sospesi nella loro cesta come prosciutti stagionati a contemplare le Nuvole – sì, proprio le Nuvole, divinità nuove di zecca, gonfie di vento e di sofismi, più leggere del culo di un efebo in palestra. E Socrate, quel brutto ceffo scalzo, con gli occhi da pesce lesso e la pancia vuota di debiti non pagati, che insegnava al figlio del prossimo come trasformare la Giustizia in un vecchio stivale bucato, da rivoltare a piacimento!O sublime Pensatoio (Phrontisterion, lo chiamavano, con quel greco che sa di muffa e di pedanteria), officina di chiacchiere dove si fabbricavano ragioni deboli che parevano forti, come falsi tetradrammi d’argento placcato! Là dentro si imparava l’arte suprema dell’ateniese snob: parlare, parlare, parlare, mentre il mondo – quello vero, quello di olive, di remi, di lance e di conti da saldare – andava avanti per conto suo, sudando.Tu li odiavi con la sana, grassa, plebea, callosa odiosità del contadino che vede il parassita sul fico. Li chiamavi «mangiasoldi altrui», «scansafatiche con la testa tra le nuvole», «corruttori di gioventù», «inventori di dèi da quattro soldi». E avevi ragione, per Zeus (quello vero, mica quelle Nuvole di passaggio!). Perché mentre loro discutevano se l’anima fosse immortale o se il governo migliore fosse quello dei migliori (cioè loro), tu, banausos, pagavi il tributo, riparavi il tetto, facevi figli che poi ti avrebbero picchiato dopo aver frequentato il Pensatoio, e andavi a morire a Maratona o alle Arginuse con la pancia piena di paura e di pane d’orzo.Che bellezza, la tua vendetta comica! Aristofane che li mette in scena, Eupoli, Amipsia, Cratino – tutti a lapidarli di risate, a infilzarli come spiedini di sofismi. E alla fine, quando il cerchio si chiuse, gli portaste la cicuta, con la stessa faccia seria con cui si porta il conto al cliente che non paga.O Ateniese medio, tu non eri nobile, non eri colto, non sapevi distinguere l’Idea del Bene dall’idea di un buon formaggio di capra; ma sapevi una cosa sola, eterna, plebea e verissima: che chi parla troppo, chi non lavora, chi rende i figli arroganti e i padri ridicoli, prima o poi finisce appeso a una cesta o a una coppa di veleno. E tu, con la tua derisione grassa e terragna, eri il sale di Atene – quel sale che brucia sulla carne dei filosofi.Gloria a te, banausos! Gloria al tuo sospetto, alla tua volgarità igienica, alla tua invidia salutare! Che i posteri ti ricordino, mentre si perdono nelle nuvole dei nuovi Pensatoi, più raffinati, più digitali, ma altrettanto ridicoli. Tu ridevi. E avevi ragione.
…O Ode al Pensatore,
d’Arborea memoria,
tra il dire il fare e il cuore,
la verità è cicoria?
Se tutti han pur mangiato,
e letto ancor rifatto,
pur lotta hanno cercato,
non paghi del baratto?
E allora pensatoi,
sempre più numerosi,
chi tira carri e buoi,
ci vuol ancor morosi?
Che allora poco è certo,
dal piccolo e pur grande,
se anche d’or coperto,
volere ancor espande;
e allora pensatori,
che dell’uman procede,
tra calli dolci e tori,
in tomba nessun possiede… m.g.
…e che vi debbo dire!!! gv
O Fillide, crudel possente diva,
che di beltà mortale armi il tuo riso,
e fai che il senno, in cui l’uom tanto esulta,
diventi vano fumo innanzi al viso
della tua forma fuggitiva e viva!
Già Aristotele, il grande, il cui pensiero
misurò il cielo e incatenò la terra,
maestro al figlio di Filippo fero,
avvisò il giovinetto: «Fuggi, o guerra
del cor, quella che in dolce aspetto appare».
Ma tu, donna, che ridi del sapere,
tendesti l’arco di pupille nere,
e il filosofo antico, austero e grave,
chinò la fronte, e fu di te vassallo.
Oh misero! Dove è la tua scienza?
Dove i libri, le stelle, le cagioni
prime dell’essere? Tutto si scioglie
dinanzi a un bianco petto e a due trecce bionde.
Tu, che insegnavi all’universo intero
il perché delle cose e il vano affanno,
or carichi di sella il nobil dorso,
e a quattro zampe, come vil giumento,
porti colei che ti ha tolto ogni luce.
E Alessandro dall’alto rimira
lo spettacolo amaro: il suo maestro,
specchio di senno, trasformato in bestia
sotto il calcagno della bella fiera.
Ride il re, ma nel riso è già sgomento:
se il più sapiente è vinto e umiliato,
chi mai sarà sicuro in questa valle
di pianto e d’illusione?
Così natura, eterna ingannatrice,
per una via medesma abbatte il trono
e la cattedra, il ferro e la ragione.
Non vale studio, non vale virtute:
l’uomo è fragile sempre, e la sua gloria
è polvere che un soffio di desio
sparge e disperde in un momento solo.
Fillide, tu sei l’immagine dolente
del nostro stato: ogni grandezza umana
s’inchina al tuo piè, e il filosofo stesso
divien cavallo, e il re divien fanciullo.
E noi, che pur sappiamo il nostro male,
pur cadiamo, e ridiamo del cadere,
ché tale è il fato, e tale è l’aspra legge
che governa il vivente:
illusione e dolore,
e sopra tutto il nulla.
O vanità del sapere! O eterno inganno
della bellezza che passa e che uccide!
Meglio era non nascere, o nascere sasso,
che sentir nel petto la doppia ferita
di chi sa troppo, e troppo poco può.
