Sisma, desertificazione programmata?
Sono bastati ritardi e inefficienze

IL COMMENTO - Subito dopo il terremoto sono mancate le competenze giuste per chi deve affrontare un’emergenza simile. E' stato sufficiente mettere i bastoni tra le ruote ad alcuni meccanismi per bloccare tutto. E i terremotati hanno reagito cercando altre sistemazioni fuori dal cratere. E’ per questo i progetti presentati per la ricostruzione sono pochi
- caricamento letture
Print Friendly, PDF & Email

 

macchie

Macchie, Castelsantangelo

 

di Ugo Bellesi

Alcuni quesiti sollevati nel nostro ultimo articolo sulla situazione delle zone terremotate del maceratese hanno sollevato particolare interesse. Purtroppo non hanno trovato le risposte che ci aspettavamo. Si parlava di errori, inadempienze, ritardi, appelli inascoltati e ci chiedevamo: “Perché è potuto succedere?” e “A chi giova quanto accaduto?” La risposta più semplice alla prima domanda è arrivata, a commento dell’articolo, da Sauro Micucci, il quale spiega: “Per tutti gli inetti, incapaci, addetti ai lavori messi dalla politica e soprattutto dai politici”. Mentre alla seconda domanda risponde così: “Hanno usato il terremoto per attirare qualche voto da chi il terremoto ce l’aveva ancora addosso, sopra e sotto e che faceva tremare la testa e rimanere svegli di paura la notte”.

ConvegnoCM_Terremoto_FF-12-e1543082439487-325x326

Ugo Bellesi

Un’altra risposta, sia pure indiretta, l’abbiamo trovata in un articolo dell’avvocato Giuseppe De Rosa, direttore del settimanale “Orizzonti di Marca” il quale ha così spiegato la situazione: «Non s’erano fatti i conti con la realtà, solitamente più complessa, più difficile da pilotare. Emersero le incapacità, anche quelle a vari livelli. Perché è evidente che la buona volontà non basta se non è accompagnata dalla conoscenza delle cose e da capacità individuale e di gruppo. Il nostro naufragio iniziò in quei giorni». E più oltre completa il concetto: «La gente inizia a essere scettica…di un’idea complessiva sul futuro delle terre del sisma non v’è traccia, l’unità di intenti tra comuni che hanno subito il terremoto è politica sconosciuta. La rassegnazione inizia a prevalere». Ma il discorso non si può chiudere così semplicemente.

Se tu istituzione incarichi il sindaco di un Comune di annunciare che tra una settimana arrivano le Sae, e invece queste vengono consegnate un mese oppure un anno dopo, deve essere chiaro che a quanti sono in ansiosa attesa di avere un tetto sopra la testa si provoca un trauma sotto forma di sfiducia, di delusione, di rabbia. Tutti sentimenti che provocano la decisione di abbandonare quel territorio. Se poi le Sae vengono consegnate per estrazione, come al lotto o alla tombola, e la casetta dei figli si verrà a trovare ad uno o due chilometri di distanza da quella dei genitori, tu istituzione devi pensare che provochi un disagio enorme e alla prima occasione i delusi cercheranno di andarsene.

sae-umido

L’umidità è un problema ampiamente diffuso nelle sae

Su tu istituzione mi dici che le Sae sono state progettate per zone di montagna e poi scopro che il boiler salta per il ghiaccio e che la condensa fa infradiciare i pannelli e i pavimenti, dove spuntano anche i funghi, allora è chiaro che i terremotati sono stati ingannati. E soprattutto non possono credere più nella ricostruzione e nel ripristino dei servizi. Quindi si reagisce abbandonando l’entroterra. Se tu istituzione mandi agli allevatori le stalle provvisorie dopo che è nevicato, oppure gli interessati scoprono che le stesse non hanno gli allacci per l’acqua e la luce, creando problemi gravissimi, allora vuol dire che non c’è neppure rispetto per chi fa un mestiere durissimo e si trova da solo ad affrontare il gelo e la tempesta di neve. Se tu istituzione chiudi i piccoli ospedali oppure sopprimi il reparto di ostetricia è evidente che tu stessa non credi più nella rinascita dell’entroterra. E la reazione dei terremotati potrà essere soltanto quella di cercarsi subito una località dotata di maggiori comodità e servizi. Se tu istituzione a tre anni dal sisma ancora non hai riaperto tutti i collegamenti stradali significa che non hai alcun interesse alla ripresa economica di un intero territorio. Analogo messaggio arriva ai terremotati quando gli sportelli bancari chiudono, quando non si trova un bancomat, quando non vengono restaurate né le caserme dei carabinieri né le sedi comunali (che dovrebbero avere la precedenza su altri edifici pubblici), quando il ricovero per anziani si trova ancora in una città vicina (quelli di Pioraco sono ancora “esiliati” nella casa di riposo Matelica) e si potrebbe continuare all’infinito.

