Bancamarche, un silenzio assordante
Sotto le velleità della Fondazione nulla

IL PUNTO - Si affacciano cordate, Franco Gazzani dopo le sparate in assemblea tace e forse acconsente e all’orizzonte si profila la conquista da parte di Unicredit
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Carlo Cambi

Carlo Cambi

 

di Carlo Cambi    

Un assordante silenzio è sceso dalle parti della Fondazione Carima su Bancamarche. Strano che Franco Gazzani, il presidente della Fondazione maceratese che con il 26 per cento delle azioni dell’Istituto jesino è di fatto uno degli azionisti di riferimento, così solerte a presentare azioni di responsabilità non avverta la responsabilità delle sue azioni e della sua posizione. Perché se è facilissimo emettere giudizi e darsi un tono a posteriori, un po’ più complicato è ritagliarsi un ruolo credibile proiettandosi nel futuro. Il Governatore delle Marche Gian Mario Spacca – che di economia se ne intende essendosi formato alla scuola del centro studi Merloni – ha cominciato a tessere una tela di relazioni con le tre Fondazioni per tentare di portare a compimento l’operazione aumento di capitale, la sola che può salvare Bancamarche. Spacca lo fa perché comprende che l’Istituto jesino resta un presidio fondamentale per l’economia regionale e perché sa che un eventuale default o commissariamento di Bancamarche aprirebbe un vaso di Pandora dal quale difficilmente qualcuno andrebbe immune se non sotto il profilo penale almeno sotto il profilo dell’immagine. E’ noto che Bancamarche soffre di una gestione del credito attuata negli ultimi quattro anni tutt’altro che prudenziale. E’ la Banca dei palazzinari – e anche i furbetti del quartierino ebbero dalla banca marchigiana più di un appoggio – ha dovuto dichiarare che ha crediti incagliati per oltre 1,2 miliardi e qualcuno sussurra che ce ne sarebbero altri tre di difficile recupero.

Si sa che è esposta oltre ogni ragionevole garanzia con quattro o cinque gruppi di costruttori, ma certo non ha lesinato credito alla Antonio Merloni, né ad altri gruppi diciamo così d’interesse regionale. Nel senso che quel credito serviva a garantire un po’ di pace sociale e anche un po’ di buona reputazione per chi governa le cose marchigiane .  Insomma i cordoni della borsa di Bancamarche si sono allargati un po’ per le albagie dell’ex dg Bianconi, un po’ però anche per accontentare le convenienze politiche. Personalismo e “consensismo” sono un mix terribile per qualsiasi banca. Eppure c’è stata – a vedere gli atti –  almeno negli amministratori una buona fede. Magari venata da una certa ingenuità. Ricordo che in un colloquio abbastanza recente, l’allora presidente Lauro Costa – occorre ricordarlo espressione di Fondazione Carima –  ragionando della qualità dell’esposizione di Bancamarche ebbe a significarmi che la Banca si era trovata in qualche modo spiazzata dalla bolla immobiliare che aveva di fatto bloccato il mercato, aveva fatto svalutare gli asset e l’aveva posta di fronte ad un bivio: dismettere quei crediti annotando una perdita pesantissima o scommettere di nuovo su quelle imprese aspettando una ripresa del mercato con conseguente rivalutazione dei patrimoni e dunque un rientro a profitto dei crediti concessi? La Banca in un primo momento ha scelto questa seconda strada ben consapevole inoltre che una pesante crisi dell’edilizia avrebbe aggravato drammaticamente il quadro economico e sociale regionale. Certo a fronte di questo ci sono state altri giochi di prestigio: ad esempio la cartolarizzazione di alcuni crediti incagliati ceduti con una commissione capestro, certo l’aver ceduto asset immobiliari della banca trasformando uno stock in flusso per fare cassa, ma ottenendo due risultati negativi: abbassare i ratios di patrimonializzazione dell’Istituto e caricare la gestione di costi aggiuntivi per gli affitti delle sedi. E’ però vero d’altra parte che circa tre anni fa allo scattare di Basilea 3 (la direttiva europea che rende più stringente il credito e obbliga le banche, soprattutto quelle italiane, ad accantonamenti prudenziali davvero onerosi) Bancamarche superò lo stress test. Che cosa significa questo? Probabilmente che la banca è stata gestita in maniera strabica. Da una parte grande attenzione alla correttezza formale dei conti, quelli peraltro che venivano fatti vedere al Consiglio di Amministrazione, dall’altra disinvolta gestione dei crediti a clienti primari a fronte di un’occhiuta gestione del credito ai clienti più piccoli. Nella sua azione di moralizzazione (postuma) Fondazione Carima però sembra non aver compreso come sono andate davvero le cose. Ciò che Franco Gazzani sembra non aver valutato, e certo in questo è stato mal consigliato, è che la sua proposizione di azione di responsabilità oltreché velleitaria lo ha totalmente isolato dalle altre Fondazioni e oggi Macerata, che poteva e doveva giocare un ruolo da protagonista sulle sorti future di Bancamarche, di fatto si trova nell’angolo dove si è cacciata da sola. Lo dimostra il fatto che avendo espresso con Lauro Costa il presidente non è in grado di proporre un nuovo suo candidato al vertice, tant’è che giovedì un burrascoso CdA della Banca si è concluso senza che fossero nominati i sostituti di Costa e Ambrosini.

