L’affondo di Gazzani:
“Fondazione Carima
vittima del sistema Banca Marche”

L'INTERVISTA/ 3a parte - Dall’emergere delle perdite, all’arrivo di Masera, al commissariamento. Dure critiche del presidente alle Fondazioni di Pesaro e Jesi: "Non capisco perché non vogliano sapere la verità". Sui ritardi nelle azioni dice: "Cesarini e Grassano furono massacrati"
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Franco Gazzani, presidente di Fondazione Carima

Franco Gazzani, presidente di Fondazione Carima

 

La prima parte dell’intervista (leggi l’articolo).

La seconda parte dell’intervista (leggi l’articolo).

di Marco Ricci

Arriviamo adesso all’aprile 2012. Si rinnovano gli organi amministrativi di Banca Marche, Fondazione Carima inserisce in Cda Francesco Cesarini e Giuseppe Grassano. Entrambi, nei memoriali consegnati al momento delle loro dimissioni, lamentano inerzie e ritardi da parte degli organi della banca.

Va sottolineato che nei mesi in cui furono in carica Cesarini e Grassano furono emarginati e ostacolati. Perché prevalse all’interno del Cda il conservatorismo. Lei pensi che ci sono voluti quattro mesi per risolvere il contratto con Bianconi e poi ulteriori mesi per rimuovere o accordarsi per la loro uscita con i vice direttori generali. E ancora oggi la maggior parte dei dirigenti che occupava posizioni apicali all’interno di Banca Marche in questo travagliato periodo, nonostante le sollecitazioni di Banca d’Italia a cambiare il management, occupa ancora posizioni di vertice.

Perché ci furono questi ritardi e da parte di chi?

In particolare da parte di alcuni consiglieri. Per quale motivo abbiano fatto questo non lo so. Ma credo che tutto questo ritardo possa aver portato al commissariamento. Perché se si fossero prese subito quelle decisioni che servivano in quel momento a risolvere i problemi della banca le cose sarebbero andate forse in modo diverso. Ora, non dico che si sarebbe evitato il disastro attuale perché quasi tutto era già in buona parte compiuto. Ma forse Banca d’Italia avrebbe quanto meno apprezzato l’impegno e la volontà di affrontare al meglio possibile i problemi.

Ma perché Grassano e Cesarini si dimisero? Forse perché a quel punto Fondazione Carima avrebbe preferito il commissariamento?

No, assolutamente no. Cesarini e Grassano più volte ci misero sull’avviso che se in Banca Marche si fosse proseguito in quel modo si sarebbe giunti al commissariamento. Debbo dire che quando Cesarini si dimise, Grassano fu molto dispiaciuto. Perché ancora credeva che si potesse essere in grado di salvare la banca. Penso che alla fine anche lui, visti i comportamenti che riscontrava in Cda, seppure a malincuore ha deciso di dimettersi. Per dimostrare comunque che Fondazione Carima ancora ci credeva, sostituimmo i due consiglieri con persone altrettanto valide, Mario Pirro e l’ex direttore Alberto Costantini. Questo a testimoniare che noi avremmo voluto evitare il commissariamento.

Secondo lei, Luciano Goffi, direttore generale di Banca Marche dalla metà del 2012, è stato posto nelle condizioni ideali per lavorare o subì pressioni che gli impedirono di operare al meglio?

Non ho elementi per risponderle. A sensazione, però, ritengo che non sia stato messo nelle condizioni di lavorare. Credo che anche lui sia stato vittima di quella situazione che le ho appena descritto. Goffi si è trovato a ricoprire il ruolo più difficile nelle condizioni e nel momento più difficili. Spero che adesso senza condizionamenti possa farci vedere le sue qualità.

Lei è d’accordo con l’impressione che il commissariamento avvenne anche per estromettere da parte di Banca d’Italia la governance locale?

Sì, sono d’accordo. Se si considera oltretutto che le due personalità secondo me più competenti quali Cesarini e Grassano si erano dimesse

Veniamo adesso agli ultimi mesi. Nell’estate 2013 avviene la nomina a Presidente di Banca Marche di Rainer Masera. Fondazione Carima aveva un altro nome da proporre, quello di Mario Girotti, ex amministratore delegato di Bnl. Ci racconta questo passaggio che ha creato più di una divisone tra le Fondazioni?

