Al tramonto il modello dell’autonomia del credito di Banca Marche

Quel faticoso punto d'arrivo di banca regionale doveva però essere anche un punto di (ri)partenza
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Maurizio Verdenelli

di Maurizio Verdenelli

Lo scoop, la ‘fumata bianca’ che Casse di Risparmio, finanza ed imprese attendevano ormai da qualche anno, la colsi a Macerata un sabato mattina, svoltato l’angolo della galleria sotto piazza Garibaldi. “E’ fatta! Domani si firma a Jesi!” mi disse Giorgio che mi trovai all’improvviso davanti, inverando il fatidico detto secondo cui è d’importanza primaria per un cronista trovarsi al posto sbagliato al momento giusto. La sparai quel ‘flatus voci’, in esclusiva, nella ‘prima’ de ‘Il Messaggero’ Marche’. Di sorpresa colsi anche il grande diplomatico, il ‘tessitore paziente’ di un ordito che sembrava a un certo punto non dovesse concludersi tanto che anche lui, ad un certo punto, aveva disperato di trovare sintesi finale nel progetto di una banca marchigiana. Giorgio, la mattina dopo, da Jesi, dal vertice di Fontedamo, mi telefonò infatti stupito: “Qui sono tutti incavolati per la notizia sul Messaggero e siccome è notorio che ti sono amico, pensano che sia stato io a dartela. Chi è stato, si può sapere…?!”. Ma tu! “Io, davvero…?”.
Giorgio Pagnanelli, primo presidente della Fondazione Carima, già direttore generale dell’Onu in Italia, era fatto così. Gli ero così amico che ogni tanto si dimenticava che la mia amicizia, che pure esisteva, era pur sempre condizionata al mestiere di cronista.
A Pagnanelli, diceva Alfredo Cesarini (per due mandati presidente di Banca Marche) si doveva se si era arrivati ‘a dama’. Non solo Cesarini ma l’intera assise, nel decennale di Banca Marche, lo consacrò in un commosso omaggio come il ‘pioniere’ del primo istituto di credito regionale.
Tuttavia anche Giorgio, nello studio istoriato di palazzo Galeotti dove campeggiavano sulla sua scrivania foto che lo ritraevano con i fratelli Kennedy, con vari papi e i Grandi del Mondo, aveva disperato come Napoleone nella poesia del Manzoni. Un giorno mi aveva confidato che tutto gli sembrava troppo difficile, più di allora, nel novembre del ’61 nell’ex Congo Belga quando si era trovato con un revolver puntato alla testa, inviato dell’Onu, unico bianco in una Kindu in preda a spiriti sanguinari in piena ‘caccia al bianco’ dopo che i tredici nostri aviatori erano stati trucidati nei loro alloggi.

