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Troppi i nodi da sciogliere
perchè la ricostruzione parta

IL COMMENTO - Si protrae ancora la polemica per il personale tecnico insufficiente che a fine anno sarà mandato via per assumere altri precari. A rilento la rimozione delle macerie. In ritardo la messa in sicurezza degli edifici. I professionisti della ricostruzione non pagati. E Macerata non ha più neppure la cattedrale
venerdì 12 Luglio 2019 - Ore 09:37 - caricamento letture
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Ugo Bellesi

 

di Ugo Bellesi

Questa lunga estate calda (che ha fatto seguito ad una lunga primavera fredda) non si è presentata certo sotto buoni auspici. Tutt’altro. Tutt’altro. L’incendio di Fiuminata, e gli altri due di Tolentino e Urbisaglia ci hanno ricordato il grosso rischio che corre tutti gli anni il nostro patrimonio arboreo e comunque tutto il mondo vegetale che rende così attraente il paesaggio delle Marche.

Incendio a Fiuminata

E questa volta le fiamme hanno colpito 70 ettari di una delle più floride aree boschive della zona pedemontana a ridosso di Fiuminata. Purtroppo l’unica arma che abbiamo per difenderci, ed evitare la distruzione di ettari di vegetazione, comprese le pinete, è quella di far funzionare i punti di avvistamento e allarme che, anche quest’anno, ci risulta siano stati attivati. Ma soprattutto dobbiamo avere, almeno nelle Marche, uno o più canadair che possano intervenire più tempestivamente di quelli che partono da Ciampino. I lanci di acqua con l’elicottero dei vigili del fuoco sono preziosi ma è evidente che i canadair sono decisivi.

Un Canadair in azione

E non va dimenticato che a Fiuminata i focolai si propagavano sempre più in alto avvicinandosi al monte Gemmo. Per chi non lo sapesse ricordiamo che si tratta di una catena montuosa che si eleva fino a 1.202 metri trovandosi al confine con i Comuni di Matelica, Castelraimondo, Pioraco, Fiuminata ed Esanatoglia. Si tratta di un’area che consente il volo libero, che ospita campionati nazionali e internazionali con ampi prati verdi e sentieri nei boschi che consentono passeggiate bellissime al contatto con la natura.

 

Piero Farabollini

Chiusa questa parentesi dedicata agli incendi ricordiamo che le cronache locali nelle settimane scorse sono state impegnate con la polemica tra il commissario Piero Farabollini e qualche sindaco in merito alla carenza di personale, il che condiziona lo smaltimento delle pratiche per la ricostruzione post sisma. Ovviamente non vogliamo entrare nel merito della questione ma non possiamo fare a meno di riportare quanto il giornalista Mario Sensini ha pubblicato su “Orizzonti di Marca”. «Ogni mese – scrive Sensini – all’Ufficio speciale per la ricostruzione arrivano 220/230 richieste di contributo per la ricostruzione. I tecnici riescono a fare 120/130 pratiche al mese, e si è già formata una coda di oltre duemila domande. All’Ufficio ricostruzione si attende che arrivino tra i 25 e i 30mila progetti. Ma di questo passo l’uUfficio finirà di esaminarli tra più di 20 anni». 

Mario Sensini

E Sensini spiega anche altre cose. Ad esempio che l’Ufficio ricostruzione ha a disposizione solo 170 dipendenti su un organico che ne prevede 270. E si tratta di giovani che vengono da uffici diversi, con contratti differenti, alcuni addirittura assunti con le agenzie di lavoro interinale. Ma anche i tecnici (circa 400) che sono stati assunti dai Comuni per le pratiche relative alla ricostruzione, come quelli alle dipendenze del direttore dell’Usr Cesare Spuri, sono precari, per cui a fine anno saranno costretti a lasciare l’incarico che hanno in quanto il “decreto dignità” impedisce il rinnovo dei contratti a tempo determinato oltre i 24 mesi. Visto che i lavori per la ricostruzione post sisma andranno avanti per oltre 20 anni, non sarebbe opportuno stabilizzarli? O si preferisce mandarli a casa tutti per assumere altri precari e così ritardare ancora le pratiche per la ricostruzione?