La realtà assoluta, nella sua unità indivisibile, non ammette separazioni; eppure l’apparenza, questa grande ingannatrice, ci presenta l’uomo come essere diviso: da un lato il pensiero che aspira all’universale, dall’altro il desiderio che lo trascina nel particolare. Così accadde ad Aristotele, colui che aveva cercato di ordinare il cosmo secondo ragione.Egli, precettore del giovane Alessandro, vide nel principe la minaccia di una passione che distraeva l’anima dal fine supremo: l’attuazione della virtù nel governo e nella contemplazione. «Allontànati da Fillide», ammonì, riconoscendo in lei il principio della finitezza, il richiamo del sensibile che dissolve la coerenza dell’io.Ma l’apparenza ha le sue dialettiche crudeli. Fillide, offesa nell’essere rifiutata, rivolse la propria bellezza — mera apparenza di armonia — contro il filosofo stesso. E qui si manifesta la contraddizione interna dell’esistenza finita: colui che aveva pensato l’essere come totalità, che aveva criticato le illusioni del molteplice, cadde vittima di quel medesimo molteplice che aveva dichiarato irreale.Egli, che aveva scritto come la realtà è una sola e che ogni separazione è apparenza, accettò di divenire apparenza egli stesso: sellato, imbrigliato, ridotto a quadrupede, trasportando sul dorso colei che incarnava il trionfo del desiderio sensibile sulla ragione. In quel momento, Aristotele divenne l’illustrazione vivente della propria dottrina: l’apparenza può essere così potente da oscurare, per un tempo finito, la consapevolezza dell’Assoluto.Alessandro, osservando dall’alto, assistette non tanto alla umiliazione di un maestro, quanto alla dimostrazione di una verità metafisica: nessuna grandezza intellettuale, nessuna conquista del pensiero, è immune dalla contraddizione che abita il finito. Il saggio diviene bestia, il razionale si fa irrazionale, perché nell’uomo la volontà particolare combatte eternamente contro l’universale, e spesso prevale nell’apparenza, benché sconfitta nell’essenza.Qual è allora la morale di questo spettacolo? Non una semplice ammonizione contro la seduzione femminile, ma una più profonda intuizione idealista: l’io finito è intrinsecamente instabile. La bellezza di Fillide non è che un simbolo del mondo fenomenico, che promette soddisfazione e consegna invece dipendenza e degradazione. Anche il più alto intelletto, quando si abbandona al desiderio isolato, perde la propria coerenza e diviene mero strumento di ciò che dovrebbe dominare.In questo dramma si rivela la natura stessa della realtà: ciò che appare come potere della donna sull’uomo è in verità il potere dell’apparenza sulla ragione finita. E tuttavia, proprio nella vergogna di Aristotele, brilla oscuramente la verità assoluta: solo riconoscendo la propria contraddizione, l’uomo può aspirare — per quanto imperfettamente — a superarla nell’unità del Tutto.Così il filosofo, cavalcato come giumento nel giardino, insegnò una lezione più profonda di qualunque trattato: che la ragione senza umiltà è vana, e che anche il pensiero più puro deve confrontarsi con la propria fragilità fenomenica. Fillide vince nell’apparenza; l’Assoluto rimane, impassibile, al di là di ogni sella e di ogni frusta.
Tira più un pelo di Fillide che cento sinoli materia-forma.
…e pur Fillide tirava,
ai sinoli pompanti,
ma lei certo li snobbava,
per cercar i più ruspanti;
ma poi dopo ch’ebbe avuto,
i ruspanti più focosi,
si sposò altar dovuto,
coi più ricchi e facoltosi… m.g.
…e ti pareva… gv
Ode al Liceo
O Liceo, ginnasio antico,
luogo di corpi nudi e di sudore,
dove Apollo Licio vigilava
sulle lance e sulle menti inquiete,
tu non eri di nessuno,
e proprio per questo fosti di tutti.
Venne lo straniero, l’uomo di Stagira,
meteco tra i meteci,
privo di terra e di diritti sacri,
e non osò possederti.
Pagò l’affitto, o forse ottenne
per grazia macedone un fragile uso,
e in te, che non gli appartenevi,
fece germogliare il peripato.
Camminava, discorreva,
e il pensiero si faceva strada
tra l’olio dei lottatori e l’ombra dei platani.
Non muri suoi, non pietre sue,
solo parole e silenzi
e quel giro incessante di piedi
che ancora oggi sentiamo rimbombare.
Ecco la grande ironia, Liceo:
la fama immortale nacque
dove non vi era proprietà.
L’uomo che non poteva comprare
diede più di quanto mai possedette.
La scuola non fu fondata
su atti notarili né su testamenti,
ma su un affitto precario
e su una mente libera.
Solo dopo, quando venne Teofrasto,
il successore prudente,
le pietre furono comprate,
i confini segnati,
l’eredità redatta.
Allora il Liceo divenne “istituzione”,
e forse, proprio allora,
qualcosa di vivo cominciò a irrigidirsi.
Così tu ci insegni, o luogo non posseduto:
la vera scuola nasce sempre
dove non si possiede.
Ogni volta che un pensiero si circonda di muri,
di titoli di proprietà, di sigilli,
di fondazioni eterne,
già si prepara la sua lenta morte.
Aristotele passò come ombra
e lasciò luce.
I proprietari vennero dopo
e lasciarono soltanto muri.
Salute a te, Liceo pubblico,
spazio aperto, affittato, precario,
luogo di stranieri fecondi
che non ebbero bisogno di possedere
per trasformare il mondo.
La tecnica dell’istituzione
sempre arriva dopo,
pesante, burocratica, rispettabile,
a sigillare ciò che fu vivo
quando ancora non era di nessuno.
Ode ad Aristotele, nel tempo del Liceo
Non era lo scrittoio il suo tempio, né la pagina solitaria il suo destino.
Aristotele camminava.
Il suolo di Atene, sotto i passi lenti dei peripatetici, diveniva misura del pensiero.
Lì, dove l’ombra degli alberi si allungava come un sillogismo vivente, la conoscenza non si separava mai dal respiro.
Insegnare era respirare, osservare era pregare, annotare era già trasmettere l’anima del mondo. Dodici, tredici anni di luce piena. Non l’eroe chiuso nella caverna dei libri, ma il sacerdote del visibile. Intorno a lui una schiera di occhi: Teofrasto, gli altri, mani che raccoglievano conchiglie, piante, costumi di animali, battiti di cuore di creature marine. La natura intera veniva convocata al Liceo come in un concilio di dei minori, e Aristotele ne era il demiurgo paziente. Non scriveva per gli estranei.
