Via kebab e negozi etnici dai centri storici:
la giunta Acquaroli dà il via libera
ANCONA - Approvata la delibera di giunta, ora la palla passa al Consiglio regionale. Il governatore Francesco Acquaroli: «La proposta riguarda non solo il recupero urbanistico, ma anche quello identitario dei nostri borghi». Confcommercio esulta: «Battaglia che portiamo avanti da 15 anni, così si contrasta l'omologazione»

Francesco Acquaroli
Una strategia per blindare l’anima dei centri storici e delle città marchigiane, contrastando la desertificazione commerciale e l’omologazione. La Giunta regionale delle Marche ha approvato una proposta di legge quadro che punta a promuovere e tutelare la vendita dei prodotti tipici territoriali, dall’agroalimentare all’abbigliamento fino all’artigianato, all’interno dei centri storici.
La proposta di legge parla di «contrastare i fenomeni di rarefazione, desertificazione o di omologazione commerciale promuovendo la vitalità socio-economica nonché la qualità dell’offerta commerciale anche tramite misure di tutela e valorizzazione di esercizi di vicinato e di botteghe artigiane tipizzati sotto il profilo storico-culturale o commerciale». In sostanza, cercare di favorire l’insediamento di attività legate alla tradizione socioeconomica locale a scapito di quelle provenienti dall’estero, a partire da negozi etnici e kebab ma non solo.
La questione centrale sarà quella del “come”, visto anche che il tema non è di diretta competenza della Regione, bensì dei singoli Comuni. Chiaramente è impossibile far andare via chi già c’è, ma nella proposta di legge si parla di «riconoscimento e la valorizzazione di attività economiche che concorrono alla conservazione dell’identità dei luoghi» e di «limitazioni all’insediamento di determinate attività commerciali o l’adozione di misure di tutela e valorizzazione di talune tipologie di esercizi di vicinato e di botteghe artigiane, tipizzati sotto il profilo storico-culturale o commerciale».
Il provvedimento, che ora passerà all’esame dell’Assemblea legislativa, richiederà proprio per questo il coinvolgimento diretto dei sindaci, chiamati a individuare aree specifiche per l’insediamento di queste attività. A spiegare il senso profondo della delibera è lo stesso presidente della Regione, Francesco Acquaroli. «La proposta riguarda non solo il recupero urbanistico, ma anche quello identitario. Crediamo che la nostra cultura gastronomica e la nostra cultura dell’artigianato debbano trovare uno spazio all’interno di luoghi che hanno fatto la storia della nostra civiltà e che oggi devono riaffermarsi. Vogliamo aiutare i borghi a mantenere la propria d’identità come bandiera della nostra civiltà, della nostra cultura e della nostra storia».
Un obiettivo che guarda anche alle eccellenze produttive locali proiettate sui mercati internazionali. «Pensiamo all’export che caratterizza la nostra manifattura — ha concluso il governatore — ci piace pensare che questo grande patrimonio resti centrale nell’interno dei nostri borghi, dei nostri centri storici e all’interno delle aree urbanistiche delle nostre città».

Massimiliano Polacco
L’iniziativa della Giunta ha incassato l’immediato e convinto plauso di Confcommercio Marche. Il direttore generale, Massimiliano Polacco, ha sottolineato come si tratti di una svolta epocale per il tessuto economico e sociale della regione. «Rischiavamo di perdere la stessa anima dei nostri centri urbani – ha detto Polacco – insieme a tante attività economiche e per questo serviva una legge quadro per invertire la rotta e restituire identità ai luoghi, riconoscendo al commercio la sua dignità e il loro ruolo di cuore pulsante delle città, contrastando l’omologazione commerciale e valorizzando le produzioni locali». Secondo Polacco, la salvaguardia delle unicità territoriali, a partire dall’enogastronomia, è l’unico argine contro la massificazione dei consumi. «Finalmente siamo sulla strada giusta – ha proseguito – è una battaglia che portiamo avanti da almeno 15 anni durante i quali abbiamo assistito a una progressiva omologazione dell’offerta che rischia di snaturare l’identità dei nostri borghi. I centri storici meritano di conservare la propria unicità ed essere valorizzati attraverso le attività che ne rispecchiano la storia perché cultura, turismo e commercio sono asset irrinunciabili di quell’economia di prossimità che è presidio fondamentale di socialità, tradizione, accoglienza urbana e anche legalità».
Se la delibera rappresenta un primo passo fondamentale, per l’associazione di categoria il percorso non è ancora finito. L’auspicio è che il Consiglio regionale approvi rapidamente il testo. «Adesso – conclude Polacco – la parola passa al Consiglio regionale, che auspichiamo approvi rapidamente il provvedimento. Allo stesso tempo sarà fondamentale costruire una vera legge quadro accompagnata da incentivi, sostegni agli investimenti e strumenti di programmazione urbanistica e commerciale che consentano ai Comuni di attuare concretamente politiche di valorizzazione dei centri storici e delle attività identitarie».
