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Tre anni dal sisma, Orietta Varnelli:
«Siamo in un dopoguerra,
impossibile andare avanti stando divisi»

INTERVISTA - L'imprenditrice guida una delle aziende chiave dell'entroterra. Tra le cose positive degli ultimi 36 mesi «La solidarietà e le nuove forme di cittadinanza attiva. Siamo nel luogo più bello del mondo, vanno garantiti investimenti compatibili con lo sviluppo sostenibile e preservata l’identità dei borghi storici»
sabato 24 Agosto 2019 - Ore 20:50 - caricamento letture
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Orietta Varnelli

di Federica Nardi

Terzo anniversario del sisma del 24 agosto 2016 e un quarto anno da affrontare per l’entroterra Maceratese ferito dal terremoto e dove la ricostruzione non c’è. Ma le occasioni ci sono e anche le persone pronte a prendere in mano il futuro del territorio. A ricordarlo è Orietta Varnelli, titolare di un’azienda simbolo dell’entroterra e voce lucida e determinata nell’indicare non tanto una facile soluzione quanto un possibile percorso da intraprendere. Rigorosamente uniti: «Se noi per primi non lavoriamo per garantire una massa critica che sappia lavorare intorno ai propri bisogni ed esigenze come un unico soggetto la possibilità che l’attenzione resti sui nostri territori si riduce ulteriormente».

Qual è il suo stato d’animo oggi, rispetto all’occasione dell’anniversario?

E’ il giorno del cordoglio per i tanti che quella notte persero la vita. A questo si aggiunge il ricordo di un passaggio che fu una prima criticità anche per il nostro entroterra senza poter presumere verso quale tragedia il nostro territorio stesse andando. L’inizio di una sequenza sismica che ci ha portato al dopoguerra con cui ci confrontiamo quotidianamente.

Muccia

Cosa è accaduto di negativo e di positivo in questi tre anni nel territorio?

Partiamo dal positivo. Tanta solidarietà è stata rivolta ai territori del sisma, anche con l’evidenziarsi di una nuova attenzione riservata in generale all’Appennino ed alle virtuose comunità che lo abitano. Il terremoto ha acceso i riflettori – ahimé attraverso un dramma – sulle tante pregevoli peculiarità delle aree interne appenniniche e ciò può rappresentare un elemento da cui ripartire. Altro segnale positivo sono le nuove forme di cittadinanza attiva, nuove forme di associazionismo. Rispetto al dramma di una comunità che ha rischiato di perdersi e disperdersi, queste iniziative sono piuttosto nuove per il nostro tessuto sociale. Di negativo non mi soffermerei sulle solite “storie” della burocrazia, che in un ambito così complesso non può non esserci e non può non gravare. Penso sia inutile soffermarsi solo su quegli aspetti che già sono attenzionati e su cui speriamo che si possano trovare spazi di miglioramento di volta in volta. Che la burocrazia rallenti è un dato di fatto, figuriamoci di fronte a una ricostruzione così poderosa come quella di cui abbiamo bisogno. Più negativo trovo che non si abbiano segnali molto incisivi al livello di partecipazione che servirebbe nel riscrivere il futuro dei nostri territori. Perché comunque mentre continuiamo a occuparci del presente dobbiamo riscrivere il futuro. E di quel futuro se ne dovranno occupare i cittadini. Se da un lato le esperienze di cittadinanza attiva sono importanti perché i cittadini si sentono in dovere di garantire il proprio futuro, dall’altro bisogna far sì che trovino luoghi dove essere ascoltati. Serve una sintesi virtuosa tra nuove forme di cittadinanza attiva e una programmazione delle strategie di sviluppo del nostro territorio, in cui questa cittadinanza attiva trovi spazio da protagonista per orientare i percorsi del presente e del futuro. A oggi temo che i meccanismi per agevolarla non si siano attivati. Sono dinamiche complesse ma imprescindibili. Troppo spesso si parla di Appennino del futuro in assenza di chi ci ha abitato fino al giorno del sisma.

Le comunità hanno però anche dimostrato una grande divisione quando c’era da manifestare o da unirsi per problemi trasversali. C’è un antidoto all’egoismo esasperato dalla mancanza di progressi reali nella ricostruzione?

