Da 5 a zero, Macerata non ha candidate
E nel resto delle Marche non va meglio

ELEZIONI con poche donne che corrono alle posizioni di sindaca o governatrice. Alle Regionali solo l'obbligo delle quote rosa attenua la disparità. Ma il problema c'è anche a monte, nel processo di selezione delle classi dirigenti dei partiti e dei movimenti, quasi nessuno escluso
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Il corteo dell’8 marzo l’anno scorso a Macerata (foto Falcioni)

 

di Federica Nardi

Nel 2015 c’erano più candidate che candidati per la corsa a sindaco di Macerata: ben 5 su 9. Nel 2020, nemmeno una. Con il ritiro di Lauretta Gianfelici (ora “solo” candidata consigliera), il capoluogo di provincia non ha nemmeno una donna candidata sindaca.

Tra quelle che tentarono le urne cinque anni fa, due sono candidate al Consiglio regionale (sono Anna Menghi, unica sindaca della storia di Macerata durata solo un anno e poi sfiduciata dalla maggioranza e Deborah Pantana, entrambe di centrodestra). Alle regionali va meglio: almeno ci sono tre donne su otto candidati, anche se non sono nemmeno la metà. Un dato poi è che le candidate alla presidenza della Regione sono sono tutte posizionate con liste marginali: Vox, Sovranisti e Movimento 3V. Anche a Macerata Gianfelici sarebbe stata la candidata del Popolo della famiglia, partito di Mario Adinolfi.

Spostandoci in ambito comunali a Petriolo troviamo due candidati: due uomini. Fa eccezione solo Ussita, comune montano di circa 400 anime, che su tre candidati ha ben due aspiranti sindache, di cui una aveva già ricoperto il ruolo da giovanissima e in pieno sisma del ’97.

Ussita però è un’eccezione minuscola, come anche è un piccola eccezione Monterubbiano (nel Fermano, 2mila abitanti) dove la sfida è tra due donne: Meri Marziali e Annamaria Albanesi. Mentre nelle città più grandi che vanno al voto quest’anno niente da fare. A Macerata solo uomini, a Fermo quattro candidati, idem tutti uomini, a Loreto corsa a tre sempre al maschile e a Senigallia su sette candidati sindaco c’è solo una donna: Rosaria Diamantini. 

Da centrosinistra a centrodestra passando dai civici nelle candidature di maggior peso (città grandi o, appunto, Regione) le donne si trovano questo giro non come candidate sindache o governatrici ma nelle liste delle aspiranti consigliere. E questo tra l’altro molto probabilmente perché esiste l’obbligo di inserire donne in lista. E’ sotto gli occhi di tutti che gli uomini si sono dovuti contendere aspramente le caselline da candidato al Consiglio regionale, mentre per le donne c’è stato bisogno di tirarne diverse per la giacchetta pur di piazzare le quote rosa. Alle urne ci sarà la doppia preferenza, che nelle Marche era già realtà ma a livello nazionale no, tanto da costringere il governo a renderla obbligatoria.

I candidati uomini più “illuminati” indicano anche quale donna votare insieme a loro. Ma è davvero un bel segnale per le campagne elettorali delle nostre candidate? Loro, del resto, non fanno post per dire insieme a quale uomo votarle.

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I cinque candidati sindaco a Macerata

Le candidature finali sono comunque l’ultimo approdo di un processo, per cui il problema delle candidature è a monte. Dalla formazione della classe dirigente dei partiti e dei movimenti. Prendiamo l’esempio, sempre in ambito comunale, delle primarie del Pd: su quattro contendenti c’era sono una donna, Stefania Monteverde, vicesindaca uscente. Che infatti ha puntato moltissimo a livello comunicativo sull’essere donna e sul diventare sindaca (parola, ahimé, ancora invisa a molti come anche “assessora” e “consigliera”, nonostante perfettamente corretta in italiano). È stata la meno votata.

