L’un contro l’altro uniti
Musica e vignette in campagna (elettorale)

DAVOLI A MERENDA - Parcaroli è l'unico vero vincitore delle elezioni a Macerata, tanti sono i vinti. Ricotta rimasto schiacciato sotto il peso dell’amministrazione uscente
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di Filippo Davoli

E’ cambiata l’aria in città. È così tanto cambiata che anche un insonne cronico come me, approfittando del fresco salutare, ha avuto l’agio, in questi giorni settembrini, di alcune dormite straordinarie. Con sogni appresso, si capisce. Ma belli, surreali. Non gli incubi di talune altre volte passate.

A primavera, per esempio, l’ultima volta che avevo dormito bene, il sonno era stato tuttavia agitato dal frastuono che mi arrivava dal sogno di un festival sanremese cittadino, con tanto di palcoscenico, fiori, presentatore, telecamere e cantanti.

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Era un Festival rievocativo del decennio appena trascorso: nella sezione Big, vincendo la storica ritrosia, Mina tornava sul palcoscenico con una canzone dedicata ai nostri parcheggi: Devi dirmi Park Sì.

Un malinconico Renato Zero si votava ai commercianti di abbigliamento, con I migliori panni della nostra vita. E in onore dei ristoratori, modificava la sua Baratto in Baretto.

Dedicato all’economia cittadina e non solo, invece, il brano del nostro indimenticato e indimenticabile Jimmy Fontana: Il fondo.

Michele Zarrillo incarnava l’automobilista maceratese alle prese con l’ennesima multa, nel brano Cinque giorni che ti ho preso.

Testimonial d’eccezione per Macerata Musei l’intramontabile Adriano Celentano con Una carrozza in un pugno.

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Ma il Molleggiato eseguiva pure una canzone scritta appositamente per la fiacca opposizione consiliare, La mozione non ha voce.

Loretta Goggi  era alla ribalta con un brano dedicato al polo natatorio: Dirtelo, non dartelo.

Riccardo Cocciante dedicava il suo brano agli anziani  e alle casalinghe del centro, alle prese coi sacchi della spesa, nella significativa Celeste lombalgia.

Subito dopo di lui, un altro gradito ritorno, quello di Rossana Casale, con un brano dedicato alla movida del giovedì sera: Festino.

A seguire, Morandi Tozzi e Raf sullo stesso argomento notturno, in Si può dare (di stomaco) di più.

Antonella Ruggiero era invece presa a raccontare in musica la notte di movida vissuta dalla parte dei residenti, nella sofferta canzone Ti sento.

E Carmen Consoli, all’orologio dei pupi, la sua Amore di plastica.

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Anche Eros Ramazzotti sul palco, interpretando un cittadino a passeggio per le Mura di Tramontana, nella canzone Una storta importante.

Più nel sociale i Ricchi e Poveri, che incentravano la propria canzone sugli edifici scolastici, nel brano Sarà perché mi lamo.

I Pooh interpretavano invece l’amministrazione alle prese con l’inizio dei lavori della Mattei-La Pieve, nella canzone Dammi solo un minuto.

Nella sezione delle Nuove Proposte, svettava l’ex-Sindaco Romano Carancini nel famoso brano di Umberto Bindi La musica è finita.

I 4+4 del centrodestra dedicavano invece la propria canzone a Andrea Marchiori, autocandidatosi sindaco col beneplacito della Lega che di lì a poco l’avrebbe scaricato; si trattava di un successo di Edoardo Bennato: Quanta fretta, ma dove corri, dove vai?

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Pareva proprio di esserci, me ne salvò il risveglio rompendo la bolla della kermesse proprio un attimo prima del verdetto sul vincitore.

Era – lo compresi soltanto col senno di poi – un sogno a suo modo profetico, perché i cantanti in gara non comprendevano tra di essi quello che poi sarebbe stato, nella realtà, il vero vincitore. E dunque a ragione, sebbene nel sonno, non potei assistere alla proclamazione del verdetto finale.

Mesi concitati, quelli lì: sembrano passate due vite, in mezzo. E chi l’avrebbe mai detto che sarebbe stata la pandemia e la sua conseguente quarantena a ribaltare le sorti cittadine?

Ogni tanto ci penso: dopo dieci anni utili (in realtà venti o addirittura venticinque…) per costruire una strategia alternativa al governo cittadino in carica, gli oppositori si erano trovati finalmente tutti insieme e tutti d’accordo a non accordarsi su nulla, tanto meno su un nome idoneo a rappresentarli tutti quanti. Otto mesi di ulteriore indecisione: un interno? No. Un esterno? No. Un politico di nobile schiatta? No, meglio uno del tavolo. Vado io? No tu no. Allora io! Perché tu? Perché no? Perché allora io, non tu! Sì, tu… allora meglio un esterno. No, meglio uno del tavolo. E i mesi passavano, l’un contro l’altro uniti.

Di quel periodo, che sembra lontano anni luce (ma non lo è…), rimangono forse due mosse a sorpresa: l’autocandidatura di Andrea Marchiori – con consegna a domicilio delle uova di Pasqua – e l’unica presa di posizione intelligente: la richiesta di primarie nel centrodestra, fatta da Riccardo Sacchi. Troppo tardi, ma meglio di niente.

Se il Governo, causa Covid, non avesse spostato all’autunno la data delle elezioni, con ogni probabilità il risultato sarebbe stato molto differente da quello attuale.

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Adesso viene il difficile: comincia il toto-assessori. Speriamo che i partiti, rivendicando incarichi in proporzione dei voti presi, non finiscano per andare a scapito delle effettive competenze. E se Silvano Iommi, prezioso storico di Macerata e architetto di indiscussa qualità, sarà della squadra (come ci auguriamo), ci vorrebbero altrettanti Iommi per ogni settore.

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Ci vorrebbe soprattutto un passo indietro. Spetterebbe oggi non soltanto al povero Narciso Ricotta, rimasto schiacciato immeritatamente sotto il peso dell’amministrazione uscente – sebbene ne abbia fatto parte, ma con caratteristiche umane, comportamentali e di formazione politica totalmente differenti da quelle del suo sindaco (il quale, vincitore al secondo mandato per una manciata di voti, rimane fuori dal consiglio regionale per un’altra manciata di voti, ma può consolarsi: la Pantana è riuscita a fare peggio di lui anche stavolta), bensì anche alla maggioranza.
Perché l’unico vero vincitore delle elezioni cittadine è in realtà Sandro Parcaroli: uomo davvero differente dai politici locali e dal mondo politico in generale. Aperto, gentile e collaborativo (all’opposto del suo predecessore). Un uomo che si emoziona e piange, che si fa dare del tu e si fa chiamare semplicemente Sandro, e scende volentieri dallo scranno per stare in mezzo alla gente (all’esatto opposto di molti, anche tra i suoi).

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