Banca Marche e Fondazioni
La fine dei sogni?

Banca d’Italia avrebbe alzato l’asticella e richiede adesso un aumento di 300 milioni di euro. E tutto coperto da azioni. Nei probabili scenari futuri la perdita del controllo appare sempre più inevitabile. Come inevitabile sarà la drastica contrazione dei patrimoni e delle redditività delle Fondazioni. Drammaticamente a rischio le erogazioni sui territori. Niente sarà più come prima
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La sede di Banca Marche di Fontedamo a Jesi

La sede di Banca Marche di Fontedamo a Jesi

 

di Marco Ricci 

Insieme a Banca delle Marche in un colpo solo anche le tre Fondazioni che ne detengono il pacchetto di maggioranza – tra cui ovviamente la maceratese Fondazione Carima – subiranno da questa vicenda ancora in atto dei colpi da cui molto probabilmente sarà difficile rialzarsi e camminare come in precedenza. Ci vorrebbe forse un miracolo, ma uno di quelli che il più delle volte rimangono confinati nelle pagine dei libri sacri. Così la richiesta da più parti pervenuta alle Fondazioni di sottoscrivere l’aumento di capitale imposto da Banca d’Italia e un loro sforzo per il mantenimento del controllo locale sulla Banca appaiono solo buone intenzioni quasi prive di possibilità reali. Vediamone il motivo partendo appunto da quella che sembra essere l’ultima comunicazione di Banca d’Italia ai Presidenti delle tre Fondazioni.

Fino a una decina di giorni fa si era ipotizzato che l’istituto di Via Nazionale avesse chiesto un aumento di capitale per Bdm pari a 250 milioni di euro: 125 milioni in azioni e 125 milioni in obbligazioni convertibili. Questa ipotesi, già gravosa, avrebbe fatto perdere quote percentuali alle Fondazioni ma forse non in maniera tale da escluderle totalmente dal controllo dell’istituto bancario. L’ipotesi si basava però sullo scenario al 31 dicembre 2012, quando le perdite si erano attestate a 520 milioni

Il Governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco

Il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco

con rettifiche di valore di oltre 800 milioni. Oggi invece sono ancora in fase di accertamento ulteriori rettifiche che determineranno ulteriori perdite sul bilancio dell’esercizio 2013. Dunque una decina di giorni fa Banca d’Italia dovrebbe aver comunicato ai Presidenti delle tre Fondazioni che l’aumento debba essere di 300 milioni di euro. Aggiungendo inoltre che l’intera cifra sia coperta interamente con emissioni di nuove azioni. Particolare questo non di poco conto per gli scenari futuri e che rileverebbe non solo una diversa presa di coscienza da parte di Palazzo Koch della situazione della Banca marchigiana ma anche il proseguire nella politica del rigore e del controllo serrato sugli istituti di credito da parte del Governatore Ignazio Visco in vista della Vigilanza Unica Europea. Banca d’Italia riterrebbe dunque necessario un maggiore investimento diretto su Bdm. Il che, di conseguenza, comporterà una drastica diminuzione percentuale delle quote possedute dalle tre Fondazioni e della fetta a loro destinata di dividendi futuri.

Prima di addentrarci negli scenari probabili va fatta una premessa che vincola in maniera forte quello che sarà. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze infatti – titolare della vigilanza sulle Fondazioni bancarie – ha già comunicato alle stesse di non esporsi ulteriormente in Banca delle Marche per non pregiudicare il loro patrimonio. Questo significa – senza troppi giri di parole – che le Fondazioni non potranno sottoscrivere alcun aumento di capitale importante. Il loro ruolo nella partita, oltretutto, non sarà non solo molto limitato per i vincoli del Mininstero ma dovrà tenere anche conto della relazione del Governatore Visco del 31 maggio scorso. In un passaggio della suo intervento il Governatore ha invitato gli azionisti degli istituti di credito ad “accettare la diluizione del controllo favorendo all’occorrenza l’aggregazione con altri istituti”, oltre ad invitare le Fondazioni bancarie a “non condizionare le scelte gestionali e l’organizzazione” delle banche. Ancora Visco, sempre più attento dopo il caso Montepaschi anche alla situazione degli istituti di media e piccola dimensione e al ruolo delle Fondazioni, ha esortato le stesse a scegliere management adeguato con provate competenze tecniche. Un indirizzo dunque quello di Visco che, sebbene accusato da alcuni di eccessiva severità, non potrà non avere ripercussioni negli esiti finali della vicenda di Banca delle Marche e di cui va tenuto indubbiamente conto.