Anche intorno al famoso tavolo di centrodestra, che avrebbe dovuto trovare una sintesi su un candidato, circolavano solo tre donne: le già citate Menghi e Pantana più Francesca D’Alessandro.La Lega, primo partito in regione, all’arrivo di Matteo Salvini in piazza Mazzini in Macerata ha schierato sul palco ad attenderlo sette persone: sei uomini e una donna. Era la deputata Giorgia Latini ma molti in piazza si sono chiesti chi fosse.

Latini è stata una delle otto donne elette in Parlamento alle politiche del 2018 (su 24 parlamentari marchigiani, compreso quindi il Senato). Nel centrodestra l’unica deputata.

Anche livello di coordinamento regionale Forza Italia, Udc, Lega, Pd schierano tutti commissari o segretari uomini. Il Movimento 5 stelle, su tre “facilitatori” regionali, conta una donna: la civitanovese Mirella Emiliozzi. Fa eccezione al momento Italia Viva, che nelle linee guida per la rappresentanza provinciale, prevede l’obbligo del doppio rappresentante: a Macerata i coordinatori sono infatti Teresa Lambertucci e Antonello De Lucia, che spesso firmano i comunicati in modo congiunto.

Il rischio è che, anche nelle Marche, mentre a livello nazionale e internazionale preme l’urgenza di un’effettiva partecipazione delle donne in politica, tutta la spinta che dovrebbe riguardare la metà della popolazione si traduca in vuoti slogan quando poi nella realtà le donne, ai vertici, non ci sono.

Una donna sola che compete o che fa presenza in un mucchio di uomini può essere vista come un successo personale per quella determinata persona oppure come un contentino del tutto formale per evitare di affrontare la realtà.

Le ipotesi sono due, non per forza alternative: o le classi dirigenti dei partiti e dei movimenti tradizionali si formano ancora in consessi di soli uomini, dove le donne diventano marginali quando si tratta di rappresentare il dibattito pubblico e, in ultimo, di scegliere le candidature. Oppure le donne, che affollano le cene e le riunioni dei partiti, sono meno convinte degli uomini di poter rappresentare a pieno una comunità intera, che sia comunale, provinciale o regionale. E tra di loro, chi riesce a “sfondare il tetto di cristallo”, cioè a raggiungere una posizione di vertice, si adatta poi perfettamente al processo che l’ha selezionata tra le tante aspiranti, dando fiducia ad altri uomini e replicando di fatto un sistema dispari e incompleto.

Del resto il problema nelle Marche dell’assenza di donne nelle posizioni apicali non riguarda solo la politica ma anche gli ambienti strettamente connessi. Le associazioni di categoria (con rarissime eccezioni, come Maria Letizia Gardoni in Coldiretti o Mirella Gattari nella Cia), o le grandi reti di interesse che decidono le sorti del territorio. Ad esempio all’apertura di Symbola, quest’anno, c’erano solo tre donne a parlare di prospettive future per il territorio colpito dal sisma: Patrizia Terzoni, Nicoletta Tiliacos e Orietta Varnelli. Sui 150 relatori delle giornate, che rappresentano un punto focale ogni anno per comprendere che direzione prenderà lo sviluppo regionale, si contano solo 25 donne (escluse le moderatrici dei tavoli).

Ora la partita è chiusa. La speranza, da qui al 2030, è che si apra un dibattito, che le donne marchigiane aprano gli occhi sulla sotto rappresentanza a cui sono destinate e partecipino fino in fondo ai processi decisionali del territorio dove si spendono ogni giorno, pretendendo i posti sul palco quando si discute delle candidature e di progetti di sviluppo. Non solo le prime, seconde e terze file in spettacoli con protagonisti tutti maschi o quasi. Questo non potrà avvenire né subito, né facilmente, dato che i vertici attuali della politica hanno ampiamente dimostrato – con i fatti, perché fin troppe parole si spendono ogni giorno su “quanto sono importanti le donne in politica” – di tenere molto poco all’argomento.

 

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