Dopo le dimissioni del presidente Costa e del vice presidente Ambrosini, si è posto il problema di individuare un soggetto che potesse servire a Banca Marche. Qualcuno con competenze e capacità. Una figura quindi autorevole sopra le parti. La Fondazione di Pesaro avanza il nome di Rainer Masera mentre Macerata quello di Girotti. Ed eravamo e siamo certi che Girotti potesse essere la persona ideale per ricoprire il ruolo. Ci fu invece spiegato dalla Fondazione di Pesaro che Masera aveva delle caratteristiche in grado di aiutare anche nell’aumento di capitale. Ci lasciammo comunque con la prospettiva di convenire su una candidatura unitaria. Ma a questo punto, la cosa che davvero ci ha infastidito, fu che ricevemmo da parte di Pesaro la candidatura ufficiale di Masera attraverso un comunicato stampa.

Cosa fece a quel punto?

Non andai in assemblea. Intanto sapevo delle perplessità di Masera, ed in particolare della sua incertezza ad accettare il ruolo che gli era stato offerto per il quale aveva chiesto precise garanzie. Così mi limitai ad un messaggio al presidente della Fondazione di Pesaro Sabbatini con due indicazioni. La prima, che non mi stupiva affatto considerando che lui non aveva mai incontrato Rainer Masera, che potessero esserci dei problemi nell’accettazione dell’incarico. Mentre io Mario Girotti l’avevo incontrato non so quante volte per spiegargli bene la situazione. E la seconda questione che misi subito in chiaro fu che la scelta la stavano facendo Pesaro e Jesi. Non è possibile, capisce, al di là della persona, indicare come presidente di una banca qualcuno che non si è mai incontrato in vita propria! Chiunque esso sia!

Rainer Masera, da quanto dice, sarebbe stato scelto per aiutare a trovare dei partner per l’aumento di capitale allora stimato in 300, 400 milioni. Ma allo stesso tempo fu assicurata a Masera la presenza del territorio per coprirne buona parte. E rimase dubbioso per una settimana finché, quasi improvvisamente, non spuntò fuori la cordata locale.

Quella settimana di incertezza scaturì dal fatto che Masera voleva garanzie. Qualcuno che garantisse per l’impegno locale. Pensi che un membro del consiglio di amministrazione andò a Roma a convincere il professor Masera ad accettare la presidenza della banca. Io ero dubbioso ma apprezzavo il tentativo. Quando Masera ha lasciato, solo poche settimane fa, mi ha confidato che qualcuno gli aveva garantito che il territorio avrebbe risposto. E come sappiamo non è andata così. Questo è il grande rammarico del professore.

Secondo lei il nome di Masera fu in qualche modo usato in modo strumentale?

Secondo me sì e mi dispiace perché Rainer Masera non meritava un trattamento del genere. Ho letto nei suoi occhi la grande delusione nel vedere che chi gli aveva garantito certe cose non le aveva mantenute.

Tra il 2012 e il 2013., in 8 mesi Banca Marche fa 800 milioni di perdite. Cosa è successo?

E’ successo che ad agosto del 2012 comincia la nuova ispezione di Banca d’Italia che dura quasi un anno. E si è passati dalla discrezionalità all’oggettività nelle valutazioni dei crediti e delle garanzie.

Molti dicono però che le rettifiche sono spinte in modo troppo severo, così come le valutazioni di cui lei parla. Ed alcuni di coloro che lo dicono sono estremamente sinceri nel farlo.

Sono perplessità che all’inizio anche io ho avuto e di cui ho chiesto chiarimenti. La prima volta in Banca d’Italia e la seconda a Rainer Masera. E le do la risposta che il professore, ad una mia precisa domanda, diede a me e agli altri due presidenti di fondazione: “Gli accantonamenti sono in linea se non inferiori al sistema.” Ovviamente non tutti, ma molti di coloro che mettono in giro queste voci sull’eccessiva severità lo fanno ad arte, strumentalmente per sminuire evidenti responsabilità.

