Turismo, pale eoliche e noccioleti:
quale prospettiva per il post sisma?

TRE ANNI DOPO - La via del turismo sarebbe la migliore ma Norcia e Colfiorito sono già molto avanti. Per la risorsa eolica quanto accaduto in Sicilia è un bruttissimo precedente. Investire nella coltivazione della nocciola presenta non poche perplessità perché la monocultura “sconvolge il paesaggio” come a Bolsena
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Ugo Bellesi

 

di Ugo Bellesi

Si avvicina a grandi passi la data del 24 agosto che ci ricorda purtroppo la tragedia del terremoto 2016 che ha sconvolto l’Italia centrale. Non pensiamo ci saranno cerimonie commemorative come quelle per il ponte Morandi di Genova, quindi noi cerchiamo di ricordarlo a modo nostro. Infatti riteniamo sia opportuno innanzitutto riportare il pensiero di alcuni sindaci dell’area terremotata che nei giorni scorsi, in varie circostanze, si sono espressi senza peli sulla lingua. Iniziamo dal sindaco di Castelsantangelo sul Nera, Mauro Falcucci che, tra l’altro, ha dichiarato: «E’ tutto fermo da tre anni. Adesso siamo bloccati anche con le macerie. Non ci sono i soldi per le demolizioni e per la messa in sicurezza degli edifici… Nelle Marche ci sono drammi che non possono più essere sopportati! Mi chiedo se non ci sia una strategia: allungare il brodo fino all’inverosimile, in attesa che queste zone muoiano». Il sindaco di Pioraco, Matteo Cicconi, ha così commentato la situazione: «Ciò che di peggio può succedere è morire di malinconia… La ricostruzione deve essere anche psicologica, le ferite sono profonde. E’ urgente un imput decisivo da parte delle istituzioni, a cui chiediamo di non lasciarci soli. Non ci possiamo permettere di aspettare 20 anni per la ricostruzione. Perderemmo i giovani che nel frattempo si saranno abituati a vivere altrove».  L’ex sindaco di Visso, senatore Giuliano Pazzaglini, è molto più conciso: «Purtroppo dobbiamo fare i conti con una impostazione normativa sciagurata per cui è difficile rimettere tutto in discussione».  Il primo cittadino di Camerino, Sandro Sborgia, è preoccupato perché «L’Ufficio tecnico – ha detto – si verrà a trovare di fronte ad una mole di lavoro enorme con 1.800 pratiche per la ricostruzione. C’è quindi la necessità di smaltirle e per questo serve personale». Per il sindaco di San Severino, Rosa Piermattei, «Il vero problema è che non vengono ancora presentate le pratiche e che la ricostruzione, quella vera, stenta a decollare. E non si comprende bene il perché».

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Luciano Zanelli

Ma a parte i primi cittadini ci sono anche altre personalità ed enti che sollevano il problema dei ritardi nella ricostruzione post sisma. Possiamo citare l’ing. Luciano Zanelli, responsabile della commissione grandi opere dell’Associazione nazionale alpini d’Italia, che ha dichiarato: «I nostri progetti sono pronti. I soldi sono in banca. La burocrazia ci impedisce di realizzare le opere richieste dai Comuni e necessarie ai cittadini per il dopo terremoto nell’Italia centrale. La pubblica amministrazione ha messo in campo una burocrazia di tipo bizantino che sta bloccando ogni nostra iniziativa. Non è possibile che, dopo tre anni, noi non si riesca ad intervenire, ad operare, a fare». A suo tempo i rappresentanti regionali dell’associazione “Italia Nostra” hanno visitato le macerie di Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera e, dopo aver commentato negativamente la situazione, hanno rilasciato queste dichiarazioni: «Siamo qui perché vogliamo mantenere alta l’attenzione sul recupero dell’edilizia esistente che fa parte, a tutti gli effetti, del patrimonio culturale di questa vallata, che oggi sembra passata di mente a chi opera e discute di terremoto».  E addirittura il critico d’arte Vittorio Sgarbi, un paio di settimane fa in visita alla cittadina di Caldarola, è rimasto sbigottito per aver trovato un paese fantasma e, tra l’altro, ha dichiarato: «Questo piccolo e meraviglioso borgo oggi è completamente svuotato. Ma dov’è lo Stato? Perché tutto deve essere fermo? Perché i governi, destra e sinistra, non capiscono che quando una città crolla bisogna ricostruirla in tempi brevi, in due/quattro anni, e non farla disabitare come un teatro di fantasmi?»

