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«Oseghale ha mentito,
dal confronto tra i periti
esclusa l’ipotesi di overdose»

DELITTO DI PAMELA - Luisa Regimenti, sentita come consulente della famiglia, sulle dichiarazioni rese in aula dal nigeriano: «L'udienza di ieri ha avvalorato la tesi dell'omicidio. I periti della difesa hanno espresso solo delle opinioni, prive di elementi scientifici a supporto»
giovedì 4 Aprile 2019 - Ore 16:20 - caricamento letture
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Luisa Regimenti ieri in tribunale

 

«Innocent Oseghale mente. Le dichiarazioni rese sulla morte di Pamela sono pretestuose e inattendibili. Le perizie dimostrano che non c’è stata overdose». A dirlo è Luisa Regimenti, una dei consulenti che sono stati sentiti ieri al processo di Corte d’assise in corso al tribunale di Macerata per l’omicidio di Pamela Mastropietro, la 18enne uccisa il 30 gennaio del 2018. Il nigeriano ieri ha reso spontanee dichiarazioni e ha detto che Pamela quel giorno era a casa sua e che aveva chiesto di potersi riposare. Mentre si trovava in un’altra stanza «ho sentito un tonfo, sono andato a controllare e ho trovato Pamela distesa a terra. Allora l’ho sistemata sul letto» ha riferito Oseghale. Ha poi detto che siccome gli sembrava la ragazza si fosse ripresa, era uscito per andare da un cliente della droga e quando è tornato la 18enne non si muoveva più. «Ha affermato di non averla uccisa, ma l’udienza di ieri ha escluso la possibilità del decesso per overdose, avvalorando la tesi dell’omicidio per fendenti da arma bianca» dice Regimenti, docente di medicina legale all’Università di Tor Vergata a Roma e consulente di parte civile per la famiglia di Pamela. Regimenti, che ieri è stata chiamata a confrontarsi con le tesi della difesa che in merito alla morte ha sempre ipotizzato fosse dovuta all’assunzione di eroina, anche se ieri i consulenti hanno precisato che non si può dimostrare.

Innocent Oseghale ieri all’uscita dal tribunale

«Dal lungo dibattimento che si è svolto tra i periti delle due parti – prosegue Regimenti – sono emerse, in sostanza, solo certezze, a conferma della bontà delle perizie tecniche effettuate dall’accusa e suffragate da valori numerici precisi. I periti della difesa, invece, hanno espresso solo delle opinioni, prive di elementi scientifici a supporto, fornendo tra l’altro dei dati errati e fuorvianti, come ad esempio il peso della ragazza, sicuramente sottostimato. Nel complesso, un atteggiamento dilatorio attuato nel tentativo di allungare il processo e ritardare il momento della sentenza». La difesa alla fine dell’udienza ha chiesto di fare una perizia su due ferite al fegato della ragazza che secondo l’accusa sono quelle che hanno causato la morte della 18enne. Su una di queste il medico legale Mauro Bacci, della difesa, ha ammesso che potrebbe essere stata inferta quando era in vita (una tesi della difesa era che certe ferite potessero essere state provocate per fare a pezzi il corpo, quindi con la ragazza già morta a causa della overdose). I giudici si sono riservati di decidere se fare o meno la perizia. Una risposta si avrà il 24 aprile, prossima udienza del processo.

Alessandra Verni e Marco Valerio Verni

«Abbiamo accettato, insieme alla procura, la richiesta avanzata dalla difesa di svolgere nuovi accertamenti istologici sulle ferite all’emitorace destro e riesaminare quelli già presenti all’interno del fascicolo – continua Regimenti –. Al riguardo, mi preme tuttavia sottolineare l’incomprensibile comportamento della difesa, che quando furono svolte queste perizie tecniche ebbe la possibilità di inviare un proprio consulente e chiedere magari già a suo tempo delle eventuali integrazioni, ma non fece nulla. E lo fa solo oggi. Si tratta di perizie sulla vitalità delle lesioni che appaiono del tutto inutili, perché non aggiungono nulla ai risultati che il professor Mariano Cingolani (che eseguì l’autopsia, ndr) ha presentato al termine di esami istologici e istochimici svolti con sistemi tecnici all’avanguardia e altamente specialistici – continua Regimenti -. Le immagini fotografiche che sono state proiettate in aula, inoltre, hanno permesso di capire bene che i colpi inferti al livello del nono e decimo spazio intercostale del corpo di Pamela sono stati dei fendenti, i quali non hanno alcuna attinenza con i tagli che invece sono stati compiuti per sezionare il cadavere, tutti tagli di tipo trasversale, quindi non da infissione ma da sezione».

(Gian. Gin.)

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