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Terremoto, due anni dopo
Per non fare la fine del Belice
dobbiamo lottare

IL PUNTO - E’ tempo di lanciare un appello a tutte le forze politiche e sociali, agli enti locali, alle Università, agli intellettuali, a quanti amano questa terra martoriata dal sisma, perché si crei un movimento d’opinione che possa far arrivare a Roma le istanze di un territorio che non merita di essere abbandonato a due anni esatti dalle terribili scosse dell'ottobre 2016
mercoledì 24 Ottobre 2018 - Ore 09:12 - caricamento letture
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Visso, Villa Sant’Antonio. Due anni dopo il terremoto sulle macerie cresce la vegetazione

 

Ugo Bellesi

 

di Ugo Bellesi

La bozza del decreto per Ischia e per Genova, come è noto, prevede pieni poteri al commissario che dovrà coordinare i lavori per la ricostruzione del ponte crollato, oltre alla possibilità di assumere 500 persone qualificate destinate ai vari Enti coinvolti nella drammatica situazione genovese. Ma quel decreto legge prevede anche “un terzo condono edilizio, finora non applicato sull’isola d’Ischia perché area soggetta a vincolo, che sarà esteso agli immobili distrutti o danneggiati dal sisma del 21 agosto 2017”. Bastano queste due semplici constatazioni per renderci conto che effettivamente le quattro regioni dell’Italia centrale colpite dal sisma non solo sono scomparse dall’elenco delle emergenze italiane ma probabilmente sono state cancellate.

Gli enti locali, le Regioni, le Province, i Comuni cosa aspettano a mostrare un po’ di orgoglio e a difendere gli interessi di queste popolazioni che si apprestano ad affrontare un terzo inverno nelle “casette” che mostrano già i segni del tempo e dell’incuria con cui sono state montate? Non è forse il tempo di sollevare una “vertenza delle zone terremotate dell’Italia centrale”? Le elezioni europee sono fissate per l’anno prossimo quindi non c’è pericolo che le iniziative dell’autunno 2018 possano influenzare gli elettori che andranno a votare fra diversi mesi. C’è qualcuno che ci sta pensando? Ma siamo sicuri che sollevare una vertenza possa accelerare la ricostruzione? Non si rischia di fare un buco nell’acqua? D’altra parte non possiamo far finta di niente, col rischio di rimanere “cornuti e mazziati”. Come è successo ai 21 paesi del Belice distrutti dal sisma del 1968. Ci furono manifestazioni e marce di protesta organizzate dai sindaci ma senza risultato. Vennero emanate più di 20 leggi ma ormai il destino era segnato con una spaventosa emigrazione in massa.

Giuseppa Fattori, per tutti Peppina, il giorno del rientro nella casetta sequestrata l’anno prima perché abusiva

Fu lo Stato ad incoraggiare le partenze con biglietti ferroviari gratis e passaporti rilasciati a vista. Anche allora si costruirono le Sae ammassate nelle baraccopoli che Leonardo Sciascia paragonò ai “più efferati e abietti campi di concentramento”. Anche nel Belice, come sta avvenendo qui nelle Marche e nelle altre regioni del centro Italia, ci furono enormi ritardi in tutto, anche nella ricostruzione. Ritardi in parte dovuti a quella che Danilo Dolci definì “la burocrazia che uccide il futuro”. E un cronista ha così descritto i risultati: “Antiche culture vennero cancellate, il tessuto sociale fu radicalmente mutato, la vita civile delle persone venne sconvolta”. E chi visita oggi il Belice troverà ancora in piedi i ruderi negli antichi abitati. Anche l’Irpinia, colpita duramente dal sisma del 1980, ci offre un esempio non positivo. Dopo 38 anni mancano ancora 250 milioni di euro di risorse nazionali, stanziate nel 2008 per la ricostruzione, ma mai resi disponibili. Le cronache che arrivano da quella regione narrano di una signora di 87 anni, Lucia Senatore, che vive da 37 anni in un container, che lei chiama “casa di lamiera” in un campo di sfollati a Cava dei Tirreni. La nostra “Peppina” è stata più fortunata ma quante traversie ha dovuto subire anche lei…

Il sindaco Falcucci durante i sopralluoghi dopo il sisma del 24 agosto 2016

Ora, volendo fare una sintesi di tutto, dobbiamo riconoscere che ci troviamo in mezzo al guado e bisogna decidere se vogliamo seguire l’esempio di Gemona nel Friuli oppure del Belice. E tutto lascia pensare che faremo la fine proprio della Valle del Belice. Nel giro di tre anni ci hanno assegnato tre commissari come se potessero ricoprire questo incarico a tempo perso. Il terzo commissario, il maceratese Piero Farabollini, è stato designato da poco e bisogna riconoscere che finalmente è persona preparata, competente della materia che andrà a trattare, conosce il territorio e quindi tutto depone a suo favore. E’ per questo che gli facciamo gli auguri più fervidi e sinceri di buon lavoro e “in bocca al lupo”. C’è un solo problema: non gli hanno dato i pieni poteri (che però sono stati riservati al commissario di Genova). Il che significa che per ogni decisione dovrà riferire al Ministero competente e quindi restare in attesa, forse per settimane ma anche per mesi…«Sembra che non esistiamo – commenta il sindaco di Castelsantangelo sul Nera, Mauro Falcucci – come se si fossero dimenticati di noi…Dove sta quanto promesso in campagna elettorale? In pratica il sisma viene nominato qua e là, un pezzetto nel Milleproroghe, un altro nel decreto Genova e forse anche nella prossima legge di bilancio… I Comuni sono arrivati alla canna del gas: non abbiamo più i soldi per anticipare ciò che dovrebbe mettere la Regione. E’ assurdo che dopo due anni sia tutto fermo».

