Omicidio Pamela, «non ci fu overdose»
La testimonianza del tossicologo

PROCESSO OSEGHALE - Rino Froldi ascoltato come teste in Corte d'Assise: «Nel sangue la morfina era inferiore a 100 nanogrammi per millilitro, un valore considerato terapeutico o normale». Prima aveva parlato il medico legale Mariano Cingolani, che si occupò dell'autopsia completa: «Casi di disarticolazione in Italia ne sono avvenuti pochissimi e solo da parte della criminalità organizzata»
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L’uscita dal tribunale di Oseghale questa sera dopo le 20

di Gianluca Ginella (foto Fabio Falcioni)

«Il fatto che sia stata trovata morfina e codeina nel sangue, confermata tramite analisi dell’umor vitreo, dimostra che Pamela Mastropietro era sotto effetto delle droga al momento della morte. La droga stava ancora esplicitando la sua azione farmacologica. Ciò dimostra che non c’è stata l’overdose».

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Il tossicologo Rino Froldi

Così il tossicologo Rino Froldi, ascoltato oggi pomeriggio come teste al processo per l’omicidio di Pamela Mastropietro, di cui è imputato il 30enne nigeriano Innocent Oseghale. «Nei casi di overdose inoltre le concentrazioni di morfina nel fegato sono  di 1.600 nanogrammi per millilitro – ha aggiunto Froldi – valori lontani dal nostro, di 200 nanogrammi per millilitro. Nel sangue invece la morfina era inferiore a 100 nanogrammi: un valore considerato terapeutico o normale, non collegabile a una overdose». Dunque, se da una parte secondo il tossicologo è dimostrato che Pamela assumesse eroina, dall’altra è evidente che non andò in overdose il giorno della sua morte. Prima di Froldi era stato ascoltato il medico legale Mariano Cingolani, che ha parlato degli accertamenti tecnici svolti tramite indagini istochimiche, per capire se le ferite inferte al torace della ragazza fossero state fatali.  Secondo il medico si è trattato di «due ferite inferte almeno 10 o 15 minuti prima della morte», con  «il sanguinamento che deve essere durato circa 30 minuti perché – ha aggiunto –  le lesioni non sono state immediatamente mortali».

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Mariano Cingolani

«Abbiamo usato tre diversi marcatori (Triptasi, Interleuchina 15, Cp 15) e tutti sono risultati positivi su entrambe le ferite – ha spiegato Cingolani – Indicano che dopo l’avvenuta lesività c’è stato un tempo di sopravvivenza di almeno 10-15 minuti». Ha poi aggiunto che in base agli accertamenti svolti e alla formazione di granulociti neutrofili riscontrata sul corpo «deve esserci stato un sanguinamento di almeno mezz’ora. Anche perché le ferite non erano mortali e per arrivare alla morte ci vuole che il sanguinamento vada avanti», ha spiegato il medico legale che si è occupato dell’autopsia bis su Pamela, quella completa, mentre per la prima Antonio Tombolini aveva svolto un esame parziale. Cingolani ha spiegato che entrambe le lesioni, poi trovate sul fegato, erano sullo spazio intercostale e potrebbero essere state inferte a distanza di alcuni minuti una dall’altra. «La vittima è più compatibile che possa essere stata colpita da dietro – ha continuato Cingolani – Dico “potrebbe” ma è difficile avere conferme perché manca la cute dove sono state inferte le ferite. In una delle ferite l’arma è stata probabilmente fatta ruotare e spostata. La lama è penetrata per circa dieci centimetri fino al fegato dove, come aveva detto Tombolini, è entrata per un altro centimetro ancora. Ferite che si possono riferire ad arma da punta e taglio. Non sono risultate altre lesioni vitali sul corpo e quella alla testa». Su quella ferita ha aggiunto che non ha contribuito «in maniera apprezzabile alla morte».

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Pamela Mastropietro

È caduta? «Lesione leggermente tondeggiante, prodotta da un corpo ad ampia superficie, può essere un mobile, una parete». Il medico legale ha detto inoltre: «Abbiamo tentato la ricostruzione cutanea e siamo arrivati all’80% del corpo. Manca pelle del collo, mancano parti di pelle dell’addome». Tombolini nella sua testimonianza aveva fatto accenno a fratture costali. «Non erano presenti, nessuno le ha descritte, nemmeno lui. Mi sorprende quanto ha detto ma né noi né lui le abbiamo viste». Il pm Stefania Ciccioli, che sostiene l’accusa insieme al procuratore Giovanni Giorgio, ha chiesto se c’erano segni associabili a una overdose. «Non c’erano di queste indicazioni», ha evidenziato Cingolani. Mentre sull’operazione sul corpo ha dichiarato: «Casi di disarticolazione in Italia ne sono avvenuti pochissimi e solo da parte della criminalità organizzata. Per fare una operazione del genere quanto tempo occorre? Un buon patologo forense ci metterebbe mezz’ora per realizzare la disarticolazione per ogni arto. In tutto direi che per fare tutte le operazioni sul corpo possono essere servite 3 ore e mezza». La testimonianza è durata circa tre ore e poi l’udienza è stata sospesa. Alla ripresa l’avvocato Marco Valerio Verni, zio di Pamela e legale della famiglia, ha chiesto se un lavoro di disarticolazione poteva essere fatto da persone che avevano esperienza con gli animali, come aveva detto Tombolini nella sua testimonianza. «Per le grandi articolazioni sono conoscenze che possono essere trasferibili – ha risposto Cingolani – La sternotomia è l’unica cosa non fatta correttamente. Penso che chi ha fatto questo lavoro sul corpo volesse mettere in difficoltà i medico legali. Più raffinato l’intervento sulla colonna vertebrale perché fatta in modo preciso. Sembra essere stata fatta in maniera veramente, direi, settoria».

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L’arrivo di Oseghale in tribunale

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Alessandra e Marco Valerio Verni



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