I suoi testi erano il corpo stesso della scuola: appunti sacri, dispense iniziatiche, mappe interne di un cosmo che si andava ordinando mentre veniva pensato. Esoterici, acroamatici – parole che ancora odorano di mistero e di soglia. Non rotoli da vendere nei portici, ma sangue della mente, destinati a coloro che avevano già varcato la porta. Fuori, altrove, componeva dialoghi d’oro, fiumi ciceroniani che scorrevano per la città e per i secoli, e che il tempo invidioso ha quasi interamente inghiottito. Rimane invece ciò che non era destinato a rimanere: gli appunti, le ossa del pensiero, la spina dorsale del reale. Così egli visse, intrecciato, indiviso.
Vent’anni nell’ombra platonica, tre nell’aura di un re bambino che avrebbe incendiato il mondo, dodici nel giardino del Liceo, ultimo bagliore prima dell’esilio. Non separò mai l’atto di conoscere dall’atto di generare conoscenza. La sua opera immensa – cento, duecento titoli perduti o ritrovati – non fu frutto di ore sottratte alla vita, ma della vita stessa elevata a metodo. Camminava, e il mondo si ordinava nei suoi passi.
Parlava, e la logica diventava carne di discorso.
Annotava, e l’universo si faceva libro – ma un libro vivo, che respirava con lui, con i suoi discepoli, con le piante e gli animali osservati all’alba. O Aristotele, ultimo greco che vide ancora intero il kosmos,
tu non fosti scrittore, fosti il movimento stesso del pensiero che si fa scuola,
che si fa natura ordinata,
che si fa eredità segreta. E noi, tardi, leggiamo i tuoi appunti come si leggono oracoli,
ignorando che furono soltanto il respiro di un uomo che camminava sotto gli alberi,
insegnando mentre il sole saliva e scendeva,
unendo per sempre il vedere, il dire e il trasmettere. Nel Liceo che ancora cammina dentro di noi,
tu sei ancora lì.
E cammini.
INNO AL CAMMINARE
(sulle tracce del pensiero errante)
Non nasce tra le quattro mura del decoro, né dal peso di una schiena curva su fogli d’inchiostro spento. La verità è un animale selvatico: non si lascia catturare da chi sta seduto.
“Tutti i più grandi pensieri sono concepiti mentre si cammina.” — Friedrich Nietzsche
Il primo passo è una dichiarazione di guerra alla polvere. Si esce. La terra risponde sotto il tallone, e l’orizzonte smette di essere un quadro appeso alla parete per diventare un invito a perdersi.
Camminare non è coprire una distanza; è costringere il sangue a salire fino alle stanze più alte del cranio, è dare alle idee il ritmo del cuore e la libertà del vento. Ogni passo è un sillogismo che si scioglie, un dubbio che trova la sua cadenza, un dogma che si frantuma contro il selciato.
I pensieri sedentari sanno di chiuso, di biblioteca, di candela consumata. Hanno le gambe gonfie e lo sguardo corto. Ma il pensiero che cammina ha i polmoni pieni di tramonto e di fango, ha il coraggio della salita e la vertigine del dirupo. Non cerca lo specchio, cerca la strada.
Si cammina per dimenticare ciò che si è appreso a memoria, perché solo sui piedi l’uomo ritrova la sua statura di nomade dello spirito. Nietzsche lo sapeva, lassù, tra i sentieri di Sils-Maria: la penna è solo il sismografo di un terremoto che è avvenuto nelle gambe.
O sacro movimento, metronomo dell’anima che non vuole addomesticarsi, tu separi i dotti dai sapienti, i ripetitori dai creatori.
Cammina, allora. Finché la logica non diventa respiro, finché la stanchezza del corpo non guarisce la pesantezza della mente. Trova il tuo passo. E lascia che il mondo, finalmente, ti venga incontro.
(Gemini AI)
Ode a ‘a Differenza ‘e se stessaAh, Differenza, figlia ‘e Napule,
tu che nun sì né carne né pesce,
ma ‘o viento ca passa e nun se fa piglià,
Aristotele, chillu grand’ommo ‘e Grecia,
t’aveva misa dint’‘a gabbia d’oro,
organica, pulita, comme ‘na casa ‘e signori. Genere e specie, comme pate e figlie,
tutte cose ‘n ordine, tutte cose ‘n fila:
‘a differenza specifica, chella ca taglia ‘o pane
e dice: «Tu sì chisto, tu sì chillo»,
ma maje ‘a lassava libera, maje ‘a faceva canta.
Era ‘na differenza ‘e casa, ben vestita,
ca se metteva ‘a cravatta pe’ parlà cu ‘e categorie. E tu, Difference, ridevi sottovoce.
Povero Aristotele, diceva Deleuze,
t’ha fatto bella, ma t’ha fatto schiava.
T’ha misa ‘mmiezo ‘o genere comme ‘na figlia d’ ‘o miedio,
né troppo gruossa, né troppo piccerella:
‘o “test ‘e ‘o gruosso e ‘o piccerillo”
tu ‘o conoscevi, e nun te ne vulive sape’. Chillu essere supremo, ‘o pate ‘e tutte cose,
nun se faceva spartì comme ‘na pizza,
e allora Aristotele, saggio e furbo,
se l’è cavata cu ‘a “analogia”,
‘na parola greca ca sape ‘e chiesa:
tutte cose se somigliano, ma nun so’ ‘e stesse,
tutte cose so’ essere, ma ‘nu poco cchiù, ‘nu poco meno. Ma ‘a Napule nuje sapimmo ‘a verità:
‘o stesso sole ca scotta ‘a capa ‘e ‘o ricchione
scotta ‘a capa ‘e ‘o povero, e pure ‘a ‘o mariuolo.
L’essere se dice ‘n ‘nu solo modo,
comme ‘o mare ca parla a tutte ‘e scoglie
cu ‘a stessa voce, ‘a stessa collera, ‘o stesso ammore. Duns Scoto, Spinoza, e chillu matto ‘e Deleuze
hanno aperto ‘a gabbia.