Le tragedie e le difficoltà tendono sempre a scatenare forme di egoismo a volte legate a spirito di sopravvivenza. Certe reazioni possono anche essere comprensibili e imprescindibili. È chiaro che un monito e un richiamo generico alla collaborazione da solo non è sufficiente. Perché dipende dalla sensibilità di ognuno. Serve per questo forse avviare dei percorsi più rigorosi, strutturati, in cui l’apporto di ognuno e il comportamento delle singole comunità sia governato in tutt’uno. Andare avanti divisi è impossibile. Le singole comunità anche intese come singoli Comuni o amministratori non possono permettersi la divisione perché a loro spetta innanzitutto il ruolo di guida. L’auspicio che ancora oggi rimane valido è che si possa ragionare sempre più come comprensorio di Comuni. Mantenendo viva l’identità di ciascuno ma deve essere chiaro a tutti che da questo passaggio possiamo rialzare la testa solo lavorando insieme. Serve la famosa “massa critica”, soprattutto quando si parla di montagna. C’è sempre il rischio che non sia nell’agenda della politica nazionale. Se noi per primi non lavoriamo per garantire una massa critica che sappia lavorare intorno ai propri bisogni ed esigenze come un unico soggetto la possibilità che l’attenzione resti sui nostri territori si riduce ulteriormente.

Il nostro territorio soffriva di mancanza di servizi e di un progressivo spopolamento anche prima del terremoto, è troppo tardi per invertire la rotta? Qual è una visione da inseguire per il futuro?

Lo spopolamento c’è stato in tutte le aree interne e non è stato necessariamente legato a disagi o mancanza di lavoro. Su questo vorrei essere molto chiara: a un certo punto l’entroterra non era di moda. E così è capitato anche nel nostro territorio. Oggi, nella contemporaneità, territori come il nostro sono ricchissimi di potenzialità e hanno tutte le caratteristiche per poter sviluppare delle esperienze di economia che incroci la contemporaneità e la sensibilità verso la quale va il mondo: rispetto dell’ambiente, persona al centro delle cose. Quindi anche attività economiche che parlano di sviluppo compatibile e coesione sociale. Da noi si può realizzare perché “è nelle cose”. Funzione sociale e competitività delle imprese da noi ci sono sempre state. Avendo però la consapevolezza che non siamo svantaggiati, abbiamo tutto ciò che il mondo invidia. Viviamo nel luogo più bello del mondo. Serve quindi garantire non solo che gli investimenti siano compatibili con uno sviluppo sostenibile ma altrettanto importante è che il terremoto non comprometta in via definitiva l’identità dei nostri luoghi legata anche ai borghi storici. Il dolore profondo che avvertiamo è legato al fatto che non possiamo riavere tutto ciò che avevamo. Un lutto profondo che andremo elaborando. Ma questo non vuol dire pensare con leggerezza che sia giusto demolire tutto e ricostruire. Ci deve essere ancora la consapevolezza che vale la pena fare ogni sforzo possibile e ragionevole per preservare i nostri borghi storici. I sindaci nel reclamare sostegno dovrebbero reclamare anche la possibilità di ottenere un sostegno che sia anche per il recupero con adeguamento sismico per gli immobili storici. Per il mantenimento dell’identità dei borghi. Esistono tecniche per rendere sicuri gli immobili storici, altrimenti rischiano di trovare solo “scatole anonime” al posto dei borghi e di perdere in via definitiva la nostra identità. I territori sono un’insieme di paesaggi, natura, edifici storici e sensibilità.

La sua azienda è un’eccellenza e un traino per il territorio. Quale può essere una politica comune per gli imprenditori del cratere?

Forse è difficile parlare di politica comune. Certo spetta continuare a presidiarlo, investire nel territorio e credere nella propria impresa come mezzo per valorizzare il territorio. Se poi si hanno anche prodotti che vanno sul mercato si è naturali ambasciatori del territorio. Sono molto preoccupata in ogni caso dal generico richiamo dell’”attrazione di investimenti” che viene proposto ogni giorno. Perché non sempre è abbinato alla necessità di garantire investimenti coerenti con le vocazioni del territorio. E questo mi preoccupa perché dobbiampo evitare che ai danni procurati dal terremoto si aggiungano danni procurati da investimenti indiscriminati che portino a fare qualsiasi attività. Sono territori dove bisogna garantire sempre e comunque la sintesi con l’ambiente, inteso anche come risorsa per il turismo, l’agricoltura e l’artigianato di qualità. E anche nella convinzione che non sia solo il lavoro “in loco” l’elemento saliente con cui potremo evitare lo spopolamento. Serve creare le condizioni perché la montagna possa essere vissuta godendo di servizi adeguati e politiche a supporto di chi vuole vivere nell’entroterra.

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