Se dunque la situazione è questa, è legittimo chiedersi chi sarà in grado di fare un investimento su Bdm che nelle sue dimensioni attuali e congiuntamente alle parole del Governatore relega ormai a terza ipotesi le possibili cordate di nostrani capitani di ventura. E qualora un acquirente non si riuscisse a trovare? Si aprono due prospettive diverse ma dall’esito finale piuttosto simile. In un primo caso l’aumento di capitale richiesto da Banca d’Italia va a buon fine. Nel secondo caso, forse più remoto, l’aumento non viene sottoscritto. In questa eventualità dovrebbe presumibilmente intervenire il Tesoro attraverso dei prestiti (normalmente a tassi molto elevati) e con ogni probabilità il Ministero di via Solferino chiederebbe a Banca d’Italia un intervento ancora più deciso per traghettare l’istituto verso altri lidi. Banca delle Marche finirebbe dunque in pancia a qualche gruppo bancario di maggiori dimensioni che di certo non lascerebbe il controllo nelle mani delle Fondazioni e della dirigenza attuale. Va sottolineato a questo proposito la durezza con cui Banca d’Italia nella sua ormai famosa comunicazione del 9 gennaio 2012 si è espressa proprio sulla vecchia governance e sull’inefficienza dei controlli interni.

Al momento comunque l’ipotesi che l’aumento di capitale venga sottoscritto appare la più probabile. Ma chi compra? E a quale prezzo? Bisogna tener presente che nel solo centro Italia ci sono già quattro istituti di credito commissariati e presumibilmente in attesa di investitori: Cassa di Risparmio della Provincia di Teramo, Banco di Spoleto, Cassa di Risparmio di Rimini e Cassa di Risparmio di Ferrara. Dalla lista dei possibili acquirenti sembra inoltre lecito escludere il gruppo Intesa-San Paolo che ha già quote rilevanti di mercato nelle Marche e che dunque rischierebbe di incorrere nell’antitrust. Così come Unicredit che, nonostante sembri una scelta gradita al Governatore, ha già un’enorme esposizione in Italia e nella nostra regione. Veneto Banca è sottocapitalizzata, così molti altri istituti di medie dimensioni e come lo stesso Banco Popolare, Banco che un report di Mediobanca darebbe come partner ideale di Bdm. Restano quindi alcuni gruppi esteri (Credit Agricole, BNP Paribas che detiene BNL), forse degli investitori istituzionali quali le Fondazioni che hanno venduto le proprie partecipazioni bancarie ai tempi delle vacche grasse e che oggi si ritrovano la cassaforte piena. Due di queste potrebbero essere ad esempio la Fondazione di

Andamento del valore delle azioni di Bdm negli ultimi 5 anni. Fonte: Banca delle Marche

Andamento del valore delle azioni di Bdm negli ultimi 5 anni. Fonte: Banca delle Marche

Perugia e quella di Fano. Siamo quindi presumibilmente di fronte alla situazione peggiore possibile: cinque gruppi solo nel centro Italia da salvare, 300 milioni di capitale da investire su Bdm, pochi o pochissimi acquirenti all’orizzonte. Ci si può allora porre una seconda domanda: a quale prezzo verrà comprata Bdm? E quanto di Bdm rimarrà in quota alle Fondazioni dopo l’aumento di capitale se venisse confermata la cifra di 300 milioni?

Per calcoli plausibili partiamo dalla situazione attuale. Dopo l’ultimo aumento di capitale, il numero delle azioni di Banca delle Marche è pari a 1 miliardo e 274 milioni e il titolo, all’ultima asta, è quotato 0,41 per azione. In discesa del trenta per cento dallo 0,6 di gennaio. Fondazione Carima, con il 22,51% del totale, ha in portafoglio circa 287 milioni di azioni ordinarie, al pari di Pesaro e poco più del doppio di quanto posseduto dalla Fondazione di Jesi. Con la pia ma non del tutto probabile ipotesi che l’aumento avvenga sul valore attuale di 0,41, le azioni complessive salirebbero al numero di circa due miliardi. Partendo da questa cifra, le Fondazioni di Macerata e Pesaro scenderebbero a possedere una quota di Bdm non più del 22,51% ma solo del 14%. E complessivamente le tre Fondazioni non avrebbero più il cinquanta per cento della Banca, limitandosi a possenderne circa il 35%.

