La Fondazione Carima non c’era
E se c’era forse dormiva?

UN COMMENTO SUL CASO BANCA MARCHE - Due o tre cose da chiedere al presidente Gazzani
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Carlo Cambi

Carlo Cambi

 

di Carlo Cambi

 Io non c’ero e se c’ero dormivo. Questa è la sintesi del lunghissimo intervento del presidente di Fondazione Carima Franco Gazzani all’assemblea di Bancamarche che ha approvato un drammatico bilancio dell’Istituto e che Matteo Zallocco ci ha riproposto qui su Cronache Maceratesi (leggi l’articolo). Sì perché il presidente Gazzani presenta in forma apodittica affermazioni sulle quali è lecito discutere. Viene il sospetto che il suo discorso sia stato scritto e concordato con qualche funzionario della Fondazione, probabilmente dotato di un eccesso di super ego.  Le contraddizioni da cui è viziato l’intervento del Presidente Gazzani sono palmari e sono peraltro la plastica rappresentazione di come sia giunto ormai il momento di dire basta con le Fondazioni. Le banche devono essere assolutamente privatizzate e se sono pubbliche devono rispondere agli obblighi e sottomettersi ai controlli che devono renderle case di vetro.  Questo regime per cui le Fondazioni, enti pubblici, godono di una discrezionalità privatistica oltre ad essere inefficiente è moralmente insopportabile a maggior ragione in periodo di crisi.

Giuliano Bianchi e Franco Gazzani

Giuliano Bianchi e Franco Gazzani

E’ proprio questa natura ibrida che consente oggi al presidente di Fondazione Carima di cercare di smarcarsi dalla crisi di Bancamarche vestendo i panni del censore evidentemente dimentico degli atti da lui medesimo compiuti. Fino a sfiorare il ridicolo proponendo azione di responsabilità nei confronti non solo dell’ ex direttore generale di Bancamarche Bianconi, ma anche degli ex consiglieri di amministrazione. Tant’è che l’assemblea dei soci ha sonoramente bocciato questa balzana idea cogliendo la contraddizione in res che c’è nella posizione di Fondazione Carima che da una parte approva e avalla il bilancio per evitare il commissariamento della Banca – scongiurando così di perderne il parziale controllo – ma dall’altra volendo avviare una inutile azione di responsabilità che certo non può avere funzione risarcitoria non essendo nella disponibilità degli eventuali soggetti incolpati una capienza patrimoniale tale da ripianare il buco monstre dell’Istituto. Non so se il presidente Gazzani abbia valutato che questa velleitaria azione di responsabilità suona nei confronti di Fondazione Carima come un excusatio non petita accusatio manifesta. Poiché a me non piace fare affermazioni apodittiche cercherò di motivare questo mio diverso punto di vista. Andiamo con ordine.

Rivendica Gazzani di aver contribuito largamente al mantenimento di autonomia di Bancamarche nel momento in cui, soprattutto gli jesini, spingevano per vendere la Banca. E’ vero: ma non dice che in prima linea in quella battaglia vi fu il presidente della Camera di Commercio Giuliano Bianchi il quale da esponente di spicco e di passione del mondo dell’artigianato aveva ed ha ben presente che Bancamarche, come banca del territorio, era indispensabile per sostenere, soprattutto in periodo di di crisi, l’economia produttiva della regione costituita al 97 per cento da piccole imprese. Piccole come quella del presidente Gazzani. Il ragionamento di Bianchi e per conseguenza di Fondazione Carima era: se finiamo in mani “straniere” siamo sicuri che il circuito virtuoso che ha animato sin qui Bancamarche – e cioè raccolta dei risparmi regionali e reimpiego in larga misura a sostegno dell’economia regionale – continuerà? In forza di questo Fondazione Carima ha confermato per due volte Giuliano Bianchi nel consiglio di amministrazione della Banca. Ma sempre in forza di questo il presidente della CCIAA di Macerata in aperta polemica con i nuovi consiglieri di Bancamarche, ivi compresi quelli nominati dalla Fondazione Carima, aveva presentato le dimissioni che gli sono state fatte ritirare proprio perché con il rigore dei tecnici i nuovi consiglieri intendevano bloccare l’immissione di liquidità  nel sistema delle microimprese e a sostegno delle famiglie in nome di un riassetto dei conti dell’Istituto astratto e lontanissimo dalle esigenze dell’economia reale. Ma sempre in forza della battaglia per l’autonomia di Bancamarche Fondazione Carima non solo ha confermato Lauro Costa nel suo ruolo di consigliere di amministrazione della banca, ma ne ha ottenuto la nomina a Presidente. Il che a suo tempo è stato rivendicato, e giustamente, da Fondazione Carima come un successo. Ora è in grado di spiegare Franco Gazzani perché avendo confermato tanto Bianchi, che come si è visto si è battuto per mantenere la funzione di microcredito dell’Istituto,  che Costa, portandolo addirittura alla presidenza di Bancamarche, vuole fare azione di responsabilità proprio contro questi oltreché contro Bianconi?  Ecco perché tocca affermare che Gazzani – che ha guidato la Fondazione in tutto questo tempo –  ha implicitamente dichiarato io non c’ero e se c’ero dormivo. Perché delle due l’una: o la Fondazione è venuta meno come socio di riferimento di Bancamarche alla sua funzione di indirizzo e controllo oppure vuole affermare che i consiglieri da essa nominata hanno agito con una discrezionalità tale che se fosse accertata pone una domanda: ma se erano così eccessivamente indipendenti perché li avete confermati? Ma andiamo avanti. Sostiene testualmente Gazzani: “La Fondazione Carima avverte quindi un preciso dovere di chiarezza e di verità verso il proprio territorio nella consapevolezza che la comunità maceratese debba avvertire un danno addirittura quadruplo:

1) Impoverimento diretto e diminuzione della ricchezza dei risparmiatori/azionisti;

2) Minori erogazioni da parte della Fondazione

3) Minore sostegno della Banca a famiglie e imprese

4) Perdita del territorio della leadership in relazione al governo della Banca”.

Perdonerà il presidente Gazzani se gli faccio notare che proprio in forza del quarto punto da lui richiamato la Fondazione aveva il dovere di vigilare sulla corretta gestione di Bancamarche e caso mai di avvertire che l’ex direttore generale Bianconi aveva una visione , diciamo così, della gestione della Banca assai difforme dagli indirizzi  che tanto il CdA quanto le Fondazioni avevano dato. Certo Gazzani ricorda che dopo i warning di Bankitalia si sono cominciate a drizzare le orecchie, ma la domanda è: che è stato fatto prima dell’intervento della vigilanza centrale? Ecco da dove nasce il sospetto che da Parte di Fondazione Carima vi sia una excusatio non petita. Ma veniamo agli altri tre punti. Il primo. Perché Fondazione Carima non si è fatta promotrice per far posto nel CdA della Banca ai piccoli azionisti prima che deflagrasse il buco di bilancio? Se ha così a cuore il destino dei piccoli soci – che peraltro hanno anch’essi bocciato la velleitaria azione di responsabilità – poteva farsene carico ex ante. Ora questo richiamo ha un sapore vagamente demagogico. Secondo punto. Faccia una cosa il presidente Gazzani. Azzeri i gettoni di presenza nel CdA della Fondazione, tagli gli stipendi dei manager della Fondazione e ci faccia sapere per favore i costi veri di manifestazioni come Herbaria dandoci conto anche dei feed-back in termini di ritorno economico e di sviluppo d’impresa sul territorio. Vorrei porre una domanda al presidente Gazzani. Visto che ha a cuore le sorti delle imprese ci spiega quanti soldi ha impiegato non in elargizioni ma in sostegno di start up di nuova imprenditoria? Non sarà il caso che si cominci a discutere del perché Palazzo Ricci è sempre chiuso? Non sarà il caso che si cominci a interrogarsi anche sulla qualità del bilancio di Fondazione Carima e non solo sulla sua correttezza formale? Perché – ecco un’altra contraddizione – è abbastanza singolare strillare contro la discrezionalità della gestione di Bancamarche, promuovendo procedure d’incolpazione, e poi non accettare di discutere della discrezionalità di elargizione dei fondi della Fondazione. Ricordo solo per inciso che quando la Fondazione decise di togliere i contributi allo Sferisterio affermò stentoreamente che la Fondazione con i soldi suoi fa quel che vuole. Allora delle due l’una: o la Fondazione risponde al pubblico di soldi pubblici, oppure ha una gestione privatistica e nel bene gode e nel male sopporta le conseguenze. Fare due parti in commedia non è concesso.  Punto tre. Ha ragione Gazzani: Bancamarche deve continuare a sostenere le imprese e le famiglie. Caso strano però il consigliere di amministrazione che più si è battuto su questo fronte è anche uno di quei consiglieri che si vorrebbero colpire con l’azione di responsabilità e risulta che nel CdA di Bancamarche contro questa linea di sostegno all’economia reale si siano battuto alcuni degli altri consiglieri nominati da Fondazione Carima. Anche qui delle due l’una: o la Fondazione dimostra ancora una volta che non ha un controllo sui consiglieri che nomina all’intero della Banca, oppure essa medesima ha una linea di indirizzo ondivaga. In conclusione. Il caso Bancamarche piuttosto che sollevare azioni di responsabilità fa sollevare più di un dubbio sul fatto che la governance degli istituti bancari affidata alle Fondazioni abbia fatto il suo tempo. Se responsabilità di malagestione ci sono è più compito della magistratura accertarle che di chi a torto o a ragione ha avallato o non ha controllato le scelte fatte. Credo che piuttosto che impiegare energie in prese di posizioni che paiono più politiche che di strategia economica e certo di tecnica bancaria, la Fondazione farebbe bene a operare per ripristinare un rapporto fiduciario tra territorio e Banca  in modo da salvaguardare l’uno e l’altra. C’è alle viste un aumento di capitale di Bancamarche che richiede un clima di fiducia. A questo la Fondazione dovrebbe lavorare. Perché una cosa è certa: Bancamarche, ancorché disastrata nel bilancio, è e resta un indispensabile presidio per il sostegno e lo sviluppo della nostra economia. E se la Fondazione Carima ne perderà il controllo purché la Banca continui nella sua opera di sostegno dell’economia locale ce ne faremo una ragione.

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