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I magnifici Cavalieri del mondo bancario marchigiano si riunivano, infatti, già da tempo attorno ad un tavolo in quegli inizi del decennio ’90. Conclave che finivano invariabilmente con la fumata grigia: un ‘ni’. Eppure l’Europa ‘lo voleva’, c’erano da realizzare le cd economie ‘di scala’ ed insieme, alla prima stretta della crisi, da rimettere a posto non poche ‘cose’ nell’orticello marchigiano del credito e del risparmio che la potente Cariplo stava coltivando con successo, partecipando in modo cospicuo nel capitale di Carifermo e Carisj. C’era, di contro, sopratutto il problema delle governance, presidenti e direttori generali che sarebbero finiti nel gran tritatutto generale di un unico organigramma….Quanti alla fine si sarebbero trovati nei posti che avrebbero ‘contato’ nella progettata banca regionale, frutto di una tale concentrazione di potentati economici radicati sul territorio?
A mettere attorno ad un tavolo i Cavalieri ci avevano pensato le due Casse principali della regione: la potente ‘corazzata’ Carima, un pò fiaccata dal crack Federconsorzi ma che aveva un Ced importante a Piediripa e la Cassa di Pesaro la più patrimonializzata di tutte. La Carima, inoltre, era uscita stremata da un anno di duro lavoro per la fusione con la dissestata Cassa di Ancona che non era però avvenuta sul filo di lana tanto da far sussurrare al Dottor Sottile, il ministro Giuliano Amato, che la fusione ‘non era stata fatta …proprio perchè si stava per fare”. Questioni politiche e di governance con Ancona a fare come sempre la ‘parte del leone’ con Macerata, si sussurrò. Tuttavia della ‘partita’ per una banca regionale c’erano anche, da Jesi, la Popolare di Ancona (con ‘costole’ maceratesi: Camerino, Sarnano, San Ginesio e Potenza Picena), Fermo diretta da Graziano Frenicchi, Carifac guidata dal ‘maceratese’ Antonio Parisi Presicce, ed ancora da Jesi la ricca Cassa di Risparmio. Già, perchè tutto nacque all’interno del mondo delle Casse di Risparmio che il Regno Papalino aveva istituito e reso floride oltre 150 anni prima. Poi una dietro l’altra, Popolare, Fermo ed anche Carifac (Parisi, poulain dell’ex dg di Carima Enrico Panzacchi guardava con qualche sospetto Macerata che aveva lasciato da direttore centrale, qualche anno prima) declinarono l’invito all’ultima svolta: ‘tante grazie, ma noi restiamo così come siamo’. Parisi mi disse: “In fondo possiamo vendere quando vogliamo una parte del pacchetto azionario incamerando miliardi e restando autonomi”. Alla luce del ‘dopo’, si può dire che Carifac -avrebbe amato per qualche anno ancora definirsi una delle 16 Casse italiane ancora indipendenti- perse un’occasione di centralità marchigiana, essendo ora nel gruppo di Veneto Banca, però considerati gli attuali sviluppi di Banca Marche si potrebbe controbattere che in fondo tutto resta opinabile nel mondo del credito.
Dopo Fabriano e Fermo anche Jesi sembrò sul punto di lasciare. Ebbe bisogno di un lungo momento di riflessione. Ascoli, pur contattata, non lasciò mai, invece, grandi aspettative d’intesa.
Alla fine della conta erano dunque rimasti solo in due. Era il 1994. Le due Casse si trovarono di fronte al classico bivio tipico di un fidanzamento lungo: o ci si sposa o ci si lascia. Decisero per la prima scelta perchè entrambi si resero conto che non c’era alternativa a quelle ‘nozze d’interesse’. Poi ci fu un anno di corteggiamento serrato per chiudere il ‘triangolo’ con Jesi. Tutto sembrò compromesso il giorno prima del fatidico ‘si’: “Il Sole 24 ore” pubblicò che Cariplo, la terza Cassa di risparmio più ricca del mondo, aveva rilanciato per far saltare quel matrimonio ‘a tre’. La ‘proposta indecente’ ma assai allettante che Milano faceva a Carisj era un sovraprezzo di mille lire per azione rispetto a quanto le due ‘sorelle’ nubendi erano disposte a pagare. Tremarono tutti. I lombardi però quella volta trovarono contro una specie di giuramento di Pontida marchigiano. Era il secondo stop che incassava in quel periodo Cariplo che aveva da poco perduto l’asta americana per il Codice Hammer, alias Da Vinci. Una domenica a Fontedamo, Pagnanelli mi aveva confidato che il presidente ed amico Guzzetti (a due passi, lui confermò) era in partenza per New York ‘per acquistare il Codice di Leonardo’. Alla Cariplo riusciva ciò che voleva…ma nella sala della Casa d’Asta subì per mano di un ‘certo’ Bill Gates, un Carneade allora, una grossa delusione. Gates superò agevolmente i rilanci di Cariplo. “Gates…? Chi è costui?!” chiesi a Pagnanelli al telefono che meravigliato mi informava del flop di Guzzetti.
Il triangolo, intanto, all’ombra del ‘Betlemme’ di Federico II si stava completando mentre nelle ‘nuove stanze’ si assisteva ad un Manuale Cencelli sviluppatissimo…seppure Macerata mugugnasse per una presenza pesarese che ‘pesava’ di più seppure in modo silente nei vari servizi. Carisj, nonostante forti ostruzioni interne, nel 1995 aderì dunque da fondatore alla banca marchigiana rinunciando e disse ‘no’ a Cariplo che la compartecipava, per un chiarissimo motivo. Aveva costruito il centro direzionale di Fontedamo che rischiava di diventare una cattedrale vuota. Il ‘contratto di nozze’ previde che Fontedamo divenisse la ‘capitale di Banca Marche’.