Figura_2Non appare però molto probabile l’ipotesi che l’aumento venga sottoscritto al valore attuale delle azioni. Dato lo scenario generale è infatti immaginabile che il futuro acquirente possa fare in qualche modo il prezzo e pretendere il controllo della Banca. Nel grafico a fianco abbiamo ipotizzato per tre diversi possibili prezzi a quale percentuale di azioni corrisponde l’investimento di 300 milioni di euro. Il 50% di Bdm, come si noterà, è assicurato con un valore delle azioni tra 0,3 e 0,2, quasi la metà del valore odierno. Va aggiunto però che il controllo si può ottenere anche con una percentuale di azioni minore, senza per questo modificare di molto l’esito finale. L’estromissione delle Fondazioni. Sempre nella stessa figura, per i medesimi prezzi ipotizzati per le azioni, ne è riportata la percentuale complessiva che andrebbero a detenere Macerata, Pesaro e Jesi ferma restando la loro impossibilità di investire ulteriormente in Bdm. Si va da un massimo del 35% a un minimo poco superiore al 25.5%, tutti valori ben lontani dall’attuale.

 

Gli effetti dell’aumento di capitale non si limiterebbero in ogni caso solamente alla perdita parziale o totale del controllo. Ben più gravi saranno le conseguenze sul patrimonio e sugli avanzi di esercizio futuri delle tre Fondazioni, avanzi che fino ad oggi sono stati in buona parte frutto proprio dei dividendi dell’istituto di credito. Prendendo come esempio Fondazione Carima (il discorso è simile per Pesaro), nel grafico a fianco abbiamo illustrato – insieme alla percentuale che di Figura_3Bdm verrebbe a possedere – il valore delle 287 milioni di azioni attualmente in portafoglio, sempre a seconda del prezzo di emissione delle nuove azioni. I risultati, confrontati con la situazione attuale e con i valori inscritti a bilancio 2012 sono impietosi. E questo nonostante Fondazione Carima, a differenza delle due consorelle, abbia in via cautelativa già svalutato la propria partecipazione in Bdm. Una perdita di patrimonio che andrebbe dai 46 milioni dello scenario migliore che abbiamo immaginato fino ai 106 milioni dello scenario peggiore, per una quota posseduta della Banca che dall’attuale 22.51% sprofonderebbe in un intervallo compreso tra il 14.6% e il 10.3%.

Una diminuzione percentuale di azioni che porterà inevitabilmente e stabilmente ad una minore fetta dei dividenti e dunque sui territori a una stabile contrazione delle erogazioni. Se il Direttore Generale di Banca delle Marche Luciano Goffi parla di un ritorno all’utile – e dunque ai dividenti – non prima del 2016, è chiaro che anche dopo questa data nulla sarà più come prima: è molto difficile, se non impossibile, immaginare erogazioni dell’ordine dei 4-5 milioni di euro l’anno come avvenuto fino ad oggi. Oltretutto le tre Fondazioni perdendo il controllo della banca non determineranno più la stessa politica dei dividenti che fino ad oggi è stata molto generosa con gli azionisti. Saranno dunque altri soggetti, in funzione delle proprie convenienze, a stabilire la redditività delle azioni. Un colpo dunque durissimo oltre che ai piccoli azionisti anche ai territori che, come abbiamo visto negli approfondimenti sulla Fondazione Carima, fanno conto in molti ambiti di intervento delle

La Fondazione Carima

La Fondazione Carima

erogazioni delle Fondazioni stesse.

Lo scenario che si va prospettando quindi – alla luce anche delle nuove richieste di Banca d’Italia e del perseguimento della linea del rigore da parte del Governatore Visco – non è certo felice né per Bdm né per le tre Fondazioni. Una prospettiva che rischia di mettere fine a molti sogni e definitivamente ad ogni velleità di una banca del territorio. Su tutto comunque – anche alla luce negativa delle nuove criticità che stanno emergendo e in prospettiva positiva in funzione della capacità che avrà Luciano Goffi di risanare l’istituto di credito – aleggia una domanda che sarà dirimente per valutare l’esito finale. Quanto vale davvero Banca delle Marche?

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