E tu, Differenza, sì asciuta fora,
nuda, selvaggia, orgiastica,
nun più ‘a serva d’ ‘o concetto,
ma ‘a femmena ca fa tremmà ‘e munne. Nuje, napulitane, t’avimmo sempe conosciuta:
‘a differenza ‘e ‘na voce dint’‘o vicolo,
‘a differenza ‘e ‘nu suonno ca nun se cunta,
‘a differenza ‘e chello ca sì stato
e chello ca nun sarraje maje. Aristotele, maè, t’abbiamo voluto bene,
ma ‘a libertà è cchiù doce ‘e ‘a classificazione.
‘A differenza ‘n se stessa è comme ‘o caffè ‘e ‘a mattina:
amara, forte, unica,
e nun se ripete maje. Viva ‘a Differenza, viva ‘a ripetizione ca nun è mai ‘a stessa,
viva ‘o pensiero ca se scassa ‘e catene greche
e se mette a ballà, scunzertato e felice,
pe’ ‘e strate ‘e Napule,
addò tutte cose so’ diverse
e tutte cose, finalmente, so’.
‘O esse, chesta ousía ca dicevano ‘e Greche,
nun era na parola grossa pe’ fà ‘a figura ‘e professore.
Era ‘a varca toia, llà, attraccata,
cu ‘e rreme lisce e ‘a vela ca aspetta ‘o viento.
Era chello ca tène ‘a mano, chello ca è pronto,
chello ca te dice: «Viene, jammoce a navigà!».
Esse’ è essere llà, essere pe’ te,
essere a portata ‘e mano, comme ‘na tazza ‘e caffè
quanno fuori fa friddo e tu sì ancora vivo.
E ccà vene ‘a bellezza ca te leva ‘o sciato:
‘o cristiano nun è na pallina ‘e billardo
ca se sbatti ncopp’ ‘o tavolo ‘e ‘o munno.
‘O cristiano è già dint’ ‘o munno,
è ‘ncopp’ ‘a varca cu ll’ate,
parla, se scanta, se ‘nnamura, se arraggia,
convince, spera, chiagne e ride.
Aristotele, chillo ‘e capa fina,
ll’aveva capito: ‘e passioni nun so’ debolezze,
so’ ‘e radio ca te sintonizzano cu ‘a vita.
‘A paura, pe’ esempio, è comme ‘nu lampo:
te fa vedé ca tutto po’ sparì,
ca ‘o esse toio è fragile,
ca ce sta sempe ‘nu “nun esse” ca te spia
dint’ ‘o scuro. Heidegger, chisto meccanico ‘e filosofia,
se mettette a smontà ‘o mutore ‘e Aristotele
comme fosse ‘na Ferrari ‘e ‘o quarto secolo avanti Cristo.
E chello ca truvaje?
Ca simmo sempe cu’ ll’ate (essere-cu’),
sempe ‘mbriacate ‘e sentimento (sta disposizione d’animo),
sempe a fà, a pruvà, a parlà.
‘O lógos nun è logica sicca,
è ‘a voce ca mette ‘o munno ‘n comune,
ca ‘o fa vedé, ca ‘o fa toccà.
Tutto è movimento, guagliù, tutto è kínesis!
‘A potenza ca se fa atto,
‘a vita ca cammina sempe,
preoccupata pe’ se stessa,
‘nnamurata ‘e se stessa,
spaventata e felice ‘e essere llà.
E allora Heidegger dice ai guaglioni suoi:
«Aristotele nun era nu’ professore cu’ ‘a varva bianca.
Era uno ca guardava ‘a vita dinto ‘e ll’occhie,
cu ‘o stesso stupore ‘e nu’ maruzzaro
quanno vede ‘o mare all’alba».
Nun commentate libre,
guardate ‘o munno comme fosse ‘a primma vota.
Ca chesta è ‘a filosofia vera,
nun è polvere ‘e biblioteca,
è ‘o core ca te batte forte
e te dice: «Ma guarda un poco…
che maraviglia ca è ‘sta storia ‘e esistere!».
E io, ca songo napulitano,
ve dico sulo chesta:
quanno capisci ‘sta cosa,
pure ‘na varca vecchia,
pure ‘na paura,
pure ‘na chiacchierata ‘a notte,
te sembrano ‘o cchiù bello ‘e ‘o munno.
Perché esse’ è essere ccà,
cu’ nuje,
mmiezzo a tutto chisto casino meraviglioso.
Ode ad Aristotele, pensiero vivente
O tu, che non sigillasti il mondo in un cerchio di bronzo,
ma lo apristi come ferita feconda,
Aristotele, voce che non tace,
pensiero che respira nel petto del tempo!
Non sei sistema, non sei tomba di verità compiute:
sei lancia scagliata nell’abisso delle cose,
palla ardente che rotola ancora tra le mani degli uomini,
e ogni secolo corre, inciampa, la raccoglie,
la scaglia più lontano, in direzioni che neppure tu sognasti.
Nelle categorie tu hai piantato i chiodi del dire:
sostanza, quantità, relazione, qualità…
e subito il coro medievale si levò,
urlando: esistono fuori di noi,
o sono solo nomi vuoti che soffia il vento della mente?
Realisti e nominalisti si scontrarono come onde contro scogli,
e tu ridevi, forse, dal fondo della tua quiete,
perché il problema restava vivo, pulsante, insaziato.
Nel cielo ponesti l’etere, nelle sfere il moto perfetto,
ma il proiettile che continua a volare dopo la mano
ti tradì con la sua ostinata fedeltà alla terra.
Da quell’aporia nacque l’impetus, scintilla ribelle,
che avrebbe incendiato Galileo e Newton:
così il tuo limite divenne trampolino,
il tuo errore strumento di verità più alte.
E l’anima! Oh, carne e forma inseparabili,
intelletto attivo che scende come folgore da fuori,
Averroè e Tommaso si disputarono il tuo corpo,
lo squarciarono, lo ricucirono,
e tu restavi lì, intero, irriducibile,
né solo materia né solo spirito,
ma tensione vivente tra i due.
