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I ritardi nella ricostruzione
provocati solo dal decreto 189?

IL PUNTO - Ma quando fu emanato, nel 2016, nessuno l’ha letto nelle quattro regioni in cui diveniva esecutivo? Nessuno si è accorto che avrebbe soltanto creato problemi? Nessun tecnico si è “ribellato” rifiutandosi di eseguirlo? Nessuno ha fatto sapere al ministero che era una demenza? Si può sollevare il sospetto di un fenomeno di “complicità”? L’ultima scossa di magnitudo 4.1 ci ha richiamato alla realtà. Bisogna completare la messa in sicurezza degli edifici pericolanti e le nuove costruzioni debbono essere assolutamente antisismiche. Non ci si può accontentare del “miglioramento sismico”
martedì 3 Settembre 2019 - Ore 14:43 - caricamento letture
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Ugo Bellesi

 

di Ugo Bellesi

La faglia sismica individuata tra il Vettore e il monte Bove ha fatto trascorrere solo di due ore l’ultimo giorno d’agosto per ricordarci chi è il padrone che comanda: il terremoto, che ha riportato angoscia e sfiducia nella popolazione dei Sibillini, ma che ci ha invitato a fare presto a mettere in sicurezza gli edifici pericolanti e a ricostruire con l’adeguamento sismico (e non con l’effimero “miglioramento”). E soprattutto ci ha detto che la faglia conserva purtroppo una notevole energia. Ma intanto ci risulta che non è stata ancora completata la microzonazione sismica di terzo livello.

Il commissario Piero Farabollini

Frattanto nelle settimane scorse il commissario Piero Farabollini, in una intervista, ha esplicitato molto bene cosa ha ritardato la ricostruzione: «All’inizio – ha dichiarato – ci fu cattiva gestione e il primo decreto fu un ostacolo»  per le decisioni prese subito dopo il sisma. E quindi spiega meglio quale fu il danno provocato dal decreto 189 dicendo: «Si è scelto di gestire la ricostruzione con norme ordinarie, governance e competenze frammentarie. Il decreto 189 del 2016 paradossalmente si è rivelato il primo ostacolo ad una visione organica della ricostruzione in senso strategico e operativo. Tra l’altro ha impostato la ricostruzione dei borghi appenninici sul modello di quella dei capannoni industriali dell’Emilia-Romagna, adottando il modello “sisma 2012” con tutte le conseguenze del caso». Un’impasse che si è cercato di superare varando delle «norme per risolvere le piccole difformità edilizie fino al decreto sblocca cantieri».

Alessandro Gentilucci

A questo punto è lecito domandarsi: Ma quando fu emanato quel famigerato decreto 189 nessuno l’ha letto nelle quattro regioni in cui diveniva esecutivo? Nessuno si è accorto che avrebbe soltanto creato problemi? Nessun tecnico si è “ribellato” rifiutandosi di eseguirlo? Nessuno ha fatto sapere al ministero che era una demenza? Come è potuto accadere tutto questo? Si può sollevare il sospetto di un fenomeno di “complicità”? 

La zona rossa di Pieve Torina oggi

Più recente è invece un’intervista rilasciata dal sindaco di Pieve Torina Alessandro Gentilucci che è stato ancora più esplicito del commissario Farabollini: «Non ci sono le condizioni normative – ha detto – e non ci sono le condizioni tecniche per la ricostruzione non solo della parte pubblica, dove i passaggi sono eccessivi e un grande controllo con una scrupolosa attenzione alle varie attività svolte dagli Uffici tecnici e alle varie criticità di tutte le fasi e non c’è la capacità di essere veloci in funzione della ricostruzione. Ma noi dobbiamo avere la forza e il coraggio di andare avanti». Più oltre ha sollevato un dubbio atroce: «Se c’è un disegno di ordine differente che venga esplicitato a tutti i cittadini ma anche ai sindaci che seguitano a lottare contro mulini a vento!» Sono considerazioni che meritano rispetto soprattutto perché pronunciate da un sindaco che ha «il 93% del suo territorio inagibile» e si rammarica soprattutto perché «Il non aver distinto il cratere in fasce, in base all’indice di danno e in percorsi specifici, che dovevano funzionare per alcuni territori piuttosto che per altri, è il vero danno di questa ricostruzione».