Kebabbi, i nuovi padri della patria.
Il discrimine non dovrebbe essere la nazionalità, ma il rispetto delle leggi e delle norme. Pertanto se ad esempio la licenza non si basa sulla corruzione di un esponente dell’amministrazione non si comprende il perché della chiusura. Tra l’altro i contratti posti alla base di un’attività commerciale prevalgono su qualsiasi provvedimento restrittivo della pubblica amministrazione.
Non è che il provvedimento rischia l’incostituzionalità? Prima è sempre meglio informarsi della serie fidarsi è bene non fidarsi è meglio.
È iniziata la campagna elettorale delle politiche 2027, l’obiettivo è superare a dx Vannacci.
Proteggere l’identità del proprio nome sulle poltrone è importante, sennò quel generale ci mette il suo.
Dovete cacciare via gli stranieri clandestini e chi commette reati, questo dovete fare.
Diamo Priorità al Servizio Sanitario molto più importante se veramente vogliamo fare qualcosa di serio.
La politica vive di marketing e non di soluzioni. Se i problemi venissero davvero risolti, molti non saprebbero più cosa promettere in campagna elettorale.
Incommentabile sto personaggio…no words
Vietare esplicitamente kebab o negozi etnici in base all’etnia dei gestori è illegale e viola la Costituzione (verrebbe annullato dai TAR). Però i Comuni aggirano il divieto usando delle scorciatoie legali basate su criteri merceologici o urbanistici:
Quote di tipicità: Impongono che una percentuale (es. il 60%) della merce venduta sia tipica locale o regionale.
Limiti al format: Vietano il “takeaway” o il cibo da asporto da consumare per strada appellandosi al decoro urbano, all’igiene o alla congestione pedonale. In sintesi: non si può discriminare l’etnia, ma si possono legalmente limitare i format commerciali o le tipologie di prodotti per tutelare il centro storico, ottenendo di fatto lo stesso risultato.
Presto la mezzaluna crescente abbinata a una stella simbolo dell’Islam sui negozi di cui sopra com’era in uso tempo fa da parte di SA e SS di marchiarli con la Stella di David? Acquaroli non dico che devi fare qualcosa di buono che tanto non è alla tua portata ma almeno pensalo!! Invece della Notte dei Cristalli, ti vedo organizzare la Notte dei Piscioni detta anche quella di “chi la fa fuori dal vaso”. Sei uno spasso ed è già qualcosa. Solo che qui non rischi di fare pena solo ad un personaggio discutibile ma a quasi tutti. Toh, pure un ossimoro sei!
Via anche le pizzerie. Non fanno parte della nostra identità. Ma che scemenza totale!
Questo finisce sui giornali nazionali perché… (Risposta anche multipla):
-discriminatorio
-legge inutile (inapplicabile)
-legge incostitituzionale
-incompetenza manifesta
-perdita di tempo e denaro pubblico a scopo ideologico
-altro
Acquaroli, stavolta via il cervello t’è rimasto solo il fondo. Facce un campo da golf o una coltivazione de ” moscioli de Portonovo” con cui aprire nà carrellata de negozi a tema.
I precedenti storici in Italia:
I tentativi di bloccare l’apertura dei “kebabbari” nei nuclei storici delle città italiane risalgono a molti anni fa e si basano su motivazioni legate al decoro urbano, alla tutela del patrimonio e all’ordine pubblico:
• Venezia: Ha approvato in passato norme stringenti per limitare l’apertura di nuovi fast food e attività di cibo da asporto per salvaguardare il decoro della città lagunare.
• Firenze e Lucca: Hanno introdotto regolamenti che impongono alle nuove attività alimentari in centro di vendere una percentuale minima di prodotti tipici regionali.
• Verona e Genova: Hanno applicato ordinanze per frenare la proliferazione di specifiche tipologie di ristorazione etnica nelle aree di pregio storico.
Nei precedenti storici, la battaglia legale e amministrativa contro i kebab nei centri storici si è conclusa con una vittoria quasi totale dei Comuni, a patto che i divieti siano inseriti in regolamenti strutturati e non in ordinanze d’urgenza.
Mentre all’inizio (tra il 2009 e il 2015) molte ordinanze dei sindaci venivano bocciate dai tribunali perché considerate discriminatorie, la situazione è radicalmente cambiata grazie a riforme legislative nazionali e a storiche sentenze dei tribunali amministrativi.
L’evoluzione dei casi storici ha delineato un quadro preciso sul piano legale ed economico:
1. La svolta della “Legge UNESCO” (Decreto Franceschini):
Il punto di svolta decisivo è avvenuto con l’introduzione del Decreto Legislativo 222/2016 (noto come decreto Scia 2 o norme UNESCO). Questa legge dello Stato ha concesso ufficialmente ai Comuni e alle Regioni il potere di limitare la libertà di iniziativa economica nei centri storici, introducendo vincoli d’intesa con le Soprintendenze. Da quel momento, bloccare i fast food e i kebab non è più stato visto come un abuso di potere del sindaco, ma come una legittima attività di pianificazione urbanistica e tutela del patrimonio culturale.
