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Il supertestimone al processo:
«Oseghale iniziò a tagliare il corpo
quando Pamela era ancora viva»

OMICIDIO - La testimonianza dell'ex collaboratore di giustizia all'udienza di Corte d'assise per il delitto della 18enne. Vincenzo Marino ha ripercorso i terribili attimi della morte della ragazza e di come il 30enne imputato gli ha raccontato di averla uccisa. «La prima volta che lo vidi lo chiamai macellaio. Poi ci siamo riappacificati. Mi ha detto di essere uno dei referenti dei nigeriani per la criminalità a livello di prostituzione e droga. Aveva come punti di riferimento Padova e Castelvolturno. Non voleva che si sapesse del rapporto sessuale con la ragazza perché gli avrebbe creato problemi con i connazionali»
mercoledì 6 Marzo 2019 - Ore 12:50 - caricamento letture
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Il pentito Vincenzo Marino in tribunale

 

di Gianluca Ginella (foto di Fabio Falcioni)

«Pamela è stata tagliata a pezzi quando era ancora viva, Oseghale la accoltellò perché lei voleva andarsene dalla casa e andare a prendere il treno per Roma, ci fu una colluttazione e lei lo graffiò al collo. Allora lui le diede la prima coltellata al fegato». Così Vincenzo Marino, ex collaboratore di giustizia, che ha conosciuto Innocent Oseghale nel carcere di Marino del Tronto.

La madre di Pamela, Alessandra Verni, con il fratello e avvocato Marco Valerio Verni

È iniziato con il supertestimone dell’accusa il processo di Corte d’assise per l’omicidio di Pamela Mastropietro avvenuto il 30 gennaio del 2018 a Macerata. Marino ha detto di aver conosciuto Oseghale l’8 luglio scorso e che la prima volta che lo vide stava davanti alla cella (la sua e quella dell’imputato erano confinanti) e di avergli detto: «“Cornuto, che facisti?”, e “lo chiamai macellaio”. Gli tirai addosso una bottiglietta d’acqua, lui reagì sputando verso di me e un altro carcerato. Venne disposto il divieto di incontro tra noi due. Qualche giorno dopo un compagno di cella di Oseghale, Stefano Re. Mi disse Oseghale si voleva riappacificare con me e lo incontrai». Presero un caffè e da allora si videro più volte. «Oseghale mi chiamava “Zio”. Zio in carcere si chiamano persone che meritano rispetto. Inoltre una volta mi chiese se potevo comprargli vestiti perché lui non poteva. Mi lasciò anche un biglietto con scritto: “Per zio, è una lista di cose che gli servivano: scarpe 43, pantaloni taglia 42, canottiera taglia media”. Premesso come aveva conosciuto Oseghale, Marino ha raccontato ciò che Oseghale gli disse di ciò che accadde il 30 gennaio. L’incontro ai Giardini Diaz, «La ragazza gli chiese la droga, eroina. Lui non l’aveva e chiamò Desmond Lucky. Per pagare la droga gli ha dato una collanina che le aveva regalato la madre. Mentre aspettavamo Desmond consumarono un rapporto sessuale consenziente, un rapporto orale». Successivamente si erano incontrati con il nigeriano Desmond Lucky (pure lui indagato per l’omicidio e per il quale la procura ha chiesto l’archiviazione, ndr) per comprare l’eroina. Poi tutti e tre erano andati a casa di Oseghael, in via Spalato 124 «Oseghale e Desmond Lucky volevano avere un rapporto a tre. Loro volevano, non la ragazza. Dopo che ha assunto droga Pamela iniziò ad entrare in trance. Desmond si avvicinò a lei e lei lo respinse, allora lui la colpì con uno schiaffo alla testa e lei cadde a terra. Poi Desmond se ne andò. Oseghale cercò di farla riprendere.

Il procuratore Giovanni Giorgio

Quando la ragazza si riprese la spogliò e ebbe con lei un rapporto sessuale completo. La ragazza aveva gli occhi girati all’indietro durante il rapporto sessuale, questo mi disse Oseghale. Pamela poi dopo essersi un po’ ripresa voleva andarsene. Ma Oseghale non voleva e avevano avuto una discussione, lei lo aveva graffiato sul collo. Lui a quel punto le aveva dato una coltellata al fegato. Poi aveva chiamato un suo connazionale chiedendogli aiuto, e lui gli disse di chiamare il 118. Ma Oseghale non poteva farlo, gli disse che gli avrebbe raccontato a voce cosa era accaduto e uscì e si incontrò ai Giardini Diaz con il connazionale che venuto a sapere di ciò che era successo disse di non volerlo aiutare. Allora tornò a casa pensando che la ragazza fosse morta e iniziò a tagliarla a pezzi. Ma Pamela cominciò a muoversi e lamentarsi e allora le diede una seconda coltellata». Finito di fare a pezzi il corpo e una volta sistemato nei due trolley aveva chiamato un taxista abusivo e da lui si era fatto accompagnare fino a Casette verdini dove gettò il corpo della 18enne. Perché gettarlo lì? «la compagna continuava a chiamarlo, si è fatto prendere dal panico, mi ha detto: “Ho dovuto lasciarlo lì, zio”». Marino ha raccontato inoltre che «Oseghale mi ha detto di essere uno dei referenti dei nigeriani per la criminalità a livello di prostituzione e droga. Aveva come punti di riferimento Padova e Castelvolturno. Non voleva che si sapesse del rapporto sessuale con Pamela e per questo la lavò con la varechina. Gli avrebbe creato problemi con i suoi connazionali che determinate cose non le fanno. Lui si rapportava, da quanto mi ha detto, con l’organizzazione Black cat e ha dei tatuaggi sull’addome». Nel corso della testimonianza è emerso anche che Marino aveva prima nominato come suo legale Umberto Gramenzi, che assiste anche Oseghale, e poi l’aveva cambiato nominando Marco Valerio Verni, lo zio di Pamela Mastropietro, «che però non ho mai incontrato». Anche lo zio di Pamela non era mai venuto a conoscenza di quella nomina.

(Ultimo aggiornamento alle 19)

I carabinieri che parteciparono alle indagini

 

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