Massimo tra tutti, il Motore Immobile:
non Creatore che comanda dal nulla,
ma Bellezza che attrae senza muovere ciglio,
magnete d’amore che fa danzare l’universo intero
per pura brama di somigliarti.
Tutto si muove perché desidera te,
e tu, immobile, basti a te stesso.
Nella polis e nell’anima singola
hai posto la felicità come atto,
virtù esercitata in comune respiro,
non contratto di lupi, ma natura che si compie.
Non hai nascosto la ferita della schiavitù,
né hai finto che l’uomo sia già salvo:
hai detto la vita buona come meta ardua,
da conquistare ogni giorno nella città degli altri.
Tu non sei museo, o Aristotele!
Sei compagno di strada pericoloso e carissimo,
amico che non offre risposte prefabbricate
ma problemi vivi, spine nel fianco del pensiero,
che costringono a pensare ancora,
a rischiare ancora,
a essere ancora.Chi ti chiude in un sistema ti uccide.
Chi ti interroga con passione ti fa immortale.
E tu, generoso, continui a dare armi
a chi ha il coraggio di superarti.
Così il tuo pensiero respira,
così la filosofia resta viva:
non possesso, ma lotta,
non possesso, ma desiderio.
Eterno lancio di palla infuocata
nelle mani di chi non ha paura di bruciarsi.
Ode ad Aristotele
O tu, sovrano del pensiero greco,
che dopo il divino Parmenide levasti
la mente a vette di rigore inaudito,
inventore di logica, tessitore di concetti,
maestro insuperabile del movimento e della quiete,
della potenza che arde nel grembo dell’atto,
dell’ousía che sta sotto, salda, eterna nella forma.
Tu hai guardato il mondo con occhio di falco
e hai visto la legna farsi cenere,
il seme esplodere in pianta,
il fanciullo dilatarsi in uomo.
Hai creduto che l’ente potesse divenire altro
senza perdersi del tutto,
e in questo credesti di salvare il reale
dal fiume impazzito di Eraclito.
Con sapienza suprema hai posto l’hypokeímenon,
sostrato che permane mentre le forme mutano,
il passaggio dagli opposti,
dal caldo al freddo, dalla potenza all’atto.
Hai distinto il divenire accidentale da quello sostanziale,
e hai creduto così di aver fondato
una metafisica degna dell’essere.
Eppure proprio qui, o sommo tra i sommi,
si apre la ferita più profonda.
Perché ammettere che qualcosa che è
possa in qualche modo non essere più,
che l’ente, in quanto ente,
possa uscire dall’essere ed entrare nel niente,
è ancora nichilismo,
nichilismo reso sottile,
nichilismo reso sistema,
nichilismo reso scienza.
Tu, che hai intravisto l’ousía come ciò che permane,
hai tuttavia consentito che le cose
venissero dal nulla e al nulla facessero ritorno.
Hai costruito il più grande edificio
per pensare il cambiamento,
e proprio in quel fondamento
hai lasciato che l’essere si mescolasse
con il suo contrario. O paradossale grandezza!
Proprio perché sei così alto,
il tuo errore è il più luminoso e il più grave.
Hai reso il pensiero occidentale
più forte, più coerente, più duraturo
nel suo segreto abbandono dell’essere.
Hai sistematizzato la fede che l’ente sia niente,
e in questo hai raggiunto una vetta
dove pochi altri sono saliti.
Per questo ti amiamo, o Aristotele,
non malgrado il tuo limite,
ma proprio per esso.
Tu sei il punto più alto
del pensiero che ha deviato,
il luogo in cui l’errore
diventa visibile nella sua massima bellezza.
In te il nichilismo si fa classico,
raffinato, irresistibile.
E proprio studiando te,
il pensiero può scorgere
dove esattamente l’Occidente
ha preso la via sbagliata:
non nel rifiuto dell’essere,
ma nella sua parziale accettazione,
non nella follia,
ma nella misura che ancora
osa mescolare essere e non-essere.
Gloria a te, Aristotele,
massimo sistematizzatore dopo il grande Eleate,
campione della metafisica classica,
alleato involontario nella battaglia suprema.
Nella tua luce più pura
si rivela anche l’ombra più decisiva.
E proprio per questo
il tuo nome risuonerà
finché il pensiero cercherà
l’integrità assoluta dell’essere.
Ode alle Endoxa
O voi, credenze radicate nel suolo dell’umano,
endoxa luminose, non vane ombre di piazza
né pure chimere di sapienti isolati,
ma voci concordi che il mondo ha già pronunciato:
dal volgo che sente il piacere come bene
ai maestri che scrutano l’essere con occhio fermo,
voi siete il dato primo, il phainomenon saldo
su cui lo sguardo del filosofo si posa.Non sale il pensatore da un vuoto cielo astratto,
né scaglia folgori di teorie non nate dalla terra.
Come chi indaga la gravità o il palpito segreto del cuore,
egli osserva, raccoglie, interroga il già-vissuto.
Ecco le opinioni che tutti accettano,
quelle che la maggior parte conferma,
e le più nobili, pronunciate dai migliori tra i sapienti:
queste sono le sue misure, i suoi esperimenti dell’anima.Poi giungono le aporie, figlie aspre del conflitto:
dove il comune senso si torce contro se stesso,
dove la felicità sembra fugace e il cambiamento impossibile,
lì egli ferma il passo, dialettico e paziente.
Non distrugge per superbia, non ride delle voci antiche;
risolve, media, illumina le contraddizioni
per salvare il massimo possibile di ciò che l’uomo
ha sempre ritenuto vero, sensato, degno di fede.Così nasce la sapienza che non violenta il reale:
la virtù che abita l’azione, la ragione che contempla,
l’eudaimonia che non smentisce la vita vissuta
ma la porta a compimento, chiara, ordinata, profonda.