Problema non secondario è quello delle macerie la cui rimozione è in forte ritardo. Su una stima totale di un milione e 200mila tonnellate, tra pubbliche e private, ne sono state rimosse 627mila tonnellate. In pratica poco più della metà dopo quasi tre anni dal sisma. Di fatto sono state eliminate quelle pubbliche. E quelle private? Sono in mezzo alle strade e per questo ci sono ancora tante “zone rosse” in vari centri dell’entroterra. E’ noto che per la loro rimozione occorre l’autorizzazione dei privati ed è difficile rintracciarli tutti perché molti sono lontani dai luoghi di residenza e ci sono anche le multiproprietà.  Che vogliamo fare per risolvere questo problema? Vogliamo aspettare che i proprietari, una qualche domenica, si decidano a tornare nel loro paese per vedere le proprie case distrutte, così le autorità comunali potranno cogliere l’occasione per domandare loro se vogliono rimuovere le macerie? E’ assurdo. Già ci sono stati altri problemi che hanno intralciato la rimozione delle macerie. In primis, ricordiamo, la presenza dell’amianto. Ma ora addirittura si è scoperta la presenza anche di solfati in quantità “superiore ai limiti di legge”.

L’ufficio ricostruzione

Tutto, come è evidente, contribuisce a rallentare tutto. Oltre al problema delle macerie da rimuovere c’è quello della messa in sicurezza degli edifici. Prendiamo ad esempio Camerino. Era stato deciso di intervenire, per la messa in sicurezza, su 134 edifici del centro storico. Stiamo arrivando al terzo anno dopo il sisma del 2016 e si apprende che sono stati messi in sicurezza soltanto 41 edifici. Ciò significa che in tre anni risultano in sicurezza soltanto un terzo del totale. Ora sono in corso i lavori per altri undici edifici. Ma ne restano ancora altri 82. Ad occhio e croce ci vorranno quindi altri sei anni per completare il lavoro.  Perché allora ci si lamenta che siano poche, rispetto a quelle previste, le pratiche per la ricostruzione presentate all’Ufficio dell’ing. Spuri? D’altra parte, proprio per quanto riguarda Camerino, rispetto alla situazione demografica antecedente il terremoto, risulta che 1.200 abitanti non vivano più nel capoluogo. E quanti di questi avranno già trovato una migliore sistemazione in altri Comuni non toccati dal sisma? In questo quadro non c’è nulla (o quasi) che dia fiducia alle famiglie per impegnarsi nel portare avanti le pratiche per la ricostruzione. Tra l’altro è rimasta in montagna, per lo più nelle “casette”, una popolazione anziana che va dai 60 agli 80 anni. Il solo pensiero che i terremotati potranno avere una casa nuova non prima di 20 anni certo non li entusiasma. Inoltre non è certo confortante per essi sapere che la Federazione degli Ordini degli ingeneri delle Marche ha denunciato che i circa mille professionisti impegnati nella ricostruzione privata post sisma non hanno ancora ricevuto i compensi che ammonterebbero a circa cento milioni dovuti dallo Stato. E questo perché le norme in vigore prevedono il pagamento soltanto all’ultimazione dell’iter della pratica.

La visita di Papa Francesco a Camerino ha portato una ventata di entusiasmo e suscitato tante speranze. E lui stesso giustamente ha raccomandato ai terremotati “Non perdete la speranza!” E la sua raccomandazione riguardava ovviamente anche il clero di tutta l’area terremotata. Visto che anche la ricostruzione degli edifici ecclesiastici lesionati andava a rilento. Ma le parole di Papa Francesco sono state profetiche perché a distanza di poche settimane una ordinanza del commissario alla ricostruzione, Piero Farabollini, ha messo di nuovo tutto in movimento. Infatti c’è una semplificazione delle procedure per la ricostruzione degli edifici di culto soprattutto per gli interventi al di sotto delle 600mila euro. Ruolo importante avranno le diocesi e gli interventi per i luoghi di culto saranno equiparati alla ricostruzione privata.
Su questo settore quindi tutto è bene quel che finisce bene. Ma si è saputo che oltre alle parole profetiche di Papa Giovanni è stato necessario anche un “forte impegno del presidente Conte”. Il che significa che per sbloccare la situazione sono dovuti scendere in campo il Capo della Chiesa e il Capo del Governo.



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