Il vento dell’antipolitica
sull’elezione dei sindaci

Ben 113 liste civiche e ben 1.380 candidati a consigliere comunale. L’individualismo, il privato che prevale sul pubblico, il mascheramento dei partiti
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liuti giancarlodi Giancarlo Liuti

Sarebbe sbagliato ritenere che le imminenti elezioni amministrative nel Maceratese non abbiano un significato politico. E non soltanto perché esse riguardano 43 Comuni su 57, vale a dire il 75 cento del territorio provinciale e il 49 per cento della popolazione (157 mila abitanti su 320 mila, la qual cosa dipende dal fatto che i restanti 163 mila risiedono in centri demograficamente più sviluppati come Macerata, Civitanova, Tolentino, Corridonia e altri, dove quest’anno non si vota per il sindaco). Ma soprattutto perché stavolta, a differenza di cinque anni fa, la crisi economica ha fatto sì che i problemi economici e sociali siano sostanzialmente gli stessi per tutti, e scarso rilievo hanno le diversità pur esistenti fra i Comuni, e i 43 sindaci uscenti portano tutti il peso dei limiti operativi imposti dai tagli di risorse non voluti da loro, e per i 43 sindaci futuri si prospettano le medesime questioni, la cui soluzione non dipende da loro – magari! – ma da uno sperabile miglioramento della situazione generale in Italia, in Europa e nell’intero Occidente. Ecco allora il motivo per cui queste elezioni (dovunque, anche ad Acquacanina, 128 anime!) assumono un significato che va al di là dei rispettivi localismi.
Un significato che, come su Cronache Maceratesi ha già rilevato Alessandra Pierini (leggi l’articolo), è possibile scorgere, per esempio, nella straordinaria proliferazione di più o meno anonime liste civiche, ben 113, e nell’ancor più straordinaria proliferazione di candidati non tanto alla carica di sindaco (98 per 43 Comuni, ed è quasi normale) ma a quella di consigliere, cui puntano ben 1.380 persone, equamente distinte, per legge, fra uomini e donne. E questo non deve far credere, in positivo, che da noi sia maturato il concetto di parità di genere, ma piuttosto che si è scelto il sistema non già di una divisione in parti uguali ma di una somma in cui le donne figurano come semplice e non convinta applicazione delle norme vigenti. La conferma di ciò, del resto, viene dai 98 candidati a sindaco, solo 22 dei quali sono donne. Altro che parità di genere! Su questo specifico punto, comunque, va detto che assai meglio s’è comportato il Movimento Cinque Stelle, i cui sei aspiranti sindaci sono tre uomini e tre donne.
Ma veniamo al valore più propriamente politico, quello in cui si riflette una tendenza di fondo circa la partecipazione organizzata e competitiva al conseguimento del cosiddetto bene comune. Ebbene, la politica così definita – ma non vedo in quale altro modo definirla – ne esce con le ossa rotte. Anzitutto il declino, il tramonto dei partiti. E la consapevolezza, in quelli che ancora resistono, di non godere più della fiducia popolare e quindi, per sopravvivere, di doversi presentare sotto falsi nomi (Uniti, Futuro, Cambiare, Lavoro, Insieme, Sviluppo, Cuore, Amore, Svolta, Valori, Gente, Obiettivo, Adesso, Impegno, Armonia, Amici eccetera eccetera). Le liste, in provincia, sono un fiume in piena: 116. Ebbene, soltanto in tre casi i partiti hanno osato presentarsi con la loro carta d’identità: il Pd a Recanati e a Potenza Picena, Forza Italia a Recanati. Due liste con lo stesso nome – “Centro Destra” e, notare l’impercettibile differenza ortografica, “Il Centrodestra” – si combattono (?) a Potenza Picena, entrambe a sostegno di Francesco Acquaroli e probabilmente per farsi votare sia dai simpatizzanti di “Forza Italia” sia da quelli del “Nuovo Centrodestra” di Alfano, partiti che a livello nazionale si coprono di insulti. Il Movimento Cinque Stelle, invece, è sceso in campo aperto – senza fingere di essere qualcos’altro – a Camerino, Matelica, Monte San Giusto, Potenza Picena, Porto Recanati e Recanati, ma questa è un’eccezione che conferma la regola, trattandosi di una forza – e quale forza! – che dell’antipolitico “vaffa” contro la “forma partito” fa il suo cavallo di battaglia. In cinque casi – Camporotondo, Castelsantangelo, Cessapalombo, Poggio San Vicino e Urbisaglia – c’è una sola lista, ovviamente civica. Strano? Certo, ma vien da tirare un sospiro di sollievo.