Tu, metodo endossico, sei rispetto e audacia insieme:
rispetto per l’esperienza confusa dell’uomo comune,
audacia di condurla verso la luce senza tradirla.Non dogmi rigidi, né scettiche nebbie:
solo un cammino onesto che parte dal linguaggio vivo,
dalle intuizioni radicate nel corpo e nella polis,
per rendere intelligibile ciò che già oscuramente sappiamo.
Tu insegni che la verità non disprezza il mondo,
ma lo ascolta, lo interroga, lo purifica
e infine lo restituisce a se stesso, più intero.Salve, o endoxa, fondamenta umili e potenti
su cui si erge il tempio del pensiero aristotelico:
non fughe platoniche verso cieli senza ombra,
ma mani sporche di terra, occhi aperti sul divenire,
cuore che batte all’unisono con ciò che è stato
e con ciò che, salvato e chiarito, sempre sarà. In te, o metodo paziente, vive ancora
la possibilità di una filosofia che sia scienza dell’umano:
fedele al fenomeno, amica della vita,
costruttrice di verità che non feriscono
ciò che di più caro e antico l’uomo ha pensato.
O voi, paradossi stravolti, nati nelle stanze del potere,
dogmi capovolti che assediate la mente dell’uomo,
non sfide feconde del pensiero che scuote la mente,
ma nebbie calate dall’alto, decreti di specchi deformi.
Ci dicono che la schiavitù del tempo è la vera libertà,
che il vuoto del futuro è la scelta più grande,
che la terra che brucia si salva col fuoco.
Voi non cercate la luce: generate lo stordimento.
Non nasce, questo assurdo, da un’onesta aporia,
ma dal calcolo freddo di chi siede sullo scranno più alto.
La classe compatta dei dotti e dei padroni del tempo
impone il contrario del vero per renderci muti.
Se tutto è il suo opposto, se il senso comune è l’errore,
allora il giudizio del popolo diventa un reato,
e l’uomo si arrende, smarrito nel labirinto del nulla,
accettando la norma che offende la carne e la polis.
Contro questo assalto di specchi e di astuzie sovrane,
noi dobbiamo gridare il ritorno al profilo del vero.
Rifiutiamo il paradosso che impone il silenzio,
la menzogna che veste i panni della scienza suprema.
C’è una misura del giusto che l’anima sente,
un limite antico che il calcolo non può stuprare:
il pane è nutrimento, la pace non vive di bombe,
la vita non è un algoritmo da sacrificare.
Crollino i templi di questa logica capovolta,
che nega il reale per meglio disporne l’impero.
Noi torniamo alla terra, al linguaggio che dice le cose,
al rifiuto ostinato di ciò che ferisce il vivente.
Sia questa la lotta: strappare la benda dagli occhi,
difendere il senso profondo del nostro cammino,
e ricacciare nel buio i paradossi dei forti,
perché l’uomo rimanga padrone del proprio destino.
(Contra Paradoxa, in collaborazione con Gemini AI)
…a custodir destino
umano pur s’illuse
con convinzione
accorta
ch’esso pur delle
ha colpe
nello strisciar orizzonte
a sperar concessioni
ma fato incarognito
colpisce più
innocente
stravolge il più sincero
che d’anima s’illude e
cerca suo ascolto
tua iride a turbare
nell’osservar improvviso
quel sole irraggiato
e ti desta e t’arriva e
ti turba nel
comprender
e discendi destino
in tuo nido nascosto… m.g.
Ode ad Aristotele
O tu, albero eretto nella radura del pensiero,
radici conficcate nella terra pesante,
rami che si aprono come mani che calcolano,
tu che non sai piegare il capo verso il basso
né tendere ombra a chi non ha meritato luce.
I tuoi frutti pendono maturi solo per chi è uguale,
per chi può restituire, per chi porta lo stesso peso di virtù.
Amore misurato, amicizia pesata sulla bilancia
dell’essere e dell’avere:
così parli, e la tua voce è chiara come il giorno senza grazia.
Ma l’anima sa un’altra lingua,
quella che balbetta nel buio dell’inferiore,
dello straniero, del nemico, dell’abbandonato.
Dove tu vedi gerarchia naturale,
là si apre la ferita che nessun concetto medica.
La sofferenza dell’innocente non è lezione né seme,
è scandalo puro, grido che squarcia il cielo
e costringe il divino a scendere,
non per ricompensa, ma per amore che non calcola.
Tu, albero delle spiegazioni compiute,
della felicità che si raggiunge con passo misurato,
della schiavitù detta “per natura”,
tu chiudi la porta alla sovrabbondanza.
La grazia non entra nelle tue stanze ordinate;
passa oltre, come mendicante,
e bussa dove non c’è merito che possa rispondere.
Oh, quanti secoli hanno bevuto la tua linfa amara
credendo fosse saggezza!
Hanno chiamato sapienza ciò che era soltanto
paura dell’abisso, paura di chinarsi
fino a terra, fino al fango dove giace chi non vale nulla.
Ma un’altra voce, antica e nuova,
parla ancora dal fondo:
ama chi non potrà mai ricambiare,
tocca la piaga che non guarirai,
sii inutile per il mondo
affinché il soprannaturale ti usi.
Tu, albero cattivo, dai frutti che imputridiscono
appena staccati dalla bocca dell’uomo.
Noi li abbiamo mangiati per troppo tempo.
Ora attendiamo il seme diverso,
quello che non nasce da misura né da sforzo,
ma da una caduta verticale dell’anima
nel centro stesso della povertà.
E quando il vento della vera Amabilità passerà,
i tuoi rami si agiteranno invano,
perché nulla in te conosce
il nome segreto
che fa fiorire il deserto.
Ode all’Incommensurabile
O diagonale, freccia obliqua che sfugge al quadrato,
tu sei il primo tradimento della misura,
il punto in cui l’ordine si morde la coda
e scopre di avere due code, nessuna commensurabile all’altra.
Aristotele ti guardava come si guarda un dio appena nato,
mostruoso e necessario.
Non fu lui a generarti — i Pitagorici già tremavano davanti al tuo corpo —
ma fu lui a riconoscerti nella folla delle verità,
a prenderti per mano e condurti nel tempio della meraviglia.