Ma come si è creata questa situazione drammatica?

Io non posso saperlo, non spetta al presidente di una Fondazione indagare. Questo è compito e responsabilità della Banca d’Italia e adesso anche della magistratura, visto che Luciano Goffi ha inoltrato per conto di Banca Marche alcuni esposti alla Procura della Repubblica di Ancona. Dunque le cose sono due: o ci sono delle irregolarità e quindi delle responsabilità., oppure non ci sono irregolarità e responsabilità e dunque nessuno è colpevole. Stop.

E secondo lei, al di là della magistratura, ci sono queste responsabilità?

Per me assolutamente si perché non è possibile che si sia creata un catastrofe così rilevante con un’attività bancaria normale. In caso diverso non avremmo sollecitato l’azione di responsabilità.

Lei crede che le altre due fondazioni la pensino come Fondazione Carima?

No, non la pensano come noi. Perché avrebbero avuto ieri e oggi l’interesse a sapere chi ha ridotto la banca in questo stato, visto che i patrimoni delle fondazioni sono stati drammaticamente depauperati. Sinceramente mi sorprendo del fatto che su questa vicenda le altre due fondazioni azioniste la pensino diversamente. La ricerca delle responsabilità oltretutto non è una scelta personale ma un imperativo morale e uno specifico dovere di chi gestisce un ente come una fondazione. Quell’azione inoltre era e sarà sempre rivolta anche a tutelare tutti coloro, amministratori, dirigenti, sindaci, dipendenti di Banca Marche che in questi anni hanno lavorato tenacemente e con passione. E che non possono essere considerati anch’essi causa di questo disastro. E per tutelare tutti gli azionisti, piccoli o grandi che siano, che hanno finanziato l’attività della banca.

E allora le domando, perché le altre due fondazioni non la pensano come lei?

Le ragioni possono essere infinite. E comunque qualcosa lo può forse immaginare anche lei, visto che in questi mesi sul suo giornale lei ha scritto tantissimo sulle vicende di Banca Marche.

Giuseppe Grassano afferma per iscritto che Bianconi, anche davanti al Presidente Lauro Costa, disse che le Fondazioni pretendevano alti dividendi e che di conseguenza Banca Marche si dovesse assumere alti rischi. Cosa risponde a questo appunto come presidente di una delle tre fondazioni azioniste?

Rispondo che questo non vale per me in quanto ero costretto ad un continuo braccio di ferro con un’altra fondazione la quale voleva dividendi cospicui mentre Macerata trattava per avere meno dividendi e patrimonializzare invece la banca. Chiunque ha partecipato a quelle riunioni potrà confermarle quanto le ho appena detto.

Siete ancora interessati alla Cassa di Loreto o forse di banche ne avete avuto abbastanza?

In questo momento non posso darle una risposta, visto che la banca è commissariata. Ma credo che delle nostre intenzioni abbiate già parlato.

Concludiamo con un’ultima domanda. Questa volta personale. Davanti a quello che lei in questa intervista ha definito tante volte “disastro”, cosa prova? Responsabilità, rabbia, amarezza…

Tra dieci anni, quando rivedremo la storia di questa vicenda, sapremo se ci sono stati dei responsabili e chi ha contribuito al dissesto di Banca Marche. E certamente penseremo con rammarico che Fondazione Carima era socia di una grande banca al servizio del territorio e penseremo con amarezza anche a quanto patrimonio ha perso la Fondazione. Ma in quel momento sarà evidente a tutti che il comportamento di Fondazione Carima è sempre stato improntato alla massima trasparenza, onestà e correttezza. Perché Fondazione Carima è stata vittima del “sistema Banca Marche”. Personalmente sono molto dispiaciuto di non aver conosciuto prima come stavano le cose per poter intervenire subito in maniera decisa. Cosa che è avvenuta, seppur troppo tardi e di questo non posso che esserne amareggiato, appena abbiamo avuto informazioni per renderci conto di ciò che stava accadendo.

(3/fine)

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