Mandrelli è per un cambio generazionale:
«Nel Pd fino a 40 anni sei un bambino,
i giovani brillanti vanno recuperati»

MACERATA - L'avvocato, con un percorso politico iniziato negli anni '80 con il Psi e terminato tra le fila dem, fa un'analisi della debacle subita dal centrosinistra alle ultime elezioni. «Penso che la città ci abbia punito per non aver fatto quello che avrebbe dovuto fare il partito, sia in termini di controllo dell'attività dell'amministrazione comunale e anche in termini generali come proposta politica. C'è da coinvolgere tutte quelle risorse che si sono allontanate a causa del percorso scelto». Su Carancini: «Con il suo carattere ha tracimato annullando la dialettica. E il Consiglio comunale è sempre stato abbastanza succube»
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LA SMORFIA di Bruno Mandrelli durante un Consiglio comunale (sullo sfondo l’ex sindaco Romano Carancini)

 

di Matteo Zallocco

«Adesso il Pd deve tirare una riga e separare il passato dal futuro. Il presente è un Purgatorio dove siamo all’opposizione, abbiamo il tempo per costruire un’alternativa credibile da sottoporre ai cittadini». Pensieri e parole dell’avvocato Bruno Mandrelli, un percorso politico che parte all’inizio degli anni Ottanta, e che lui considera terminato a maggio dello scorso anno, quando rassegnò le dimissioni dal Consiglio comunale per la mancata commissione d’indagine sulla questione piscine: «Personalmente non ho alcuna ambizione e neanche tanto più voglia – dice – residua il senso di responsabilità dei “riservisti” della Repubblica, come si diceva una volta. Una sconfitta come questa alle comunali con un gap di 20 punti deve comunque servire da lezione e deve essere l’occasione per un rinnovamento radicale. Spazio ai giovani, ora o mai più».

Mandrelli_Manzi_foto-LBLui che a 27 anni (correva l’anno 1984) era segretario cittadino del Psi per poi fare l’assessore alla cultura (1986, Giunta Cingolani): «E non ero neanche il più giovane – ricorda – Enrico Brizioli a 25 anni fu nominato vicesindaco, anche lui esponente di un Psi che nel 1990 fu il secondo partito in città dopo la Democrazia Cristiana (notevolmente distaccato, va detto). Non capisco perché oggi fino a 40 anni nel Pd di Macerata sei considerato un bambino. Penso ad Andrea Perticarari e non vedo perché non possa svolgere ruoli importanti tanto in Consiglio quanto nel partito. Quand’è che recuperiamo uomini brillantissimi come Nicola Perfetti e Andrea Netti? Con il percorso scelto queste risorse si sono allontanate. Penso anche a Paolo Manzi, un altro bravo e preparato ragazzo che non si è ricandidato. E alle nostre donne: Ninfa Contigiani, Alessia Scoccianti, Caterina Rogante, le tante altre che si sono candidate o che lo sono state in passato rivestendo anche ruoli di amministrazione, gli altri giovani presenti in lista che non devono essere abbandonati a se stessi passate le elezioni ma coinvolti ed indirizzati su di un percorso di crescita politica ed amministrativa. E a tante altre persone valide che si sono candidate con le civiche e che il Pd oggi dovrebbe coinvolgere, il rapporto federativo del centrosinistra non può essere limitato alla campagna elettorale».

Emerge che tra i nomi che ha fatto ci sono molti “figli” di padri già impegnati in politica: «Non credo sia un problema, casomai facciano un passo indietro o di lato, così evitiamo confusioni e retropensieri oziosi. Responsanbilizziamo i nostri ragazzi, che siano liberi anche di sbagliare perché sbagliando si impara».

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Bruno Mandrelli durante la campagna elettorale delle primarie 2015

Il 14% del Pd a Macerata grida vendetta: «Penso che in parte la città ci abbia punito per non aver fatto bene quello che avremmo dovuto fare come singoli e come partito, in termini di controllo dell’attività dell’amministrazione comunale e anche in termini generali come proposta politica. I tentativi isolati di Stefano Di Pietro che definisco quasi eroici per la sua situazione umana e l’impegno che comunque è riuscito a dare in questi anni, non potevano bastare. Stefano è comunque tutt’ora una risorsa per il Pd e può dare molto per il futuro. In ogni caso, in termini politici, non bisogna aver paura dell’alternanza, è il cuore della democrazia. Da questo punto di vista faccio i migliori auguri di buon lavoro alla nuova amministrazione, l’obiettivo di tutti deve essere sempre il bene della città».