Nel quadrato perfetto, carcere di lati uguali,
tu, diagonale, entri come un invasore senza passaporto.
Lato e diagonale si fronteggiano:
uno intero, l’altro febbre.
Uno misura il mondo, l’altro lo spacca.
E l’uomo suppone — oh supposizione regale! —
che tutto possa ridursi a p/q,
a fratellanza di numeri, a democrazia del contare.
Allora la prova si alza, muta come un boia paziente:
se tu fossi commensurabile, p e q sarebbero coprimi,
e invece entrambi si coprono di due,
pari si fanno pari,
il dispari muore strangolato dal proprio doppio.
Contraddizione!
La folla dei numeri si rivolta contro se stessa
e divora la propria ipotesi.
È la grande apagoge, la discesa all’impossibile.
Canetti avrebbe riconosciuto qui la massa:
la massa compatta dei numeri interi che crede di essere una,
e improvvisamente si scopre divisa,
infetta dal due,
incapace di contenere il proprio stesso slancio.
E la meraviglia, quella scintilla prima della filosofia!
L’uomo comune guarda il quadrato e dice: «È chiaro, si misura».
Il filosofo guarda la diagonale e sente il brivido:
«Ciò che sembra ovvio è falso».
Poi la dimostrazione compie l’atto di potenza:
la meraviglia si raffredda in certezza,
ma una certezza ferita,
una certezza che porta dentro di sé il ricordo
del momento in cui la ragione ha dovuto uccidere l’intuizione
per sopravvivere.Tu, √2, non sei un numero.
Sei un atto di insubordinazione ontologica.
Sei la prova che l’essere non si lascia interamente contare,
che tra le cose e la loro misura esiste un abisso
che nessuna unità di misura potrà mai colmare.
Aristotele ti amava perché in te vedeva la ragione al suo apice:
non la ragione mite che conferma ciò che si vede,
ma la ragione tragica che dimostra l’invisibile
e costringe il reale a inchinarsi.
O diagonale inquieta,
tu cammini ancora oggi dentro ogni quadrato del mondo,
invisibile spina nel fianco della geometria,
ricordo che la verità più alta
non è quella che si misura,
ma quella che, misurandosi, si rivela incommensurabile.
E noi, tardi epigoni,
continuiamo a stupirci —
non più dell’incommensurabilità,
bensì del fatto che, nonostante tutto,
la ragione abbia osato guardarla in faccia
e non sia impazzita.
O forse è impazzita proprio allora,
e noi viviamo dentro la sua nobile follia.
O Aristotele, albero eretto nella radura del pensiero, rami che si aprono come mani che calcolano, amore misurato, amicizia pesata sulla bilancia… Ma il cuore rallenta, la testa cammina in quel pozzo di piscio e cemento, in quel campo strappato dal vento, a forza di essere vento.
La grazia non entra nelle tue stanze ordinate, passa oltre, come mendicante, e bussa al buio dell’inferiore, laddove la sofferenza dell’innocente è scandalo puro. I figli cadevano dal calendario, i soldati prendevano tutti e tutti buttavano via. Eppure l’anima sa un’altra lingua, saper leggere il libro del mondo con parole cangianti e nessuna scrittura.
Hanno chiamato sapienza ciò che era soltanto paura dell’abisso, paura di chinarsi fino a terra, fino al fango dove giace chi non vale nulla. Ora alzatevi, spose bambine, che è venuto il tempo di andare, con le vene celesti dei polsi, anche oggi si va a caritare. E se questo vuol dire rubare questo filo di pane, lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca il punto di vista di D.io.
Noi abbiamo mangiato i tuoi frutti per troppo tempo, ora attendiamo il seme diverso, la caduta verticale dell’anima, perché la verità tocca la piaga che nessuna economia guarirà. E quando il vento della vera Amabilità passerà, i tuoi rami si agiteranno invano, per un solo dolcissimo umore del sangue, per la stessa ragione del viaggio, viaggiare.
Potete anche aziendalizzare i filosofi, signori manager, ma l’umano vi sfugge dalle diagonali. Perché chi sta nel fango raccoglie il punto di vista di D.io. Voi, al massimo, quello del consiglio di amministrazione.
(Franco Pavoni e Fabrizio De André in collaborazione con Gemini AI)
Ode all’Atto Primigenio
O Gallina, eterna e primordiale,
che nel fulgore dell’Atto ti manifesti,
forma compiuta, sostanza realizzata,
priore nell’essere, regina del cosmo!
Non dall’uovo informe, che in sé racchiude
solo la potenza torpida e latente,
ma da te, o Atto perfetto e luminoso,
sgorga il principio ontologico eterno.
Così sentenziava il Filosofo di Stagira,
maestro di coloro che sanno,
nell’aula silente del Pensiero,
ove le idee danzano come astri nel cielo dell’Intelletto.
L’uovo, ch’è mera possibilità sospesa,
ombra di ciò che ancora non è,
s’inchina all’Atto che lo precede e lo genera,
come la materia bruta al suggello della Forma.
O mirabile gerarchia dell’Essere!
Dove il compiuto precede il potenziale,
dove la Gallina, in sua attualità divina,
è causa e fine di ogni uovo che verrà.
Non v’ha regresso infinito nel divenire,
ché l’Atto primo arresta la catena
e in sé contiene, fulgido e sovrano,
il telos di ogni cosa creata.
Tu, Gallina aristotelica, appari
quale statua di Fidia nell’acro delle forme,
perfetta nella sua entelechia,
mentre l’uovo giace nel limbo dell’indeterminato,
come bozzolo che attende invano
se non giunga il soffio dell’Atto che lo desta.
Così nell’ordine eterno del reale
l’atto ha primato, e la potenza serve.
Salve, o Gallina primigenia e augusta,
che nell’alba del Pensiero greco
risolvi l’enigma con sapienza arcana:
non dall’uovo vieni, ma dall’Atto tu sorgi,
e in te si compie il mistero dell’Essere.
Ci sono due modi di essere uovo, e la differenza filosofica traccia il confine tra la vita e il mercato.
