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Serve un commissario straordinario
Come a Genova e Venezia

TERREMOTO CENTRO ITALIA - Ne hanno mandati tre di commissari ma erano “a tempo” e senza poteri. Costretti a rispettare le normative ordinarie la ricostruzione non è partita. Per Genova e per Venezia invece ora è tutto più facile e quindi più celere. Per forza si cerca la desertificazione degli Appennini?
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di Ugo Bellesi

Una volta c’era un proverbio che diceva pressappoco così: “Chi vuole una cosa vada, se non la vuole mandi”. In tempo di terremoti, crolli di ponti, alluvioni e acque alte il nuovo proverbio più adatto potrebbe essere: “Se vuoi che la cosa sia fatta nomina un commissario straordinario, se non la vuoi manda dei commissari”. E’ infatti successo che per il ponte di Genova è stato nominato un commissario straordinario con pieni poteri, che ha superato tutte le regole e tutti gli ostacoli burocratici, e il ponte (con turni di lavoro anche di notte) il prossimo anno sarà già in funzione. Per Venezia, invasa dall’acqua alta che ha provocato danni ingenti, una donna è stata nominata commissario straordinario per il Mose con pieni poteri e vedrete che le famose paratie (costate quasi sei miliardi) cominceranno a funzionare molto presto.

Piero Farabollini

In entrambi i casi è stata fatta la cosa giusta. Giusta per Genova per il crollo di un ponte che ha provocato 43 morti. Giustissima anche per Venezia, la città più bella del mondo, patrimonio dell’umanità che non merita di essere “affondata” come una nave nella tempesta. Una semplice riflessione, terra terra, ci porta a domandarci: ma i 300 morti del terremoto 2016 del centro Italia non meritavano un commissario straordinario con pieni poteri? Evidentemente no perché hanno nominato tre commissari “a tempo” e senza poteri per gestire una situazione che ancora oggi, ad oltre tre anni, si presenta irrisolvibile. E’ la conferma di quanto sostenevamo tanti mesi fa dicendo che i ritardi non erano casuali, che gli impedimenti di normative contraddittorie erano voluti, che lo scopo finale era di desertificare i nostri territori, di stancare anche i più resilienti perché non presentassero neppure le domande per ricostruire le loro case. Come infatti sta avvenendo.

Lo striscione alla protesta a Roma del maggio scorso

Non era pessimismo di chi scriveva quelle cose, ma un amaro presentimento. Confermato anche da quanto sta avvenendo adesso. Ad esempio non è un caso che dal 31 ottobre non è stata più riaperta la strada Castelsantangelo sul Nera-Castelluccio di Norcia. Prima almeno nei week-end rimaneva aperta. E sembra che la chiusura sia prevista fino ad aprile. E’ un’altra ferita inferta all’area del terremoto in quanto danneggia la ripresa del turismo, danneggia tutte le attività che stavano riprendendo, crea ulteriore sfiducia in tutti i terremotati. La decisione pare sia venuta dall’alto in quanto il responsabile Anas per Toscana, Marche e Umbria, Raffaele Celia, a giugno di quest’anno (non l’anno scorso) aveva assicurato che «i lavori autunnali sarebbero stati di completamento con l’obiettivo di completare i lavori per la viabilità entro l’anno in corso». Forse il progetto è troppo impegnativo e troppo costoso per cui bisogna diluire la spesa in più annate? C’è un altro provvedimento che, sia pure involontariamente (ne siamo certi), colpisce soprattutto i terremotati. Infatti prima o poi sarà vietata la circolazione delle auto diesel A1, A2 e A3 perché troppo inquinanti. Non è difficile intuire che chi abita in zone di montagna, spesso costretti a fare lunghi tragitti dai luoghi di residenza a quelli di lavoro, e con redditi non certo altissimi, ha da sempre in dotazione auto diesel. Ci sarà qualche parlamentare che avrà l’idea di presentare un emendamento per salvaguardare gli interessi di questi automobilisti terremotati? Vogliamo sperarlo. Oppure potrebbero aprire una sottoscrizione tra tutti i parlamentari per acquistare le auto elettriche per i terremotati.

