BM, il Fondo Interbancario
farà la sua parte
“La bad bank utile alla good bank”

Il Fitd ha confermato la propria disponibilità nell'operazione di risanamento di Banca Marche che stanno predisponendo i commissari. La cessione del portafoglio crediti, agevolato dalle coperture dei rischi da parte del Fondo stesso, favorirà l'ingresso di nuovi partner
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fitddi Marco Ricci

Il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (Fitd) ci ha confermato, seppure nella linea di riserbo che caratterizza il momento, che farà la sua parte per rendere possibile il risanamento di Banca Marche, con un intervento teso principalmente ad accrescere le garanzie sul portafoglio di sofferenze e incagli che l’istituto dovrebbe cedere all’esterno. Una volta alleggerita dai crediti più rischiosi, per Banca Marche sarà più semplice vedere l’ingresso di uno o più soci privati. Secondo il Fitd, dunque, agevolare l’intervento della bad bank che acquisirà il portafoglio deteriorato non può far altro che permetter alla good bank, ovvero a Banca Marche, di superare più facilmente il complesso momento di difficoltà.

Il Fondo ha per statuto la tutela dei depositanti ma può anche intervenire, così come accaduto per Tercas, nell’agevolare il superamento delle crisi aziendali con operazioni di tipo diverso. Le risorse che mette in campo non sono alimentate con denaro pubblico bensì da parte del sistema bancario nazionale, con i singoli istituti che contribuiscono pro-quota. E’ facile a questo punto supporre che le banche nazionali, poco inclini in questi mesi ad utilizzare le loro risorse, reputino Banca Marche, alla fine degli interventi, in grado di rimettersi in carreggiata. Dall’altro lato la presenza del Fitd testimonia come la situazione patrimoniale dell”istituto, al di là delle tante facilonerie locali e delle teorie dei complotti, non fosse esattamente rose e fiori.

 

Giuseppe Feliziani, uno dei tre commissari di Banca Marche

Giuseppe Feliziani, uno dei tre commissari di Banca Marche

LO SCHEMA DI SOLUZIONE – L’uscita dalla crisi per Banca Marche, ancora in via di definizione, è comunque sempre nelle mani dei commissari Giuseppe Feliziani, Federico Terrinoni e Bruno Inzitari, e si basa al momento su tre pilastri. I primi due sono appunto l’intervento del Fondo Interbancario per la Tutela dei Depositi e la cessione del portafoglio deteriorato a una società specializzata in queste tipologie di crediti. Il terzo pilastro, ovvero un partner industriale o una cordata, si renderà invece necessario per ripatrimonializzare l’istituto, permettendogli di riprendere ad operare a pieno ritmo. Quasi nulli sono invece i margini di intervento delle tre Fondazioni principali azioniste di Banca Marche. A Pesaro, Macerata e Jesi rimarrà poco altro che restare a guardare il puzzle in via di composizione, conoscendo solo alla fine quanto patrimonio delle tre istituzioni sarà andato in fumo dopo l’era Bianconi.

Rispetto ad altre recenti ristrutturazioni, come ad esempio il caso di Tercas, per Banca Marche si prevede come detto l’ingente dismissione del portafoglio tossico, quei 3-4 miliardi di euro di crediti deteriorati che dovrebbero finire al Nuovo Credito Fondiario (Fonspa), il quale si assumerà, in qualche modo, il ruolo di bad bank di Banca Marche. Qualora andasse a buon fine, l’operazione avrà importanti ricadute positive per la good bank, cioè per quella Banca Marche 2.0 che ha retto, in particolare sul fronte della raccolta, durante la Via Crucis di quest’ultimo anno e mezzo.  Per esemplificare con un’immagine banale, è come se un’automobile venisse aiutata a scaricarsi del carico più pesante (portafoglio deteriorato), non solo per ripartire più leggera ma anche per invogliare un investitore a mettere il pieno di benzina (patrimonio).

