Processo Oseghale, Roberta Bruzzone:
«Pamela era facilmente manipolabile»

OMICIDIO - La criminologa ha parlato in Corte d'assise dell'autopsia psicologica svolta sulla 18enne uccisa: «Chiunque incontrasse e si mostrasse anche minimamente disponibile con lei diventava come il salvatore e questo è tipico di persone borderline». Nella prossima udienza l'imputato renderà spontanee dichiarazioni ma non si sottoporrà a interrogatorio
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di Gianluca Ginella (foto di Fabio Falcioni)

«Quando Pamela ha messo i piedi fuori dalla comunità Pars era in condizioni di stand by sotto il profilo cognitivo. La sua capacità critica era sospesa ed era facilmente manipolabile, chiunque incontrasse e si mostrasse anche minimamente disponibile con lei diventava come il salvatore e questo è tipico di persone borderline che si trova in uno stato di angoscia».

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Roberta Bruzzone

Così la criminologa Roberta Bruzzone che ha svolto un’autopsia psicologica su Pamela Mastropietro. «Che nessuno si sia accorto in comunità che continuava ad assumere oppiacei mi ha fatto sobbalzare sulla sedia» ha detto la Bruzzone. La criminologa, ascoltata dalla Corte d’assise nel processo per omicidio in cui è imputato il nigeriano Innocent Oseghale, si è occupata di svolgere un accertamento specialistico per la famiglia della 18enne uccisa. Ha detto chiaramente che le condizioni in cui si trovava Pamela «erano evidenti per chiunque abbia occhi e orecchie che funzionano. Bastava darle un passaggio per accorgersene». La criminologa si è basata sulla documentazione psichiatra svolta su Pamela. Per la Bruzzone «in comunità c’è stato un peggioramento rispetto a quando è entrata ma si tratta di una cosa se tutto normale per un soggetto borderline. Anche perché quando è entrata non c’era stato, prima, un periodo di stabilizzazione, tanto è vero che aveva avuto una overdose 10 giorni prima di entrare alla Pars». Ha detto che la tossicodipendenza «può essere in persone con quelle patologie una sorta di autocura». Sulla droga assunta il 30 gennaio, con una siringa: «prima non l’aveva mai fatto, la prendeva per inalazione. Che abbia usato una siringa è misura del fatto di estrema compromissione in cui si trovava».

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La famiglia di Pamela Mastropietro

Ha citato un test (chiamato Mmpi-2) cui era stata sottoposta da una psicologa in servizio alla Pars il 25 gennaio 2018. «Pamela è in fase di scompenso in quel periodo. Ha difficoltà a distinguere tra realtà interna ed esterna. In quei giorni è un soggetto totalmente destabilizzato, ancora assuefatto dal consumo di droga. La sua fuga dalla Pars è un sintomo della sua condizione di angoscia. Chiunque ha incontrato per strada e si è dimostrato anche minimamente disponibile per lei è diventato un salvatore. Il borderline entra in condizione di totale dipendenza e assoggettamento». Ha spiegato che «l’angoscia di un borderline è come un attacco di panico all’ennesima potenza». Ha poi citato una dichiarazione del taxista peruviano che la accompagnò ai Giardini Diaz il 30 gennaio: «Ho avuto la sensazione che Pamela non fosse del tutto lucida, parlava a rilento», aveva detto l’uomo quando era stato sentito dai carabinieri. Ha infine aggiunto che quando la 18enne ha lasciato la Pars «era in condizione estremamente compromessa». Dopo la criminologa è stata sentita una biologa Marina Baldi, nominata sempre dalla famiglia di Pamela che ha parlato delle analisi del Dna. Il processo è stato poi rinviato al prossimo mercoledì. In quell’udienza Oseghale, difeso dagli avvocati Simone Matraxia e Umberto Gramenzi, renderà dichiarazioni spontanee ma non si sottoporrà a interrogatorio.

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Il procuratore Giovanni Giorgio



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