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Al rifugio del Fargno c’è vita:
«Il paesaggio è il nostro spettacolo,
il terremoto non può togliercelo»

USSITA - La struttura a 1800 metri di altitudine si affaccia sul Monte Bove: è gestita da 5 anni da Andrea Salvatori con la moglie Chiara che guardano con fiducia al futuro: «La ricchezza che abbiamo sempre avuto non è andata persa. Nei prossimi dieci, quindici anni, tutto sarà ricostruito»
domenica 7 ottobre 2018 - Ore 19:10 - caricamento letture
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Il rifugio del Fargno

 

di Daniele Pallotta

La strada che sale, tagliando a metà la montagna e lasciando a destra uno strapiombo che toglie il fiato al sorriso, ricorda le asperità della vita. Dietro, poco più a valle, incrociamo solo lacrime e macerie lasciate da un terremoto che ha cancellato pure l’anima alle persone. Tante comunità distrutte e oggi disgregate. Percorriamo chilometri di strade dove nulla sarà mai più come prima. Ma quassù, a più di 1800 metri d’altitudine, ritroviamo d’improvviso la vita. Varchiamo quasi in punta di piedi la soglia del rifugio del Fargno, nel rispetto del silenzio che ci circonda intorno. E’ il più alto rifugio della regione, completamente disconnesso da acqua, luce e gas. Il borbottio di un vecchio generatore diesel che risale dalla cantina, un grosso focolare acceso anche d’estate e una signora alle prese con alcune stoviglie, ci fanno capire subito che anche questo non è un grosso problema per chi, alla fine, è capace di adattarsi a tutto. Il benvenuto ce lo serve il pianto di una bimba lasciata in una culla proprio davanti a una finestra con affaccio sul monte Bove. Da qui, col binocolo, si vedono saltellare i camosci sulla parete di roccia. I piedini della piccola fanno altrettanto, chiedendo l’attenzione di babbo Andrea e di mamma Chiara. Da cinque anni hanno preso in gestione questa stupenda baita di montagna aperta solo pochi mesi all’anno a causa delle abbondanti nevicate invernali che rendono le strade intransitabili e soggette a slavine anche per via del forte vento. Andrea Salvatori, il titolare, ha lasciato un passato nel mondo dell’agricoltura, poi da formatore e volontario nei gruppi di Protezione Civile, e si è rifugiato su queste vette degli Appennini dando vita a una nuova attività, i “Rifugi dei Sibillini”.

«Si guardi intorno, le sembra che il terremoto abbia cambiato qualcosa? Il paesaggio, questo spettacolo, non ce lo toglie nessuno. Guardi che montagne, guardi che vallata» – ci dice indicando una distesa a perdita d’occhio. Dicono che il terremoto, due anni fa, abbia spostato pure la montagna. Il rifugio è stato chiuso solo per la minaccia di pericolo lungo le sterrate che salgono da Fiastra, da Pintura di Bolognola, da Casali di Ussita o da Cupi di Visso. La struttura ottagonale che si apre a trecentosessanta gradi sul mondo non ha neppure una crepa. «Qui, di sera – dice Andrea – si tocca il cielo con un dito, come sempre». Anche di giorno un’occhiata fuori mette di buon umore. Un pastore, poco lontano, guida il pascolo di un bel gregge verso pizzo Tre Vescovi. All’ingresso è un viavai di amanti della montagna, bikers, motociclisti ed escursionisti che si fermano pure a dormire nell’ostello al piano di sotto. «Il fatto è che la gente dai paesi giù a valle se n’è andata e non si sa se tornerà mai più. Fino al giorno prima del terremoto i ragazzi giocavano a nascondino ai giardini, adesso passano le serate in discoteca. Sono emigrati lungo la costa con le loro famiglie. Tante persone hanno cambiato stile di vita. Oggi questo territorio a livello turistico è sano ma a livello logistico è tutto da rifare. Ma di certo – spiega Andrea – la ricchezza che abbiamo sempre avuto non è andata persa. Nei prossimi dieci, quindici anni, tutto sarà ricostruito. Questi paesi non sono stati cancellati a differenza di altre realtà colpite dal sisma, come Amatrice. Per le attività chi era alla “prima generazione” è già tornato, chi l’ha ereditata sta altrove e forse ci rimarrà, magari continuando a lamentarsi che quassù le cose non vanno come dovrebbero. Su dieci attività in questa zona otto sono gestite da gente da fuori. Molti preferiscono restare lungo la costa, altri vorrebbero rientrare ma ormai le amicizie dei figli sono giù. Le Sae ormai sono piene solo di sabato e di domenica». Anche la montagna deve guardare oltre, il terremoto prima o poi sarà solo un brutto ricordo. Molti turisti stranieri non sanno neppure cosa è accaduto qui. Al bancone del bar del rifugio dall’accento inglese chiede latte di soia. Nessun imbarazzo, Andrea apre il cassetto e lo serve. I tempi sono già cambiati. Anche da queste parti ci sia adatta facilmente a nuove forme di vita.



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