2. Le sentenze del TAR e del Consiglio di Stato:
I gestori delle attività etniche e le associazioni di categoria hanno presentato numerosi ricorsi al TAR (Tribunale Amministrativo Regionale) e al Consiglio di Stato, contestando la violazione dei principi europei di libera concorrenza. I giudici amministrativi hanno però dato ragione alle città, stabilendo che:
• Il decoro prevale sul commercio: La tutela dell’identità architettonica e culturale di un centro storico protetto dall’UNESCO (come Firenze o Venezia) è un interesse pubblico superiore rispetto alla totale libertà commerciale.
• L’obbligo di prodotti locali è legittimo: Regolamenti come quelli di Firenze e Lucca, che impongono ai nuovi locali di avere in vendita almeno il 70% di prodotti tipici del territorio, sono stati dichiarati validi. Chi vende kebab non riesce a soddisfare questo requisito e viene escluso per via indiretta.
3. I risultati concreti nelle città
Nelle città che hanno applicato queste regole in modo rigido, gli effetti sono stati evidenti:
• Venezia e Firenze: Hanno congelato il rilascio di nuove licenze per il cibo da asporto a forte impatto (friggitorie, kebab, pizzerie al taglio non artigianali) nei rispettivi centri storici.
• La clausola di salvaguardia: I locali di kebab già aperti prima dei divieti hanno continuato a esercitare l’attività. La legge italiana infatti non è retroattiva; i regolamenti bloccano le nuove aperture e impediscono il subentro di attività simili in caso di chiusura, portando a una progressiva diminuzione di queste insegne nel corso degli anni.
4. Il riflesso sulle Marche oggi:
La recente proposta di legge della regione Marche sfrutta proprio questo solido percorso legale. Le amministrazioni sanno che vietare esplicitamente “il kebab” per motivi etnici o ideologici verrebbe bocciato per discriminazione. Per questo motivo, le nuove leggi si concentrano su requisiti geometrici (es. obbligo di canna fumaria, bagno per i clienti) o merceologici (filiera corta e tutela del decoro), strumenti che superano indenni i controlli legali.
(Gemini AI)
Le risposte dell’AI possono contenere errori.
È corretto notare che le dichiarazioni pubbliche dei politici e dei promotori della legge (come il governatore Acquaroli) si concentrano fortemente su motivazioni ideologiche, politiche e di recupero identitario, culturale e della tradizione locale.Tuttavia, c’è una netta e fondamentale differenza tra la propaganda politica e la scrittura tecnica del testo di legge che permette a queste norme di sopravvivere ai tribunali.Ecco come funziona questo sdoppiamento e perché le motivazioni “identitarie” vengono poi tradotte in requisiti commerciali pratici:
1. Il discorso politico (Identità e Tradizione)Nelle interviste e nei comunicati stampa, il presidente Acquaroli esalta concetti ideologici, parlando di blindare l’anima dei borghi e di utilizzare la cultura enogastronomica marchigiana come «bandiera della nostra civiltà». Questo serve a creare consenso elettorale e a dare una chiara impronta politica al provvedimento.
2. Il testo della legge (Urbanistica e Commercio) Se la legge quadro approvata dalla Giunta scrivesse nero su bianco “vietiamo i kebab perché sono arabi e non appartengono alla nostra identità”, verrebbe impugnata il giorno dopo dal Governo o dal TAR per violazione dell’articolo 3 della Costituzione (eguaglianza senza distinzione di nazionalità) e delle direttive europee sulla libera concorrenza.Per questa ragione, i tecnici che redigono la legge quadro utilizzano termini legali “neutri” e accettati dalla giurisprudenza. Nel testo si parla infatti di:Misure contro l’omologazione commerciale e la desertificazione dei centri urbani. Misure di tutela e valorizzazione delle botteghe artigiane e degli esercizi di vicinato tipizzati.
Limitazioni urbanistiche affidate ai singoli Comuni, che dovranno individuare zone specifiche d’insediamento.
La “scorciatoia” legale:
L’amministrazione aggira l’ostacolo costituzionale legando il concetto di “identità” a criteri merceologici oggettivi. Invece di vietare il kebab in quanto cibo straniero, la legge promuove la filiera corta regionale, l’agroalimentare e l’artigianato locale. I Comuni applicheranno poi queste linee guida imponendo, ad esempio, che l’attività venda una quota altissima di prodotti marchigiani certificati. Di conseguenza, un locale di kebab non riuscirà a rispettare questi vincoli e non potrà aprire, realizzando l’obiettivo politico del governatore attraverso uno strumento urbanistico perfettamente legale.
(Gemini AI)
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