Intanto il logo della nuova Banca, che geometrizza la geografia della regione, non piaceva. L’on. Gianfranco Sabbatini, pesarese, avrebbe fortemente voluto come immagine un’antica icona orientale: un cavalluccio (o asinello) carico di merci dall’acceso cromatismo. Nell’antica Cina stava a significare un titolo di credito. “Si sarebbe però capito poco e quindi abbiamo dato via libera al rettangolo Marche” mi disse Cesarini mentre tutti quanti, c’era anche il direttore generale in quota pesarese, andavamo in treno a Milano per una conferenza stampa. Piacque invece il nuovo nome che metteva definitivamente in soffitta il termine pre-risorgimentale di Casse: “Dobbiamo essere moderni” disse il presidente. Qualche imbarazzo arrivò dal primo testimonial di Banca ‘delle’ Marche (il complemento di specificazione resistette per poco): si trattava di un giovane impegnato in un’operazione allo sportello di Macerata. Era accaduto che ad un certo punto il testimonial avesse rivelato le sue perplessità: “Veramente io sono correntista presso un’altra banca…”. Fu rassicurato che non esisteva incompatibilità. Altri tempi.
Intanto a Jesi la ex ‘cattedrale’ si riempiva gradualmente. E Macerata cominciò ‘a svuotarsi’: pullman ogni mattina trasportavano i dipendenti nella nuova capitale bancaria regionale. Super Carima in fondo al Corso, una specie di Casa Rosada in termini di credito e potenza, divenne una sede quasi qualsiasi. A metà 2005, per celebrare il decennale, venne scritturato anche Rosario Fiorello che volentieri rinunciò alla grande serata celebrativa di Gigi D’Alessio per Banca Marche. In un parterre de roi, 2.700 invitati, presenti in prima fila Maria Paola Merloni, giunta un po’ in ritardo e subito salutata con deferenza dal noto presentatore, e l’allora presidente della Provincia, Giulio Silenzi insieme con il governatore Spacca. Fu una giornata che sancì ancora la potenza intatta di una Banca che sembrava poter fare a meno di ulteriori rafforzamenti: incorporazioni e fusioni mentre l’Europa avanzava tuttavia con il suo carico ignoto. Forse la nascita trigemellare, a due tempi, la mancanza di nuovi, significativi innesti, i mancati accordi in extremis con Perugia e dunque Firenze in un contesto dove le Marche non ‘bastavano più’ anche se la copertura del territorio restava impressionante ha portato a questa situazione di difficoltà. Forse il concetto di ‘Beata solitudo’ e quello dei ‘campanili’ presenti pure e sopratutto nel mondo bancario di questa ‘regione al plurale’ non lo ha permesso, così come circa vent’anni fa, una ‘piattaforma’ molto più larga (dopo l’acquisizione, di lì a poco, di Carilo, poco altro) al progetto di Banca regionale. Che avrebbe dovuto lanciare la sua sfida nazionale -il 30. posto nelle graduatorie e i 300 sportelli non servono a tantissimo nel contesto europeo- per reggere al peso della crisi. Forse, nel 1995, non si pensò che quel pur faticoso punto d’arrivo dovesse essere anche un punto di (ri)partenza. E, alla lunga, fu uno sbaglio.
Forse non capito in tempo. Tanto che ancora nella festa del decennale, il presidente jesino Tonino Perini, uno dei fondatori, s’attardava ancora a celebrare l’evento del 1995: “E’ stata vinta una sfida difficile: far comunicare i marchigiani tra loro, un tentativo definito da alcuni temerario. Ed ora, dopo le prime fasi di assestamento stiamo vivendo un periodo felice in cui diventa possibile anche esportare il nostro modello che resta fondato su: servizio al territorio, autonomia e forza della rete”. E sull’onda dell’irresistibile conduzione di Fiorella, musica, calembour e battute, anche Spacca chiosava: “Banca Marche ha dimostrato che in questa regione al plurale è possibile integrarsi”.
Non sono trascorsi neppure 8 anni da quella ‘convention’ piena di glamour e convinzione orgogliosa di un ‘modello da esportare’: un’eternità rispetto alla rapidità di una crisi devastante le cui dimensioni forse era difficile da prevedere tanto che appena due anni si pensava alla ‘ripresa’. Una crisi già segnalata, peraltro, a fine 2009 dal dg della stessa Banca Marche, Bianconi in un forum economico all’Università, promosso dalle Università di Macerata e Camerino dal tema fideistico ‘Oltre la crisi. Idee e proposte tra Macerata e il mondo’: “Ma quale Oltre la crisi?! Banca Marche sta reggendo quotidianamente una grossa diga che perde acqua in modo preoccupante. I fatturati delle aziende sono in flessione e i vincoli di Basilea2 pongono elementi di complessità ulteriore nel rapporto banca/imprese”.
Adesso il presidente ‘maceratese’ Lauro Costa annuncia che Banca Marche ce la farà da sola, dopo il disavanzo accertato di 518 milioni, mentre in gira negli uffici l’ipotesi di Credit Suisse e sopratutto, quello ricorrente, di Credit Agricole. Staremo a vedere sperando naturalmente in un ennesimo provvidenziale ‘coup de theatre’ dell’erede di coloro che furono le ultime protagoniste del ‘miracolo marchigiano’: le Casse di Risparmio.

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