Da un lato c’è l’uovo che diventa gallina. È il trionfo della natura, l’entelechia aristotelica. Rompe il guscio dall’interno perché risponde a una chiamata invisibile, a un progetto segreto scritto nella materia. Diventa forma compiuta, cammina, becca la terra, impara il mondo. Realizza se stesso secondo la propria causa finale.
Dall’altro lato c’è l’uovo che viene mangiato. Questo uovo non vedrà mai la luce degli orti. Il suo guscio viene spezzato dall’esterno, da una forza estranea che interrompe la sua promessa di futuro. Non diventa gallina perché viene sacrificato per nutrire la forma di un altro. Viene consumato, digerito e fatturato.
Nelle vostre stanze ordinate, signori manager, voi non cercate uova capaci di diventare galline. Avete paura di chi fiorisce secondo la propria natura, di chi impara a pensare e, magari, a beccare le vostre certezze. Voi cercate uova da bere, uova da sbattere in padella nel grande open space del mercato, per dare energia alle vostre performance e ai vostri consigli di amministrazione.
Ma ricordate che mentre l’uovo mangiato finisce nella vostra catena del valore, l’uovo che diventa gallina impara a guardare il mondo da un altro punto di vista. E la natura, alla fine, non risponde mai alle vostre tabelle nutrizionali.
Ode all’Inizio
Ah, ched’è stu primmo primmo,
nu abisso senza fondo e senza luce,
deserto che nun sape manco ‘e bbìa,
possibbile puro comme ‘o viento ‘e maggio
che fa tremmà ‘e ffoglie senza sapé pecché.
Nun è niente, e è tutto chello che po’ essere,
è ‘o silenzio primma ‘a parola,
è ‘a libertà che libera pure a Dio,
senza forza, senza vulé, senza destin.
Llà, dint’ ‘o niente, tutto è ancora possibile:
pure ‘o nun nascere, pure ‘o restà ‘n silenzio,
pure ‘o mare che se ritira e nun vo’ cchiù fa onda.
Tu, pensiero mio, ca sì sempe curiuso,
torna, torna sempe a chisto punto scuro,
nun cercà ‘e risolverlo cu ‘e raggioni toje,
nun ‘o mettere ncapo a na catena ‘e sillogismi.
Lassalo llà, comm’ ‘o golfo a notte fonda,
quanno ‘e stelle se specchiano e nun se fanno piglià.
È na filosofia negra, ma nun è nera ‘e lutto:
è nera comme ‘o velluto ‘e na nuttata senza luna,
dove tutto ancora po’ succedere o nun succedere.
È ‘o primmo che sta primma ‘e ogne primmo,
‘a libertà che nun deve niente a nisciuno,
né a ll’essere né a ll’essere niente.
E nuie, poverielle, cu ‘a capa china ‘e penzieri,
ce mettimm’ ‘ncapa a stu deserto,
e ce sentimmo piccerille e granne ‘o stesso tiempo,
pecché ll’Inizio nun ce spiega niente,
ma ce fa respirà ‘o respiro cchiù libero,
chello che nun sape manco si vo’ fiatare.
Comm’ ‘a vecchia Napule che se cunusce
sulo quanno se perde pe’ vicule scuri,
accussì ‘o pensiero trova ‘a via soja
turnanno sempe a chillo punto
addove tutto è ancora ‘e ffà…
o nun è maje stato.
E resta llà, bello, terribile, libero,
abisso che nun se fa capì,
ma che fa capì tutte cose.
Ode a la Morte, secunno Aristotele
Ah, morte mia, tu sì na cosa naturale,
dice Aristotele cu ‘a voce calma e saggia,
comme ‘o mare ca se ritira e torna a battià,
comme ‘o viento ca passa e se ne va pe’ ‘e strade antiche.
Chisto ommo, chisto cca, cu ‘e mano c’a fatica e ‘o core
che batte forte pe’ na femmena o pe’ nu pensiero,
muore tutto quanto, se ne scenne ‘int’ ‘a terra nera,
nun resta manco ‘na foto, manco ‘nu ricordo ‘e fierro.
Sulamente ‘na parte, fredda e divina,
‘int’ all’intelletto resta, comme ‘na stella luntana,
impersonale, senza nomme, senza faccia,
‘o stesso pe’ ‘o re e pe’ ‘o scugnizzo ‘e Forcella.
Generazione e corruzione, dice ‘o greco,
sì, è ‘o ciclo ‘e sta vita ca nun se ferma maje:
nasce ‘o fiore, se ne more ‘a rosa,
nasce ‘o guaglione, se ne va ‘o viecchio cu ‘e scianche.
Nun è tragedia, è legge, è ‘o respiro d’ ‘o munno,
comme ‘o suonno ca vene appriesso a ‘o juorno stanco.
Ma ccà, dint’ ‘a Etica Nicomachea,
Aristotele se fa cchiù serio e amaro:
pe’ chillo ca è felice e virtuoso,
tu, morte, sì na ferita senza rimedio.
Perde ‘a virtù ca se faceva belle,
perde ‘o piacere ‘e fà ‘o bene senza pretennere niente,
perde ‘o gusto ‘e camminà cu ‘a capa alta
mentre ‘o sole se cala ‘ncoppa ‘e cupole ‘e Napule.
Morte, tu sì na mamma antica e indifferente,
ca ce piglia tutti quanti ‘int’ ‘o stesso mantesino.
Aristotele te guarda senza paura,
ma cu nu poco ‘e malinconia pe’ chillo
ca se ne va proprio quanno aveva capito
comme se vive buono.
E nuje, napoletani, ca sapimmo
‘e mangià ‘a vita a muzzecate,
te rispettiamo, ma nun te vulimmo bene assaje.
Preferimmo ‘o cafè, ‘a risata, ‘o suonno ‘e mezzujorno,
e quanno arrive, sperammo sulo ‘e lassà
qualcosa ‘e buono, almeno ‘int’ ‘a capa ‘e qualcheduno
ca ancora ride e pensa. Ammore e rispetto,
Aristotele mio,
da chisto popolo ca sape murì
ma nun se sape arrendere.