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Le impalcature e la zona rossa davanti alla chiesa di Casali di Ussita

Essendoci ormai resi conto che questa è la situazione cerchiamo in qualche modo di guardare avanti e riflettere su di un quesito fondamentale: Quale futuro per le terre del sisma? C’è qualcuno che pensa di puntare tutto sul turismo, sia quello naturalistico che quello sportivo. Questa vocazione c’è ed è evidente da sempre, ma non è possibile immaginare che questa vasta area possa diventare un grande “parco giochi” con alberghi e ristoranti. «A meno che – come dice qualche volta ironicamente il sindaco di Castelsantangelo sul Nera, Mauro Falcucci – non facciamo pagare il biglietto di ingresso ai visitatori del Castello, come si fa per Pompei, facendo ammirare loro un intero paese distrutto dal sisma». L’idea del turismo è sicuramente la migliore ma questo settore deve essere implementato con la cultura. Bisogna far ritornare le opere d’arte portate via dopo il sisma e trovare per loro una decorosa sistemazione in luoghi sicuri, anche nei confronti di eventuali ladri, con la presenza di custodi. Ma il turismo e la cultura debbono essere accompagnati da una gastronomia di alta gamma per attirare anche visitatori maggiormente disposti a spendere e a rimanere in zona per più di mezza giornata. Prendiamo ad esempio una guida qualsiasi: la Michelin. Non sono neppure citate Camerino, Muccia, Matelica, Visso, Sarnano. Vi troviamo però in bella evidenza Norcia (che ha un ristorante con una stella) e addirittura Colfiorito. Due località umbre che negli ultimi anni sono cresciute moltissimo mentre le nostre sono lentamente “sbiadite”. Non che i nostri prodotti siano inferiori (Norcia è il mercato anche dei nostri ciauscoli come del tartufo nero) o che la ristorazione del territorio non sappia farsi valere. Il problema è che ancora non siamo riusciti a valorizzare le nostre eccellenze.

parco-eolicoSempre guardando al futuro c’è anche la prospettiva di aprire le porte alle torri eoliche. Ma lo scandalo che ha investito in queste settimane la Sicilia (con varie istituzioni poste sotto accusa dalla magistratura e il coinvolgimento di amministratori, politici e imprenditori) ci fa capire che è meglio tenersi alla larga da certe avventure. La più recente opportunità che ci è stata offerta per sostenere la ripresa economica e produttiva dell’entroterra è quella di introdurre la monocoltura della nocciola, con un investimento di almeno 500 ettari. Iniziativa sostenuta da un prestito quale pre-ammortamento per chi aderisce, prezzo minimo garantito di acquisto, sostegno del Psr e, forse, anche della Regione. Sembra a prima vista un’ottima opportunità. Senonchè un nostro lettore ci ha segnalato che tra Orvieto e il lago di Bolsena la monocoltura ha sconvolto il paesaggio tanto che il sindaco di Bolsena ha emesso una ordinanza contro nuovi impianti di nocciole. Come mai nel Lazio si producono in media 45.967 tonnellate annue di nocciole e invece in Piemonte (dove si trovano le maggiori industrie dolciarie) soltanto 20.027? E invece dovrebbe essere privilegiata proprio la produzione piemontese dove si può coltivare la famosa “tonda gentile delle Langhe”.

noccioletoE’ ovvio che nelle Langhe si preferisca puntare sui vini. Ma anche Matelica ha una particolare vocazione per il famoso Verdicchio, senza trascurare l’ottimo Rosso. E c’è anche da dire che un noccioleto entra in produzione solo dopo sei anni. Tanto vale puntare sulle piante micorizzate al tartufo. La coltivazione delle nocciole ha bisogno di tanta acqua ed è per questo che si fa uno scasso di 40/50 centimetri per installare impianti sotterranei di irrigazione a goccia direttamente sulle radici. Per la raccolta serve poca manodopera perché ci sono le raccoglinocciole semoventi. Gli essiccatoi aziendali prevedono di portare l’aria calda a 45 gradi. Ci è stato riferito che molto costosa è la gestione dei rifiuti con tariffe differenziate in base alle tipologie di rifiuti prodotti. Per ogni tipologia ci sono adempimenti diversi. Sarebbero previsti 7/8 trattamenti l’anno di fitofarmaci contro i parassiti. E’ necessario un uso massiccio di dosi di fertilizzanti e diserbanti per avere nocciole più grandi e aumentare la produzione. Questo per ottenere 50 quintali di nocciole su ogni ettaro di terreno contro i 15/20 quintali previsti nella coltivazione biologica. Tutto ciò per rendere il terreno prescelto “vocato alla nocciola”. Se non ci si riesce si avrà una scarsa qualità della nocciola anche perché nella fascia mediana d’Italia la produzione è condizionata dal caldo e dalla siccità estiva oltre che dalle prime avvisaglie della cimice asiatica. E allora che si fa? Si abbandonano quei terreni come ci si dice sia successo in Sicilia. Se così stanno le cose le prospettive non sono esaltanti.



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