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Sisma, tre anni di false speranze
Ma c’è chi si rimbocca le maniche

IL COMMENTO - Stanno diventando un buon numero quanti hanno recuperato attività abbandonate cercando di riportare del turismo nell’entroterra. Rendiamo omaggio al loro orgoglio e allo spirito di iniziativa ma non lasciamoli soli. Occorre una progettualità nuova come invocano quanti hanno redatto il “Patto per l’alto Nera”. Se non riparte l’economia e non c’è lavoro tutto si ferma
sabato 24 Agosto 2019 - Ore 11:46 - caricamento letture
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Un’area sae a Camerino

 

di Ugo Bellesi

Non si può lasciar passare la ricorrenza del 24 agosto senza ricordare la terribile scossa sismica che nel 2016 ha sconvolto quattro regioni dell’Italia centrale portandosi via 300 vittime. Alle quali sono da aggiungere i suicidi, le persone che si sono lasciate morire per inedia, quelle che tirano avanti con i tranquillanti, le famiglie disperse in località diverse, gli sfollati, i paesi interamente distrutti, le aziende costrette a chiudere, la vita di intere comunità che si è spenta, la fuga dei giovani verso altre regioni, le nostre belle vallate rimaste deserte, le cittadine un tempo ridenti e accoglienti diventate fatiscenti.

Tutto questo non figura più da tempo nell’agenda del governo. Si va avanti alla giornata e anche chi avrebbe diritto alla ristrutturazione della propria abitazione non si preoccupa neppure di presentare domanda. Tutto è diventato complicato. Nonostante questo c’è chi con coraggio riapre l’antica bottega, ci sono giovani che ritornano nei terreni dei loro genitori o dei nonni e riprendono l’attività agricola, altri riattivano un vecchio forno, altri ancora aprono un bar o una pizzeria sperando nel ritorno dei turisti che un tempo affollavano queste suggestive vallate. Ma la vita non è facile per nessuno perché la clientela è sempre scarsa. Non basta per ridare fiducia la “fiammata” dei turisti di ferragosto. Dobbiamo però rendere omaggio a questi coraggiosi che non si arrendono mai, al loro amore per la propria terra, alla loro voglia di fare. Ma non dobbiamo lasciarli soli.

Vallinfante, Castelsantangelo

L’altra faccia della medaglia è quella rappresentata dalla gente che non ha più fiducia nella ricostruzione. E la sfiducia viene rafforzata dal fatto che sono scarse le risorse anche per la rimozione delle macerie. E questo proprio in questi mesi in cui si aggrava il problema della gestione delle macerie private. Si pensi che nelle Marche, su 42.265 edifici dichiarati inagibili sono state presentante soltanto 5.015 domande per la ristrutturazione. Questo significa che centinaia di famiglie non hanno più intenzione di ritornare nelle proprie cittadine e si rischia lo spopolamento di un’area vastissima. D’altra parte c’è anche il problema della mancanza di lavoro. Senza possibilità di occupazione è impossibile che le famiglie possano tornare. Se non riparte l’economia tutto resta fermo. Si invoca da più parti una legge speciale. Ma soprattutto un canale preferenziale di finanziamenti per i Comuni maggiormente colpiti. La strada maestra sarebbe la creazione di una “zona franca”. Cosa quasi impensabile dal momento che non sono riusciti a mettere a disposizione dell’Ufficio ricostruzione altri cento dipendenti per accelerare le pratiche dei cittadini. E d’altra parte anche i Comuni avrebbero bisogno di personale proprio per smaltire le domande dei terremotati.

La zona rossa di Camerino

E’ a questo punto che torna insistente la domanda: c’è qualcuno che vuole la desertificazione di questo territorio? Vogliamo ancora credere di no, ma è certo che non si è fatto ancora nulla per evitare un fenomeno che sarà irreversibile. Non sarà necessario aspettare 20/30 anni per ultimare la ricostruzione in quanto tra 15 anni non ci saranno già più bambini. Nei giorni scorsi si sono riuniti a Camerino gli architetti guidati dal presidente dell’Ordine nazionale, Giuseppe Cappochin, i quali, senza peli sulla lingua, hanno sottolineato: «E’ grave la mancanza di una strategia che, al di là della mera ricostruzione fisica degli edifici, punti alla crescita di un nuovo sistema socio economico, il solo che può costituire il motore della ripresa e attrarre chi altrimenti non tornerà più». Più oltre hanno aggiunto: «Serve una legge quadro sui terremoti. Non si può sempre ricominciare da capo. Occorrono politiche economiche speciali per far rimanere le persone in queste zone e far tornare chi se n’è andato, creando un indotto turistico. La ricostruzione non può essere fatta a prescindere dalla qualità. Per le opere pubbliche servono concorsi di progettazione per far competere tra loro i professionisti, che devono avere l’anticipo del 50% sulla parcella».

E proprio una strategia è stata invocata nei giorni scorsi da tre associazioni: “Visso futura”, “Viviamo Castelsantangelo sul Nera” e “Comitato per la salvaguardia socio-economica di Ussita e dintorni” con l’auspicio di “far diventare la popolazione fattore essenziale di una spinta propulsiva che riattivi economia e investimenti”. Ricordato che questi tre Comuni vantano un patrimonio storico, architettonico, naturalistico di valore inestimabile, i promotori del Patto per l’alto Nera sottolineano la necessità di un “Progetto pilota” per programmare e realizzare idee e progetti innovativi e sostenibili per la ricostruzione e la rinascita con la creazione di una “Zona franca dell’alto nera” della durata minima di venti anni. Il tutto finalizzato “per il ripristino e la conservazione del patrimonio e delle attività nei territori di Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera” ma anche “per interrompere l’ineluttabile inerzia e quindi l’ulteriore distruzione e desertificazione dell’ormai isolato comprensorio, dovuta all’attuale assenza di progettualità”.

L’incendio a Cupi di Visso

E a proposito di questi tre Comuni ci piace riportare un felice quesito che Roberto Flammini propone ai sindaci di Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera in questi termini: «I sindaci dovrebbero porsi questa domanda e porla ai loro operatori economici: “Senza la piazza di Visso e il suo centro storico, senza il centro storico di Castelsantangelo, senza l’anfiteatro dolomitico di Ussita, i comuni limitrofi sarebbero più ricchi e più importanti?”». La risposta, pleonastica, la formuliamo noi: non solo non sarebbero più ricchi gli altri comuni ma sarebbe più povera tutta la provincia di Macerata, e con essa tutte le Marche e tutta l’Italia centrale. Ma accanto alle buone notizie arrivano anche quelle brutte. Purtroppo da inizio d’anno al 15 agosto si sono verificati in provincia di Macerata venti incendi boschivi che hanno distrutto una superficie complessiva di 56 ettari, pari a 91 campi di calcio. E quattro di questi incendi si sono verificati proprio all’interno del Parco nazionale dei Sibillini. Solo in tre ettari si trattava di incolti o di campi coltivati gli altri 53 ettari hanno interessato zone boschive, quindi si tratta di un patrimonio naturalistico prezioso che apparteneva alla nostra collettività.

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