IMG-20190723-WA0023-325x244

L’assemblea di Inarsind a Caldarola

Tu istituzione, pur ammettendo che ci siano degli inetti (così sostiene Micucci), pur riconoscendo “incapacità” e “non conoscenza delle cose” in altri personaggi (come afferma De Rosa), non potevi non sapere che tutti questi problemi avrebbero soltanto incentivato l’allontanamento della gente dall’area montana e pedemontana. Quindi possiamo anche concedere che la desertificazione “non è stata programmata” (ci sarebbe voluta una mente “diabolica”) ma bisogna pur riconoscere che si è consentito che succedesse di tutto per rendere invivibile l’esistenza della gente nell’area terremotata. E potremmo concludere qui il discorso. Ma a sostegno della nostra tesi è arrivato qualche giorno fa un comunicato dell’Inarsind, associazione d’intesa sindacale degli architetti e ingegneri liberi professionisti interprovinciale delle Marche, di cui è presidente l’ing. Roberto Di Girolamo di Camerino. Nel documento emerge una situazione veramente incredibile e cioè che questi liberi professionisti lavorano da tre anni «senza incassare un euro… cercando di applicare norme fatte con i piedi», sopportando «e paturnie degli uffici tecnici che chiedono cose diverse per 138 Comuni del cratere», cercando nel frattempo di spiegare ai terremotati «che il contributo non copre un lavoro ben fatto» mentre «i politici continuano a dire che tutto è pagato, ma questo non è vero», infine correndo «dietro alle banche che per un nonnulla ritardano i pagamenti». Frattanto alcuni tecnici in un documento hanno denunciato «tempi e modalità di pagamento assurdi» anche per la mancata emanazione dell’ordinanza che consente l’anticipo del 50% del dovuto (già previsto dal decreto Genova).

Bastano queste poche righe per trovare una risposta a tutti i quesiti che avevamo sollevato nell’ultimo articolo. Adesso è tutto chiaro. La desertificazione è in atto e non è stato necessario programmarla (come si era sospettato) perché è bastato mettere i bastoni tra le ruote di alcuni meccanismi per bloccare tutto. Le macerie restano sulle strade, le zone rosse troppo lentamente vengono “liberate”, la gente che sperava nella rinascita inesorabilmente se ne va via, pochissimi interessati presentano i progetti per ristrutturare le loro case, alcuni comuni sono ancora impegnati con la messa in sicurezza degli edifici, altri debbono ultimare le perimetrazioni, mentre i tre centri maggiormente danneggiati, Visso, Ussita e Castelsantangelo, si trovano nelle condizioni peggiori per essere stati inseriti nella zona a rischio idrogeologico R4 per possibili esondazioni del fiume Nera, che appartiene al bacino del Tevere. E’ per questo che a suo tempo era stato chiesto un uno “strumento pianificatorio” con le prescrizioni necessarie per una corretta e rapida ricostruzione e poter partire con i lavori nel 2020. Se i tempi saranno rispettati si sarà perso un altro anno. Visso tuttavia può vantarsi di aver anticipato i tempi con un intervento fatto sul fiume Nera e altri lavori sul Fosso Le Rote.

Spuri

Cesare Spuri

Considerato tutto questo resta valido il giudizio espresso a suo tempo da alcuni sindaci dei Comuni più danneggiati e cioè che «il cratere sismico individuato è troppo vasto». E qui vale la pena ricordare il giudizio espresso nell’aprile scorso dal sindaco di Caldarola, Luca Maria Giuseppetti: «Le cose non possono marciare se bisogna parlare con 140 Comuni, quando quelli veramente feriti sono una quarantina». Sulle prospettive più immediate i calcoli più precisi li ha fatti l’ing. Cesare Spuri, direttore dell’Ufficio speciale per la ricostruzione: «Oggi, in media, vengono presentati 3.500 progetti all’anno. In tutto ci aspettiamo di ricevere circa 30.000 progetti. A questo ritmo, per avere il totale dei progetti stimati, bisognerà attendere più o meno i prossimi dieci anni». E questo soltanto se egli riuscirà a mantenere nel suo ufficio l’attuale organico e in particolare gli interinali che sono in scadenza il 30 settembre. Spuri tuttavia spera soprattutto di avere un organico più ampio con prospettive di contratto non precario. E allora noi ci domandiamo: c’è qualcuno che gli mette i bastoni tra le ruote?



© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page




Quotidiano Online Cronache Maceratesi - P.I. 01760000438 - Registrazione al Tribunale di Macerata n. 575
Direttore Responsabile: Matteo Zallocco Responsabilità dei contenuti - Tutto il materiale è coperto da Licenza Creative Commons

Cambia impostazioni privacy

X