Una “Casa” aperta a Ussita:
«Ecco come nasce
un Porto di montagna»

TRE ANNI DAL SISMA - La storia di Cosa accade se abitiamo: associazione nata a Frontignano dopo le scosse del 2016 e che oggi compie un anno. Una sede multifunzionale diventata anche abitazione e presidio a 1350 metri sul livello del mare. Negli ultimi mesi sono stati ospitati artisti, giornalisti, scrittori, geologi e molti altri. La presidente Caporicci: «L'obiettivo è favorire l’incontro, il confronto tra posizioni apparentemente distanti, la riflessione collettiva. A chi viene in residenza chiediamo questo: di mettersi in ascolto della comunità»
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c.a.s.a.

Foto di gruppo di Casa: da sinistra Augusto Ciuffetti, Mauro Pennacchietti, Federica Nardi, Patrizia Vita, Roberto Rettura, Chiara Caporicci, Marta Zarelli, Christian Tedde e Fabio Bianchini

 

Cosa accade se abitiamo, “Casa”, è un nome e una direzione in mezzo alle macerie del terremoto del 2016. A Frontignano di Ussita lo chiamano il “porto di montagna”. Un piccolo appartamento al piano strada in via Pian Dell’Arco che si apre sulla vista cangiante del monte Cardosa, a 1.350 metri sul livello del mare. Uno dei pochi camini accesi della vallata dove non esistono quasi più focolari con l’arrivo delle soluzioni abitative d’emergenza. Uno spazio nel cuore del Parco nazionale dei Monti Sibillini che oggi compie un anno di vita come associazione, a tre anni di distanza dalle scosse che insieme a quella del 30 ottobre più hanno segnato il territorio maceratese. Ma la sua storia nasce proprio all’indomani delle scosse, quando alcune persone (tra cui una ussitana) dopo aver dato una mano nella prima emergenza decidono di investire su un progetto che parta dalla comunità. Da qui negli ultimi mesi sono passati musicisti, storici, giornalisti, fotografi, artisti, geologi, architetti, studenti, attivisti, scrittori e associazioni. Ma la quotidianità è fatta anche di legna da tagliare, conversazioni con i (pochi) vicini e cervi che attraversano la strada.

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Una delle pareti di Casa allestita per raccontare la storia di Frontignano

«Per noi è fondamentale essere qui, in dialogo con la comunità di Ussita e a contatto con il territorio», spiega Chiara Caporicci, presidente dell’associazione, che al momento raccoglie altre sette persone provenienti da diverse parti della provincia e dell’Italia. «L’idea è stata fin dall’inizio quella di creare un luogo di connessione e scambio tra il “dentro” e il “fuori”. Quando qualcuno viene qui per una residenza non è mai isolato: ci siamo noi presenti (Chiara vive nella sede dell’associazione e a turno gli altri soci abitano lo spazio, ndr), entra in contatto con la comunità e la sua quotidianità, fa domande e porta le sue esperienze. Chiediamo prima di tutto questo: di mettersi in ascolto di un territorio che vive un momento complesso e delicato. Ogni progetto è frutto di questo dialogo e deve presupporre una restituzione alla comunità. È così che tanti abitanti hanno iniziato a frequentare Casa e le cose che organizziamo. Siamo in un rapporto di reciprocità: gli ussitani sono ospitali e incuriositi da chi attraversa lo spazio, ci raccontano delle bellezze e delle criticità, in un clima disteso. E questo favorisce l’incontro, il confronto tra posizioni apparentemente distanti, la riflessione collettiva».

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Un momento di Passi Narrati

La parola chiave è “contaminazione culturale”, ma anche “rete”. «I nostri ultimi ospiti sono stati un giornalista e un fotografo – spiega Caporicci -, entrambi de L’Aquila, che stanno contribuendo a un progetto di guida partecipata che stiamo portando avanti con gli ussitani da oltre un anno. La loro presenza ha prodotto dibattiti e temi che continuano ad andare avanti in modo indipendente da noi». Ma nella lista di cose fatte ci sono anche la tappa sibillina del festival del turismo responsabile It.a.cà (che verrà riorganizzato quest’anno), le passeggiate tematiche “Passi narrati” in compagnia di abitanti locali e ospiti esterni, gli scambi con altre realtà attive in Italia sui temi del post-sisma, dei modelli di sviluppo e dell’abitare in alta montagna. L’associazione è in lizza anche per il premio “Luisa Minnazzi” come storia d’impegno per l’ambiente, il prossimo, la legalità. Casa insomma non è solo turismo, non è solo arte, non è solo un’abitazione, né un lavoro, anche se i soci dedicano gran parte del loro tempo alle attività dell’associazione.

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Un incontro nello spazio antistante l’associazione

«Quando è nata Casa nemmeno noi sapevamo bene in che direzione stavamo andando, era un contesto in continuo mutamento, ma sentivamo che era prioritario mantenere un presidio in un luogo a cui eravamo legati. L’agire tra incertezza e fragilità è e sarà il contesto di azione per questi territori nei prossimi anni. Noi vogliamo esserci, flessibili e aperti, ma allo stesso tempo vigili e attenti, come ci ricordano spesso gli amici de L’Aquila». Dalle scosse gli impianti da sci di Frontignano sono chiusi, e per la riapertura (annunciata più volte) ci sarà ancora tempo. Uno stop tecnico che ha sconvolto l’economia locale, da sempre nutrita dalla presenza degli abitanti delle seconde case e degli sciatori. «Abbiamo cercato di veicolare un’idea complementare agli impianti, non alternativa – specifica Caporicci – in base alle competenze e alle relazioni che abbiamo e che possiamo mettere a disposizione del territorio. È capitato che qualcuno ci accusasse di essere contro gli impianti solo perché ci siamo occupati di altre possibilità di sviluppo turistico, come il Cammino nelle Terre Mutate o progetti di riqualificazione artistica. Ma per noi le diverse economie possono convivere e integrarsi rispettando criteri giusti per tutti, come ad esempio responsabilità e trasparenza, equilibrio degli investimenti, ottimizzazione delle risorse e sostenibilità sociale e ambientale, impegno civile. Anche per tutelarci come collettività dalle speculazioni esterne». Il tema impianti, così come la ricostruzione che non parte e un’instabilità politica costante (Ussita dal sisma ha visto ben due sindaci dimissionari ed è attualmente commissariata), incidono non poco sull’umore generale della zona. «Esistono molti disaccordi nella comunità – spiega Caporicci – e ogni giorno ci scontriamo con questa difficoltà per lavorare a progetti che vorrebbero coinvolgere tutti attivamente. A noi interessa ascoltare i conflitti, ma poi cerchiamo di dedicare tempo ed energie a trovare terreni trasversali alle opinioni e non fertili per gli interessi dei singoli, senza prendere le parti di nessuno. La diversità, partendo in primis da quella interna agli stessi soci di Casa, è un valore aggiunto ed il linguaggio che ci sentiamo di poter condividere».

(Redazione CM)

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