Oseghale, depositato l’appello:
«Troppe lacune per condannarlo,
gli accertamenti vanno ripetuti»

OMICIDIO DI PAMELA - Gli avvocati Umberto Gramenzi e Simone Matraxia hanno fatto ricorso alla sentenza della Corte d'assise di Macerata. Per i legali, il nigeriano deve essere assolto. Tra i motivi le discrepanze nella ricostruzione dei fatti, le incertezze degli esami medico legali, e anche la fretta dovuta alla pressione mediatica
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Innocent Oseghale

 

di Gianluca Ginella

Omicidio di Pamela Mastropietro, i difensori di Innocent Oseghale hanno depositato l’appello alla condanna in primo grado all’ergastolo decisa lo scorso 29 maggio dalla Corte d’assise di Macerata. Ergastolo e 18 mesi di isolamento diurno per l’omicidio della 18enne romana (uccisa il 30 gennaio 2018 a Macerata), aggravato dalla violenza sessuale: il massimo della pena possibile. Ora i difensori, gli avvocati Simone Matraxia e Umberto Gramenzi, dopo aver letto le motivazioni della sentenza, che sono state depositate dai giudici il 21 novembre (dopo una lavorazione durata circa 6 mesi), hanno presentato appello. Diversi i motivi su cui si incentra il ricorso della difesa che principalmente evidenzia un concetto: «l’insussistenza del reato di omicidio aggravato».

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Gli avvocati Umberto Gramenzi e Simone Matraxia

E i difensori del nigeriano chiedono anche che vengano ripetuti alcuni accertamenti tecnici perché ritengono ci siano stati errori «che hanno caratterizzato il percorso motivazionale della sentenza di primo grado (indagini medico legali, tossicologiche, ricostruzione temporale dell’evento, erronea valutazione del materiale probatorio acquisito)». La difesa critica le analisi svolte per accertare se Pamela avesse avuto una overdose, e anche sulle ferite ritenute inferte mentre la ragazza era in vita. Tra le richieste quella di acquisire documentazione sanitaria relativa a ricoveri della 18enne prima che entrasse alla Pars di Corridonia. «La valutazione medico legale non ha tenuto conto di due precedenti gravi episodi da cui poi è derivato l’ingresso della Mastropietro nella comunità – dice la difesa – Infatti, la Mastropietro era stata ricoverata, il 16 luglio 2017, alla Spdc del presidio ospedaliero ex Sant’ Eugenio – Cto di Roma in seguito ad un abuso di sostanze. Successivamente, in data 7 ottobre 2017, la Mastropietro è stata ritrovata dalla polizia riversa in strada per un’overdose quasi letale ed è stata nuovamente ricoverata presso la stessa Spdc», la difesa aggiunge che «dette circostanze risultano, tra l’altro, dalla relazione della dottoressa Bruzzone confluita nel fascicolo del dibattimento. «Tale documentazione non può essere trascurata in quanto, può fornire informazioni utili sullo stato di salute della ragazza e sui quantitativi di sostanza assunta per provocare queste due gravi crisi».

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L’avvocato Simone Matraxia

I difensori in relazione all’omicidio, parlano di una erronea ricostruzione dei fatti: «l’imputato deve essere assolto, quantomeno per mancanza di prova della responsabilità “oltre ogni ragionevole dubbio”» e inoltre la difesa ritiene non ci sia stata la violenza sessuale. «Nonostante l’evidente incertezza e contraddittorietà del quadro probatorio, la Corte di assise giunge ad affermare la responsabilità penale dell’imputato, in relazione al reato di omicidio aggravato, al di là di ogni ragionevole dubbio. La Corte, in sostanza, riconduce la morte della Mastropietro alle due coltellate vibrate quando la stessa era ancora in vita escludendo “ragionevolmente” la morte per overdose. Convincimento, quello espresso dalla Corte, derivante dalle conclusioni dei consulenti del pm e parte civile, dai risultati delle indagini tossicologiche e sui resti cadaverici nonché dalla condotta probatoriamente inquinante dell’imputato».

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Pamela Mastropietro

La difesa parla di lacune a causa «della fretta, dovuta anche alla pressione mediatica, nel giungere a  definire le responsabilità» e su questo cita l’avvicendamento dei medici legali che «come per stessa ammissione del medico legale Mariano Cingolani, non ha giovato all’accertamento dei fatti». Sulla ricostruzione del delitto: «La Corte, in merito afferma: l’imputato, ragionevolmente, per evitare che Pamela dopo aver abbozzato una prima reazione denotante dissenso, una volta ripresasi completamente, si allontanasse e lo potesse perfino denunciare, subito dopo il rapporto, le infliggeva le due coltellate mortali, a distanza di alcuni minuti l’una dall’altra, dopo aver constatato che la prima non aveva evidentemente sortito gli effetti definitivi sperati. La ricostruzione operata dalla Corte oltre ad essere frutto di intimo convincimento disancorato da qualunque risultanza probatoria, se non quella derivante dalla deposizione di Vincenzo Marino (ritenuto inattendibile) è illogica, in primis, per la seguente ragione: se un soggetto dà una coltellata con intento di uccidere, avrebbe attinto in zona più vitale, avrebbe impresso una forza considerevole e quindi, di conseguenza, la lesione prodotta avrebbe una dimensione ben diversa dalla lesione D e di profondità superiore a quella rinvenuta e ritenuta corrispondente, a livello epatico, che è di 1 centimetro di profondità».

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I medici legali Mariano Cingolani (a destra) e Roberto Scendoni

Inoltre, «appare opportuna una domanda: se questa prima coltellata fosse stata inferta quando Pamela era in vita e aveva addirittura abbozzato una reazione di dissenso è possibile che non abbia opposto alcuna reazione, seppur minima, di difesa all’aggressione da parte dell’imputato?». E ancora: la difesa sostiene che siano state tralasciate alcune circostanze decisive: dalle risultanze medico legali, a quelle tossicologiche, al traffico telefonico e in particolare le telefonate con un amico di Oseghale, Antony Anyanwu le intercettazioni tra questo e un connazionale al quale avrebbe detto (circostanza poi non confermata al processo) che Oseghale gli riferì che la ragazza dormiva sul letto, che le aveva dato della droga e che successivamente lo aveva richiamato per dirgli che non si svegliava. Secondo la difesa questo è in linea con la ricostruzione alternativa: ossia che Pamela sia morta a causa di una overdose.

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Giovanni Giorgio

C’è poi il condizionamento dei mezzi di informazione: secondo la difesa si sarebbe generato «un “inquinamento” dei ricordi». Ultimo punto la requisitoria del procuratore Giovanni Giorgio: «singolare ed emblematico che si sia incentrata sulle dichiarazioni dibattimentali di Vincenzo Marino (ex collaboratore di giustizia, ndr) detenuto nella Casa circondariale di Ascoli insieme all’imputato per un periodo di tempo antecedente la fase dibattimentale – scrivono i legali -. Il pm ha ricostruito, in sede di requisitoria, l’intera vicenda processuale basandosi completamente sul narrato di Vincenzo Marino che avrebbe riferito in aula quanto gli sarebbe stato raccontato dall’imputato durante la permanenza in carcere». La Corte però «pur confermando l’impianto accusatorio, ha ritenuto macroscopicamente inattendibile ed oggettivamente e soggettivamente inaffidabile quanto raccontato da Vincenzo Marino nel contraddittorio tra le parti».

 

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