E che dire dei 1.380 candidati al ruolo di consigliere? Qui siamo a un fenomeno che la dice lunga su come è ridotta la società italiana. Vero è che una parte di loro funge da calamita di voti per i partiti “mascherati” e che in un’altra parte esiste la sincera intenzione di perseguire il bene comune dissociandosi dai vecchi modi di gestire la cosa pubblica. Ma ciò che prevale è l’individualismo, l’idea personalissima, direi “privata”, di poter fare interessi che a parole sono quelli di tutti ma nella sostanza sono i propri, della propria famiglia e dei propri amici. Il che non significa necessariamente malcostume ma di sicuro snerva la società e snatura la politica. Ho detto “idea”, meglio dire “ideologia”. Quella che a prescindere dall’uomo Silvio Berlusconi va sotto il nome di “berlusconismo” e ha plasmato per vent’anni il nostro Paese nel segno non tanto del “liberalismo” – povero Benedetto Croce! – ma di un “liberismo” che straripando dai suoi princìpi economici si è diffuso nelle coscienze ed è diventato consuetudine e stile di vita, con effetti perniciosi sulla legalità, sull’etica, sul senso dello Stato e sulla responsabilità civile di sentirsi, ognuno, membro attivo di una comunità.
Ma allora le parole “destra” e “sinistra” c’entrano fino a un certo punto, perché nel dna delle liste civiche serpeggia il rifiuto della politica (la “polis”, la città, l’arte di governare l’insieme dei cittadini) come per lunghi decenni è stata intesa e – spesso male, purtroppo – praticata. Un caso limite: a Montecavallo, 158 abitanti, c’è una lista civica che si chiama “Pensionati agricoli” e oltre al candidato sindaco Sandro Germoni comprende, quali aspiranti consiglieri, sua moglie, suo fratello, una delle sue nipoti e alcuni suoi cognati. Non penso, per carità, a chissà quali e poco nobili intenzioni, ma il fatto che Germoni non si sia reso conto di tale anomalia è una pur piccola raffica del vento individualista che sta spazzando l’Italia.
Qualche dettaglio. Avendo più di 15 mila abitanti, Recanati e Potenza Picena sono gli unici Comuni di questa tornata elettorale in cui dopo il primo turno potrebbe rendersi necessario il ballottaggio fra i due candidati sindaci più votati. Che Recanati, in particolare, sia una città di effervescenti contrasti politici e personali lo sappiamo fin dalla seconda metà del Novecento ed è inutile tornarci sopra. Ma questa caratteristica la si riscontra anche adesso, considerando che son in lizza ben 17 liste (14 le “civiche”, oltre a quelle ufficiali del Pd, di Forza Italia e dei Cinque Stelle) con ben 283 candidati a consiglieri. Potenza Picena, che ha qualche migliaio di abitanti in meno, mostra più “compattezza”, con appena cinque liste (abbiamo già detto che due di esse – “Centro Destra” e “Il Centrodestra” – si fa fatica a capire perché sono due, ma certamente vi si nascondono astutissimi calcoli) e con un totale di 74 candidati. Tornando a Recanati e alle sue proverbiali effervescenze, sarà interessante seguire l’esito del primo turno per constatare se vi sarà davvero un conflitto all’ultimo sangue o se questo sorprendente pullulare di liste non risponda, invece, a prestabilite e pacifiche intese di coalizione.
Un’ultima considerazione di carattere generale: visto che stavolta, e in tutti i 57 Comuni, si voterà anche per le Europee, sarà interessante verificare fino a che punto tale concomitanza avrà effetti sull’affluenza alle urne favorendo o sfavorendo, nelle due maggiori città, le ambizioni di Francesco Fiordomo e di Francesco Acquaroli, uno di centrosinistra e l’altro di centrodestra, il primo sindaco uscente e l’altro in lotta con Fausto Cavalieri, che impersona il centrosinistra. Anche questo, in fondo, contribuirà a dare un segno “politico” al voto nel Maceratese, specie se vi saranno ribaltamenti di maggioranze, a Recanati in danno di Francesco Fiordomo e a Potenza Picena a vantaggio di Francesco Acquaroli. Due Franceschi nell’epoca di Papa Francesco. Un segno del cielo?

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