Giovanni Paris, di Ussita, nella stalla della Regione diventata inutilizzabile poco dopo la consegna

Come se ciò non bastasse anche la burocrazia ci mette del suo. Se qualcuno, nel caso specifico la nostra brava collega Federica Nardi, solleva un problema, come quello di un allevatore che rischia di trascorrere il terzo inverno all’aperto con i suoi animali, la burocrazia replica che la colpa è dell’interessato “perché solo il 3 settembre ha ufficialmente comunicato che intende realizzare un’altra struttura in altro posto”. Siamo alle solite: un cittadino protesta perché manca una firma e la burocrazia risponde accusando il cittadino per una domanda presentata in ritardo. E’ un confronto assurdo con accuse reciproche senza cercare mai di trovare una soluzione. Il problema è che si parte da due punti di vista diversissimi. Il cittadino ha fretta perché un animale gli muore sotto la neve o perché i lupi sbranano il suo gregge. Quindi sono esigenze impellenti, non rimandabili. La burocrazia non ha questa fretta. Non ha animali da mungere perché le mammelle scoppiano, non ha forme di formaggio da portare vendere altrimenti non guadagna. La burocrazia non ha fretta. E’ questa la sua mentalità atavica. L’importante è che la pratica sia impostata bene e portata a compimento quando è possibile. Non si può far fretta al dirigente, per non infastidirlo al momento di uscire dall’ufficio o appena arrivato. Nel caso specifico perché non si apre un’indagine per scoprire come mai le stalle fornite dalla Regione non erano adatte per l’alta montagna ma soltanto per il clima della costa Azzurra? Tanto è vero che la tempesta di vento del gennaio 2018 ne aveva danneggiate 35. Chi aveva scelto quella soluzione per le stalle di montagna? Era una vecchia fornitura? Infatti non solo le strutture non hanno retto al vento ma mancava il sistema di areazione e l’acqua gelava nelle condutture. Per chi non lo sapesse, ricordiamo che in montagna d’inverno la temperatura scende sotto zero. Poi invece la burocrazia ci spiega che la causa della mancata soluzione del problema è da addebitare a “Questioni…collegate alle prescrizioni delle norme sulla ricostruzione che, è bene ricordarlo, afferiscono alla legislazione nazionale”.

Un cantiere sae di Visso sotto la pioggia, novembre 2017

Ma è proprio questo il nodo cruciale. E’ indispensabile che il commissario del Governo abbia i pieni poteri altrimenti questi inghippi si troveranno ogni piè sospinto e tutto si blocca. Se nell’emergenza si deve procedere con le leggi ordinarie allora non c’è bisogno del commissario. Bastano le Prefetture! D’altra parte non c’è soltanto il problema delle stalle ma anche quello delle casette. Anche queste sono state montate da personale impreparato, raccogliticcio, spesso erano lavoratori in nero per cui ad esempio a Villa Sant’Antonio di Visso hanno montato i pannelli e i tetti delle Sae mentre pioveva. Per cui adesso ci si accorge che i soffitti, in più di un caso, sono ammuffiti ed i rivestimenti interni zuppi d’acqua. Chi ne paga le conseguenze sono proprio i terremotati costretti, in qualche caso, anche a trasferirsi in altra “casetta”. Chi doveva controllare che le costruzioni fossero fatte a regola d’arte? Non era il committente degli appalti? O sono sempre la Procura della Repubblica e l’Ispettorato del lavoro che devono intervenire?

Lo stesso presidente della Giunta regionale, qualche settimana fa, si è reso conto che è impossibile andare avanti con il solito tran tran e ha esclamato: «Da noi è una pia illusione pensare di proseguire con la ricostruzione con le procedure ordinarie!». Anche i sindaci, con i loro interventi sempre categorici e circostanziati, hanno più volte interpretato i sentimenti della gente dei Sibillini. Ma la loro voce sembra farsi sempre più flebile. Si stanno rendendo forse conto che la loro è una “voce clamante nel deserto”. Il deserto dell’incomprensione e dell’indifferenza. Ma anche i terremotati non credono più nella ricostruzione. Ne fa fede quanto affermato dall’assessore ai lavori pubblici di Macerata, Narciso Ricotta, che ha dichiarato: «Ci aspettavamo 780 progetti. Ne sono arrivati 98. Di questi ne erano conformi solo quattro. Nel 98% dei casi si trattava di lievi difformità». Per fortuna al Decreto Genova è stata adesso inserita una mini sanatoria per le piccole difformità edilizie, che è stata approvata dalla Commissione ambiente e trasporti. Si spera quindi che l’emendamento presentato dai parlamentari marchigiani Patrizia Terzoni e Tullio Patassini possa rilanciare la ricostruzione post sisma.

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