E a questo punto si inserisce perfettamente la denuncia lanciata da Legambiente: «Senza una visione di futuro, è probabile che fra due o tre decenni le case siano di nuovo in piedi, ma nella desertificazione sociale ed economica».  Della mancata ricostruzione si è occupato anche Vito Crimi, delegato alla ricostruzione nominato dal governo Di Maio-Salvini, il quale ha dichiarato che, per accelerare le pratiche «Occorre prendere in seria considerazione l’introduzione di una procedura speciale che consenta l’avvio dei lavori in virtù di una mera comunicazione da parte del professionista incaricato (al quale va riconosciuto adeguatamente tale impegno) e che garantisca la correttezza della documentazione, spostando i controlli a valle». E’ un’idea già avanzata da altri, anche del sindaco di Pieve Torina, di cui se ne può parlare a lungo ma, se chi deve approvarla non ne sa nulla, è evidente che resterà lettera morta. E intanto la desertificazione dell’entroterra, di cui abbiamo parlato più volte, non è più una ipotesi ma è diventata una realtà. Infatti, calcolando che la provincia di Macerata aveva 320.308 abitanti nel 2016 mentre oggi ne conta soltanto 313.668, è chiaro che si è avuta una perdita esatta di 6.640 abitanti, con una media di 2.000 l’anno. Ovviamente non sono tutti emigrati perchè la diminuzione dipende anche da minori nascite. Ma il fenomeno è davvero allarmante.

Pieve Torina

D’altra parte le difficoltà economiche si fanno sentire anche nel settore dell’agricoltura. La Coldiretti ha documentato che, nell’Italia centrale, ci sono stati seicento milioni di perdite nei tre anni successivi al sisma per il crollo delle produzioni e delle vendite, senza contare i danni strutturali a stalle, case e fabbricati rurali. Nella sola provincia di Macerata, tra il 2015 il 2019, sono andati persi 160 milioni di euro.  Ma i danni sono rilevanti anche per la piccola economia “domestica”. Quella che si verificava, prima del sisma, quando arrivavano nei piccoli centri di montagna i proprietari delle seconde case per rifornirsi di generi alimentari, specie il sabato e la domenica, come pecorino, ricotte, castagne, trote, funghi, ciauscoli, animali da cortile “ruspanti” e uova per riportarli poi nelle loro città di residenza e di lavoro. Mentre questi stessi cittadini, specialmente d’estate, creavano una vera e propria economia turistica. Non di grandi cifre ovviamente ma utile per dare vita ai centri oggi distrutti dal sisma.  C’è anche da registrare uno spostamento di persone dalle zone maggiormente colpite dal sisma verso quelle marginali. Infatti ci sono città più strutturate, anche economicamente, che hanno meglio assorbito i danni del sisma. E’ così che ad esempio dal nostro entroterra alcune attività di ristorazione (pizzerie, tavole calde ecc.) si sono trasferite sulla costa. Cosa che invece non si è verificata per i piccoli artigiani che non hanno potuto approfittare dei benefici della delocalizzazione.

Luca Maria Giuseppetti

E a questo punto, per comprendere meglio le difficoltà cui vanno incontro spesso i terremotati, è utile riportare il punto di vista del sindaco di Caldarola, Luca Maria Giuseppetti, che ha dichiarato: «In questo periodo di ferie anche gli uffici preposti hanno ridotto il personale, lasciando pagamenti e liquidazioni fermi nei già polverosi cassetti con diverse ditte che attendono il risarcimento dei lavori di messa in sicurezza già eseguiti da tempo». Aggiungendo poco più avanti: «Per rendere la situazione sempre più difficile vengono a volte cambiate le normative in corso d’opera, alcune con valore retroattivo, per creare confusione e ulteriori lungaggini». Respinge poi l’accusa che spesso si rivolge ai Comuni di essere troppo lenti nel presentare le domande e spiega che «Ogni volta viene cambiato qualcosa, le domande sono rigettate e vengono richiesti sempre più dettagli e cavilli che praticamente rendono impossibile il già articolato lavoro degli uffici comunali».
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