Mauro Falcucci

Prima o poi sarà discusso in Parlamento anche il cosiddetto “decreto terremoto” che il sindaco di Castelsantangelo Mauro Falcucci definisce «tutto sbagliato perché, facendo l’esempio dei pazienti in ospedale, prevede di curare sia il raffreddato che quello moribondo con la stessa medicina, che, stando agli strumenti messi in campo, non è che un’aspirina». Egli infatti sostiene che «il Governo deve differenziare norme e interventi nel cratere in base all’entità dei danni: quelli nella fascia da Amatrice a Camerino, passando per Arquata, Norcia, Castelsantangelo sul Nera, Ussita, Visso e gli altri borghi a ridosso dell’Appennino, rasi praticamente al suolo “non possono essere paragonati ai paesi danneggiati ma lontani decine di chilometri dagli epicentri».

Castelsantangelo

E le cifre gli danno ragione. Infatti i primi segnali di ricostruzione si stanno verificando tra 25 e 42 chilometri di distanza dal triangolo Castelsantangelo, Ussita e Visso con contributi pari a 169 milioni. Da una ricerca fatta dall’ing. Alessandro Santi risulta infatti che San Severino ha presentato 405 richieste di contributi, Macerata 196, Tolentino 617, San Ginesio 298, Sarnano 248. I Comuni più vicini all’epicentro del sisma sono Visso con 219 richieste di contributi, Fiastra 183, Pieve Torina 174, Muccia 136, Valfornace 130, Caldarola 119, Ussita 97, Castelsantangelo 60.  Su queste cifre influisce la diminuzione della popolazione. Infatti nei primi sei mesi del 2019 in provincia di Macerata (dati Istat) si è registrato un calo di 751 residenti. Nel triennio 2016/2018 questa la flessione degli abitanti: Montecavallo – 15,9%, Castelsantangelo sul Nera – 11,4%, Ussita – 7,9%, Pieve Torina – 6,8%, Camporotondo di Fiastrone – 6,7%. Ma va tenuto presente che molte persone, pur avendo abbandonato la vecchia abitazione, hanno mantenuto la vecchia residenza e quindi risulano presenti. E’ stata fatta un’indagine tra la gente che vive lontana dai luoghi di origine per conoscere quali siano le intenzioni per il futuro. Ebbene il 34,5% pensa di far ritorno al proprio paese, il 34% è propensa a restare dove si è sistemata attualmente. Invece il 16% preferisce trasferirsi in altre località.

E’ stato anche chiesto loro quale futuro prevedono per l’area terremotata: così risulta che solo il 4% delle persone consultate pensa che i centri terremotati torneranno al livello della popolazione precedente. Invece il 94% non ritiene possibile questa situazione. Va sottolineato che in tutta l’area terremotata non solo non c’è ripresa del turismo ma sussiste anche un serio problema di sostenibilità economica delle attività commerciali. Lo sostiene il commercialista Stefano Falcioni il quale ha dichiarato: «Nelle zone interne colpite dal terremoto, il volume di affari di esercenti commercianti ed artigiani è oggi un terzo di quello che era prima del terremoto». Infatti non solo è diminuita la popolazione ma anche tra i residenti la propensione a spendere è molto diminuita. Falcioni sottolinea anche che alcune agevolazioni hanno favorito le zone periferiche del cratere e danneggiato le altre. L’esempio è fornito dal bando della Regione Marche con un ammontare di 10 milioni di euro che pone come parametro la somma di 200mila euro di fatturato. Cifra questa che è al di fuori della portata di attività a ridosso dell’epicentro mentre più rintracciabile in aree industriali, artigianali e produttive molto strutturate e quindi più vicine alla costa.

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