Danni alla statua per Pamela
dopo i furti di foto e peluche
ll papà: «Lasciate in pace mia figlia»

OMICIDIO - La rabbia del papà della 18enne uccisa a Macerata nel 2018 dopo un atto vandalico a Roma. «Non capisco che fastidio vi dà. Su di lei avete detto di tutto. Anche dopo due processi in cui è stata provata la ferocia che ha subito. Mi chiedo come sia possibile che abbia pagato una sola persona, pur se condannata all'ergastolo, ma mai quanto noi»
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Stefano Mastropietro

 

«Lasciate in pace mia figlia Pamela». È lo sfogo del padre della 18enne uccisa a Macerata il 30 gennaio 2018, Stefano Mastropietro dopo che la statua in legno realizzata a Roma in memoria della tragedia accaduta alla figlia è stata danneggiata. Stefano Mastropietro, sulla pagina Facebook “La voce di Pamela Mastropietro” si chiede «Che fastidio vi dà Pamela? Avete, ancora una volta, profanato la sua memoria, danneggiando l’opera che, per lei, era stata apposta a piazza Re di Roma, nella sua città, lo scorso 30 gennaio, terzo anniversario dai quei tragici e demoniaci fatti» scrive il padre. Stefano Mastropietro vuole rispetto per la figlia, una ragazza uccisa (dal nigeriano Innocent Oseghale, condannato all’egastolo, ndr) e fatta a pezzi con il corpo messo in due trolley. «Non vi è bastato – dice rivolgendosi agli autori del danneggiamento e a chi in questi anni non ha mostrato rispetto per la tragica fine della ragazza – darle della tossica e della “poco di buono”, sui social, o su qualche scritta sui muri, non conoscendo nulla della sua storia e di chi fosse veramente. Non vi è bastato rubare la sua fotografia o i suoi peluche.

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Il monumento danneggiato

Non vi è bastato leggere (ma dubito che ne siate capaci) di due sentenze che, comunque andrà, hanno accertato la ferocia di colui che si è accanito sul suo corpo. No, non vi è bastato. Dovevate, ancora una volta, offendere un simbolo a lei dedicato. Che ne sapete voi della droga? Che ne sapete voi della sofferenza che si prova a cercare di strappare una figlia a quel mondo, a cui purtroppo è avvinghiata a causa di un maledetto male psichiatrico, di cui in molti si sono approfittati? Che ne sapete del dolore di un genitore, chiamato a rispondere delle proprie azioni (fatte anche di errori, per carità, ma commessi certamente in buona fede, in un mondo dove tutto corre e dove il compito di accudire la cosa più bella che hai è sempre più complesso e difficile) davanti ad un corpo martoriato, con il cuore di una figlia, che spesso ha battuto all’unisono con il tuo, strappato via dal suo petto, ritrovato a parte in un sacchetto?».

Stefano Mastropietro ha sempre tenuto un profilo basso, sia dopo la scoperta della morte della figlia, sia nel corso dei processi e raramente ha commentato quanto stava succedendo. Ma stavolta dopo questo ennesimo gesto sembra voler esternare parole e pensieri come mai aveva fatto prima: «Che ne sapete delle notti insonni trascorse ad immaginare i suoi ultimi momenti? Si sarà resa conto della fine che stava per fare? Quanto avrà sentito male? Quanto avrà sofferto? E perché diavolo è andata via da quella comunità dove, con tanta speranza, era stata ricoverata, per curare, innanzitutto, il male della sua anima? Come è possibile che, a rispondere di tutti quei tragici e sventurati accadimenti, sia stata chiamata a rispondere una sola persona, condannata sì all’ergastolo, ma mai quanto noi? Che ne sapete del valore di quella fotografia o di quei peluche? O di quell’opera che, al di là se possa piacere o no, rappresenta un ricordo, da relegare non solo nell’intimo di una famiglia distrutta per sempre, ma nella coscienza della collettività, a presente e futuro monito di non abbassare o, meglio, di alzare la guardia contro certi fenomeni, senza paura o ipocrisie? In gioco c’è la salute e la sicurezza di tutti».

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Pamela Mastropietro

Non solo gesti di vandali feriscono, ma anche parole «chi dice di essere un intellettuale (tra cui qualche giornalista o sedicente opinionista), di essere colui che difende i diritti all’autodeterminazione di tutti, salvo poi affermare, in maniera più o meno diretta, che Pamela, mia figlia, se la sia quasi andata a cercare e, quindi, a meritare, la fine che ha fatto. Innestando nelle menti, allora, il pericoloso modo di ragionare secondo cui, pure il barbone che dorme alla stazione potrebbe andarsi a cercare, magari, di essere bruciato da qualche squilibrato, così come la prostituta di essere menata o abusata, così come una donna vestita con una bella gonna violentata, e via dicendo». Un papà che dice ancora «Sono stato in silenzio in molti frangenti, ma ora sono io a dire basta. Per tornare a quanto da ultimo accaduto denuncerò il fatto, e non sia mai dovesse essere preso l’autore o gli autori di questo ultimo, indegno gesto, vorrò incrociarne lo sguardo. Per guardare dal vivo l’ignoranza che, quando offende la memoria di un morto, rende colui che ne viene guidato, il più meschino tra gli uomini».

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