L'assemblea dei soci

L’assemblea dei soci di Banca Marche

E non è uno spettacolo decorso vedere che una nave in gran tempesta è priva di nocchiero. Ma Franco Gazzani, in quanto presidente di Fondazione Carima, ha commesso un ulteriore errore. Non solo si trova isolato, ma rischia seriamente di restare con il cerino in mano. Per tre fatti che cercherò qui di motivare e che contraddicono l’afflato di garanzia che il medesimo Gazzani ha preteso animasse la sua “azione di responsabilità” e cioè la tutela dei piccoli risparmiatori, della leadership maceratese nella banca e del patrimonio della Fondazione medesima. I tre fatti ruotano tutti attorno all’urgente e indefettibile aumento di capitale di Bancamarche che come si sa è articolato in 125 milioni di nuove azioni, in 125 milioni di obbligazioni convertibili (cioè trasformabili in azioni) che i bene informati dicono potrebbe salire a 300 e non essere del tutto sufficiente e nella prospettiva più che concreta – peraltro esplicitata nel piano industriale dell’Istituto – di non vedere un centesimo di dividendo per i prossimi tre anni. Il primo dato è che la Fondazione Carima non ha liquidità sufficiente per fare fronte alla quota di sua spettanza dell’aumento di capitale. La Fondazione – con un conto spannometrico – dovrebbe avere disponibilità di circa 60 milioni di euro da investire nell’aumento di capitale se vuole mantenere integra la sua quota di capitale. Si sa che la Fondazione aveva fino a tutto il 2007 in una gestione separata circa 35 milioni di euro di liquidità (caso curioso questa gestione separata era affidata ad un istituto diverso da Bancamarche, ma s’usa e non c’è da menar scandalo)  che è stata in parte destinata a sostenere un primo aumento di capitale di Bancamarche. Il secondo dato è che la cassa di Fondazione Carima non ha sufficiente capienza per fare fronte all’aumento di capitale (e qui un occhio alla qualità della gestione della Fondazione andrebbe pur dato). Ora se è vero come pare vero che Fondazione Carima non può fare fronte con le sue forze all’aumento di capitale viene da chiedersi se Franco Gazzani non debba subito cominciare a tessere alleanze con le altre Fondazioni, ma anche con il tessuto economico maceratese se vuole davvero tutelare gli interessi locali. Ma mentre Franco Gazzani si è distinto nello strillare ai quattro venti il suo afflato moralizzatore di questa eventuale attività non se ne sa nulla. Ecco da dove nasce il silenzio assordante.

Franco Gazzani, presidente della Fondazione Carima

Franco Gazzani, presidente della Fondazione Carima

Il secondo fatto è stato annunciato sulla stampa locale che parla di una possibile cordata che starebbe cercando di mettere in piedi l’avvocato recanatese Paolo Tanoni e che sarebbe composta dagli imprenditori jesini Walter Darini e Gennaro Pieralisi e da quelli anconetani Mario Pesaresi e Massimo Virgili con l’appoggio del fabrianese Francesco Merloni. Si tratta di una cordata open: aperta cioè ad una sorta di azionariato popolare. L’obbiettivo è chiarissimo: battere le Fondazioni sul tempo nella sottoscrizione dell’aumento di capitale, mandare le Fondazioni in minoranza e trattare con un eventuale socio forte. Ed è questo il terzo fatto. Si sussurra negli ambienti bene informati che Bankitalia stia facendo un discreto quanto convincente pressing su Unicredit perché entri con forza nel capitale di Bancamarche. Ovviamente la vigilanza centrale ha tutto l’interesse a risolvere il prima possibile la crisi di Jesi. Unicredit a quanto si sa non vorrebbe stare da solo nella partita – anche perché ci sono in Bacamarche gli interessi concomitanti di Intesa e si sa che i due colossi hanno sorta di patto di non belligeranza –  ed avrebbe avviato una due diligence riservata per valutare l’opportunità di ingresso in Bancamarche. E proprio a questo punterebbe la cordata dei privati:  rastrellare capitale per poi presentarsi come alleato possibile di Unicredit al quale eventualmente rigirare, in un secondo momento, il capitale acquisito contabilizzando una buona plusvalenza. In ogni caso Bancamarche sarebbe destinata ad altre mani che non a quelle delle Fondazioni. Ed è proprio questa l’accusa che Jesi (a suo tempo intenzionata a vendere la Banca  realizzando allora ottimi profitti e invece e stoppata in una battaglia neppure troppo gentile proprio da Macerata e costretta oggi a mettere una pezza a colori) e Pesaro muovono oggi a Fondazione Carima: di aver spaccato e indebolito il fronte delle Fondazioni conditio sine qua non per aprire le porte del capitale di Bancamarche a soggetti terzi. Esattamente il contrario di quanto Gazzani ha dichiarato di voler ottenere con la sua azione di responsabilità. Se le cose stanno così, ed è molto probabile che stiano così, si capisce perché Fondazione Carima in questi giorni, dopo aver agitato anche in assemblea di Bancamarche la tempesta, tace. C’è da domandarsi, ed è una domanda che giriamo a Franco Gazzani nella speranza che ci voglia rispondere, se lui tace perché acconsente alle nuove cordate ivi compresa Unicredit o semplicemente perché al momento non ha nulla da dire come dimostrerebbe l’inconcludenza del consiglio di amministrazione di Bancamarche. Insomma delle due l’una: o Fondazione Carima ha interesse a vendere e aspetta che si facciano avanti dei buoni compratori e per questo ora tiene un profilo basso e gioca d’interdizione per evitare che l’aumento di capitale vada a buon fine e incassare un premio di maggioranza cedendo le sue quote all’ultimo e spiazzando le altre due Fondazioni, oppure davvero il gioco si è fatto troppo complicato e duro per le forze di Fondazione Carima. Ma a questo punto non è tanto interessante se Fondazione Carima manterrà o meno il parziale controllo di Bancamarche. E’ interessante sapere se la Banca sarà ancora un presidio economico del territorio regionale oppure no. Ed è su questo che si gioca davvero una partita d’interesse generale.

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