Lei da segretario Pd durò poco più di un anno (2011-2012). «Mi dimisi perché molte persone nel Pd, pur condividendo alcune mie linee di pensiero, non furono in grado di comportarsi di conseguenza. E’ sempre prevalso una sorta di istinto di conservazione a sostegno dell’amministrazione, soprattutto dal 2015 in avanti. Io non ho mai pensato di far cadere la Giunta Carancini ma ho sempre sostenuto la necessità di un confronto preliminare con il partito e con il gruppo consiliare, non solo con la maggioranza consiliare, perché le scelte più importanti fossero preventivamente condivise dal Pd e con il Pd. Invece non era possibile conoscere neanche le linee del bilancio. Poi il dibattito politico si spostava alle riunioni di maggioranza dove era tutto molto più complicato perché la maggior parte della coalizione era molto omogenea sul sindaco, come dire che, in quella sede, si vi era – come giusto – pari dignità politica ma venivano un po’ in ombra i pesi specifici dei singoli partiti. Il che creava un clima da far passare per bastian contrario chi chiedeva un confronto».

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Bruno Mandrelli con Nicola Perfetti

Insomma, conflitti che nascono da lontano: «In realtà Romano poi ha sempre avuto carta bianca. Quand’ero segretario le riunioni di maggioranza le convocavo io, poi le ha sempre più convocate il sindaco. Non è un rimprovero, è’ solo un esempio del graduale indebolimento del partito e, complessivamente, delle forze politiche. Devo dire che Di Pietro, in parte, ha comunque cercato di metterci una pezza».

Poi arrivarono le primarie del 2015 e la maggioranza del partito scelse lei come candidato “anti-Carancini”: «Una parte del partito ritenne che andava fatto un tentativo di cambiamento, non contro (perlomeno così pensavo io) ma per cercare di andare oltre. Al primo turno non abbiamo vinto per 20 voti, poi al ballottaggio ci fu questa onda anomala con un aumento di partecipazione e una vittoria netta di Romano. Il primo turno dimostrò che c’era comunque un desiderio di cambiamento, è stata una competizione vera. Le primarie di quest’anno sono state più pacifiche, c’era un Pd unito su Narciso e le altre candidature avevano obiettivamente meno chance».

Mandrelli-Carancini-1-650x4561-450x316Arriviamo al maggio del 2019 quando si dimise dal Consiglio comunale per la questione piscine dicendo “Opposizione spaccata, maggioranza minimalista. Questo Consiglio non fa per me”. Oggi conferma il suo pensiero: «Già in passato avevo votato contro l’operazione ParkSì, in modo non strumentale ma ragionato. La vicenda piscine presentava delle opacità e per questo la commissione d’indagine serviva a smontare la polemica e fare politica. Ho presentato due emendamenti, il primo per ripulire la questione da riferimenti di carattere personale e l’altro per chiedere che la prima commissione fosse potenziata con le funzioni della commissione d’indagine. Ho notato che il gruppo consiliare del Pd era insofferente rispetto ai miei interventi, o forse meglio dire indifferente, e persino gli uffici hanno messo in discussione quanto proponevo. A questo punto ho preferito togliere il disturbo». E aggiunge: «Se hai un pensiero minoritario e manca la disponibilità all’ascolto, al confronto, non sei utile a nessuno. Ricordo che Giorgio Meschini ha sempre ascoltato le forze politiche e la coalizione, Carancini invece con il suo carattere forte ha tracimato annullando nella sostanza se non nella forma la dialettica, complice anche quella che io ritengo una involuzione negativa, politicamente parlando, della pur lodevole normativa che portò all’elezione diretta del sindaco negli anni novanta, allorquando si cercò di superare la crisi di sistema che investì l’Italia. Oggi il Consiglio comunale, i Consigli comunali in genere, ovviamente mi riferisco alla maggioranza, sono abbastanza succubi dei sindaci e questo al tempo non era stato previsto. Qui a Macerata ricordo che se dicevi una cosa diversa dall’amministrazione ti rispondevano che stavi remando contro. E se penso che proprio Carancini, da capogruppo Pd, mosse diverse critiche all’amministrazione Meschini marcando differenze in vista della sua candidatura mi viene un po’ da sorridere». Era il 2010 e nasceva “La nuova storia” di Carancini. Dieci anni dopo Narciso Ricotta decidendo di percorrere la strada opposta, quella della continuità, è andato incontro alla sconfitta più sonora per il centrosinistra.

 

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