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Quando crollò pure la speranza:
30 ottobre 2016, la “botta grossa”

TERREMOTO - Sono passati tre anni dalla scossa che alle 7,40 sconvolse nuovamente il centro Italia portando danni ingenti e migliaia di sfollati. Magnitudo 6,5, fu la più potente dello sciame sismico iniziato il 24 agosto. Il cratere raddoppiò le sue dimensioni passando da 62 a 131 comuni. Oggi, gli unici veri eroi sono quelli che restano tra le montagne dell'Appennino
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Macerie nella zona rossa di San Placido a Visso

 

di Luca Capponi 

Quel 30 ottobre 2016 l’incubo continuò ad operare malignamente. Spietato e freddo. Subdolo e crudele. Come ogni incubo che si rispetti. Nessun morto, anche se la morte era ovunque. Danni endemici, luoghi perduti, monumenti in pezzi. Anime distrutte, anime da zona rossa. Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo e un cratere che dopo lo sconquasso del 24 agosto raddoppiò la sue dimensioni passando da 62 a 131 comuni colpiti, con migliaia di sfollati costretti a “migrare” verso la riviera in un esodo moderno di proporzioni bibliche.

Immagini dal dramma del sisma (foto Vagnoni)

L’avvisaglia del 26 ottobre aveva prodotto due scosse (5.4 e 5.9 di magnitudo) tra le 19,10 e le 21,30 e buttato in strada gente, come due mesi prima, stavolta però sotto la pioggia e il freddo autunnale. Nessuno immaginava che la domenica, di mattina presto, sarebbe arrivato un’altra volta il mostro. Stavolta ancora più forte. Nelle case a rischio però non trovò nessuno. Erano piene di paura, ma fortunatamente vuote.
Esattamente alle 7,40, una botta da 6,5 di magnitudo con epicentro Norcia: “la botta grossa”, quella che fece crollare (anche) la speranza. La più potente. Ma per un incubo spietato, non l’ultima della incredibile serie che poi avrebbe colpito ancora il 18 gennaio 2017, nell’accoppiata maledetta con una delle nevicate più intense mai registrate nel centro Italia.

Le terra e la speranza della gente d’Appennino

A distanza di 3 anni, le cose stanno come stanno. Cioè non bene. I primi a saperlo, quelli che ci vivono. Da Amatrice ad Arquata e Accumoli, passando per il Maceratese, l’Ascolano e la zona umbra fino al Teramano, nel cratere dell’apparente immobilismo. Nei 1.095 giorni trascorsi dal 30 ottobre 2016 qui si è detto e visto di tutto: promesse, appalti revocati, inchieste, sciacalli tra le macerie, casette difettose, processi ad anziani senza più dimora, infrastrutture andate a male, commissari, presidenti. “Ricostruiremo”, “ripartiremo”, “rilanceremo”, verbi al futuro rimasti tali. E burocrazia che stritola, tanta. Troppa. Che a un certo punto è pure finita con l’andare a braccetto dell’indifferenza, altro nemico che si sperava fosse solo un proclama dei più pessimisti. E invece, ecco un’altra evitabile accoppiata. Forse la più letale.

Zona rossa

Come in una storia già vista, del terremoto si torna a parlare ad ogni ricorrenza, spesso in maniera superficiale. Per il resto tabù. Argomento di scarsa audience, di presa molle se non su chi dalla tragedia è stato interessato in maniera diretta o indiretta. Tra le montagne dell’Appennino, poca gente c’era prima e ancora meno ce n’è adesso. Pochi voti, pochi telecomandi che pigiano.
Quelli che restano, i  veri unici eroi. A colpi di ferrea volontà contro un quotidiano durissimo di sacrificio e poco altro, di rinunce e silenzi, di inverni rigidi che non fanno sconti. Eroi davvero. Insieme a chi dà una mano, a chi torna ogni giorno sobbarcandosi chilometri e chilometri di macchina, a chi non abbandona, a chi fa sentire la propria presenza, a chi mantiene viva una terra in difficoltà. Spopolata. Che tenta in tutti i modi di risvegliarsi da un incubo. Lottando, giorno dopo giorno. Notte dopo notte. Senza paura. In attesa di poter sognare ancora.

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