Banca_Marche_Jesi (2)Punto nevralgico della cessione dei crediti sarà il valore di vendita di questo portafoglio non performante. Se, come sembra, Banca Marche  ha effettuato nell’ultimo anno coperture prudenziali dei crediti deteriorati e valutazioni congrue all’attuale mercato per i beni posti a garanzia, le garanzie aggiuntive ipotizzate del Fitd (si parla di 400-500 milioni) renderanno l’operazione di cessione indolore, non andando ad intaccare ulteriormente i bilanci dell’istituto di credito. Questo almeno sembra essere lo scopo ultimo del Fondo Interbancario. Alleggerito dai crediti malati, per l’istituto guidato dai tre commissari sarà più semplice trovare un partner industriale, considerando come non sia trovato nessuno disposto ad investire quei 700-900 milioni di euro che sarebbero stati necessari. Sebbene il termine incuta timore, l’entrata in scena della bad bank avrà dunque per Banca Marche una valenza positiva, ma forse anche per l’intera regione.

Fonspa – magari supportata da qualche fondo e meno assillata di Banca Marche dalla necessità di patrimonio – potrà forse gestire con più calma l’ingente portafoglio immobiliare posto a garanzia dei crediti, un fattore questo non secondario per l’economia marchigiana. Come paventato qualche settimana fa dallo stesso Governatore Spacca, l’eventuale necessità di porre gli immobili tutto di un colpo sul mercato per fare patrimonio, oltretutto in una fase ampiamente negativa del mercato, darebbe un colpo mortale alla già traballante economia marchigiana. Si immagina che Fospa, qualora acquisisca il portafoglio deteriorato di Banca Marche, possa e voglia gestire al meglio le cessioni degli immobili. Allo stesso modo potrebbe concedere la possibilità agli imprenditori di rimodulare le posizioni oggi in difficoltà ma che, nel medio-lungo periodo, hanno qualche possibilità di ripresa.

Fonte: BorsaItaliana.it

Fonte: BorsaItaliana.it

PERCHE’ IL SISTEMA VUOLE LE BAD BANK – I problemi derivanti dai portafogli deteriorati e l’idea di far confluire questi asset verso una o più bad bank, capaci di gestire questo tipo di crediti, sono comuni a molti istituti. L’intero sistema bancario italiano ha accumulato più di 160 miliardi di euro di sole sofferenze. Gli accantonamenti necessari a coprirne le svalutazioni, di riflesso, hanno costretto a congelare il patrimonio delle banche riducendo così le possibilità di erogare nuovo credito, un circolo vizioso apparentemente senza via d’uscita. Per tamponare questa situazione, i primi istituti italiani che si stanno muovendo per esternalizzare i crediti malati sono Intesa San Paolo e Unicredit. I due colossi sono intenzionati a far confluire parte del loro portafoglio deteriorato a una società di nuova costituzione il cui capitale verrà sottoscritto principalmente da fondi e investitori privati. Lo stesso Ignazio Visco, poche settimane fa, ha dato la benedizione a questa operazione, ma Banca d’Italia ha forse nel cassetto un progetto ancora più ambizioso. Cioè la creazione di una bad bank italiana di sistema, sulla scia di quanto fatto dalla Spagna attraverso Sareb, società la cui creazione ha permesso alle banche spagnole di evitare il disastro.

Le bad bank hanno poco a che vedere con le bad company, le società che spesso vengono create durante i piani di ristrutturazione aziendali per poi avviarle verso la liquidazione dopo il trasferimento, da parte della società buona, dei crediti e sopratutto dei debiti. Un caso del genere è avvenuto pochi anni fa per Alitalia. Una bad bank è piuttosto un istituto di credito o una società specializza nella gestione dei portafogli deteriorati e dell’ingente quantità di garanzie, spesso immobiliari, connesse a questi prestiti. A differenza dei normali istituti di credito, queste società non sono assillate dai problemi contingenti di patrimonio tipici della banche ma possono permettersi tempi più lunghi per recuperare il più possibile ed evitare le fasi negative di mercato. In Italia il primo caso di bad bank fu la Sga, società creata da Intesa circa dodici anni fa per contenere i crediti spazzatura del Banco di Napoli. Superando forse le più ottimistiche previsioni, la Sga si è rivelata una gallina dalle uova d’oro, andando fin’ora a recuperare circa 5 miliardi di euro dei 6.5 miliardi di finanziamenti incagliati o in sofferenza. Nel caso di Banca Marche, come detto, non si andrebbe a creare una nuova società ma i crediti deteriorati finirebbero a Fonspa la quale è specializzata nella gestione di questa tipologia di portafoglio.

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