Dossier Banca Marche
Il j’accuse di Cesarini

LA RICOSTRUZIONE - Nel memoriale dell'ex consigliere durissime accuse al cda: "Il ritardo nei provvedimenti portò evidente pregiudizio all'andamento della banca". A proposito di Medioleasing, "clamoroso caso di superamento della soglia di grandi rischi". Sui vice direttori: "Bianconi aveva delegato loro poteri e responsabilità molto ampie". La gestione dei crediti, tra opacità e conclusioni ambigue. Il Fondo Conero e la richiesta vana di documentazione scritta
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Francesco Maria Cesarini, Consigliere indipendente dimessosi recentemente dal Cda di Bdm

Francesco Maria Cesarini, Consigliere indipendente dimessosi recentemente dal Cda di Bdm

 

di Marco Ricci

«Malgrado l’età e gli evidenti problemi logistici che avrei dovuto affrontare, nell’aprile 2012 accettai volentieri, in spirito di servizio nei confronti di un’importante istituzione marchigiana, l’invito della Fondazione Carima ad entrare come indipendente nel Consiglio di Amministrazione di Banca delle Marche. Nel farlo, ero pienamente consapevole che si sarebbe trattato di un compito gravoso ed impegnativo, da svolgere con dedizione e attenzione particolari.» Inizia così il promemoria di Francesco Maria Cesarini, ex Consigliere di amministrazione di Banca Marche. Una comunicazione garbata, consegnata al momento delle proprie dimissioni alla fine di giugno del 2013. Una comunicazione che allo stesso tempo però sembra suonare come un vero e proprio tamburellante atto di accusa verso le passate gestioni della banca e verso molti degli uomini che hanno seduto nei cda dell’istituto.
Nato a Milano, professore ordinario alla Cattolica di Milano, ex presidente della Banca Agricola Milanese, della Borsa di Milano, del Banco Ambrosiano, di Unicredit e vice presidente di Mediobanca, il settantaseienne Cesarini ripercorre nel memoriale le difficoltà incontrate nel far valere il proprio pensiero, da quei primi mesi precedenti l’allontanamento del dg Bianconi  fino all’inizio di questa estate. Sembrerebbe urtando contro un muro di sottovalutazioni, inerzie, minimizzazione dello stato dell’istituto di credito. «Ero assolutamente convinto che i problemi da affrontare fossero pienamente noti e condivisi anche dagli altri componenti del Consiglio», scrive Cesarini, «non solo dai tre membri (Ambrosini, Bianchi e Costa) che costituivano il trait d’union con le precedenti gestioni ma anche dai nuovi che notoriamente svolgevano un ruolo importante nell’economia e nelle istituzioni marchigiane.[…] Fu perciò con grande sorpresa personale che dovetti costatare che tali esigenze di cambiamento non erano sufficientemente condivise dalla maggioranza dei colleghi i quali nei fatti non riconoscevano i caratteri di necessità e urgenza.»

Una recente Assemblea dei soci.

Una recente Assemblea dei soci.

«Crisi di fiducia dei clienti e dell’opinione pubblica», «necessità di tutelare la dirigenza interna e salvaguardare la reputazione nel territorio», «malumore», queste le risposte anche “a verbale” che Cesarini ricorda più volte di aver ricevuto. Un lungo promemoria che si conclude in modo inequivocabile. Con il dirsi del tutto consenziente all’avvio di una eventuale azione risarcitoria nei confronti di chi fosse presuntivamente ritenuto responsabile degli ingenti «danni economici e reputazionali subiti dalla Banca», oltre alla volontà di procedere denunciando al Tribunale i «più ragguardevoli episodi di mala gestio o di scorrettezza professionale individuati dalle analisi ravvicinate di talune operazioni. E ciò non tanto», conclude, «perché ritenga che la Banca possa attendersi in tempi ragionevoli un ristoro patrimoniale quanto perché la rinuncia a tale azione finirebbe implicitamente per avvallare, presso i clienti, il personale e l’opinione pubblica, la convinzione che neppure gli episodi più gravi di irresponsabilità e di abuso vengono individuati e sanzionati e che quindi non si realizza nei fatti quella discontinuità richiesta alla Banca delle Marche anche dall’Organo di Vigilanza e da ultimo ribadita con il Rapporto Ispettivo cui queste note si riferiscono.» Note attraverso le quali tentiamo di sintetizzare il pensiero e le ricostruzioni dell’ex consigliere in merito alle vicende più importanti che hanno interessato gli ultimi anni di Banca Marche.

L'ex dg di Banca Marche, Massimo Bianconi

L’ex dg di Banca Marche, Massimo Bianconi

L’AVVICENDAMENTO DI BIANCONI  Il professor Cesarini si insedia ad aprile 2012 quando è ancora direttore generale Massimo Bianconi. Il neo consigliere è a conoscenza della lunga lettera di Banca d’Italia in cui l’istituto di via Nazionale chiede il ricambio delle professionalità presenti in cda, del management, delle procedure di affidamento e dei controlli interni. «Considerai quindi che in seno al Consiglio si sarebbe rapidamente formata l’unità di intenti richiesta per avviare la svolta di cui si diceva che la Banca avesse assoluta urgenza.» Ma da quanto egli ricorda l’avvicendamento del dg sarà più difficile del previsto. E in particolare Cesarini riporta come un consigliere «ad una mia telefonata del 23 maggio 2012, […] mi rispose il giorno dopo con una lunga mail, scritta dopo aver consultato l’allora presidente Costa e alcuni autorevoli rappresentanti della Banca d’Italia. Nella mail ci sono le ragioni che facevano ritenere “inopportuno e intempestivo” l’avvicendamento di Bianconi». Tra le quali Cesarini riporta la crisi di fiducia nei clienti e nell’opinione pubblica. «In seguito», procede parlando dello stesso consigliere, «egli espresse in Consiglio altre motivazioni a mio avviso altrettanto inconsistenti, come il fatto che “Bianconi avesse goduto della fiducia del precedente Consiglio” che gli aveva da poco prolungato il contratto. »

Lauro Costa, ex-presidente di Banca Marche, con Massimo Bianconi

Lauro Costa, ex-presidente di Banca Marche, con Massimo Bianconi

E se la prima lettera di Banca d’Italia non è sufficiente al cda per agire, neppure una seconda parrebbe riuscire a «scalfire la fiducia di cui Bianconi godeva presso la maggioranza dei Consiglieri.» Si parla della comunicazione in cui Bankitalia comunica al cda «l’increscioso ed opaco episodio di emissione e cambio di assegni circolari presso una banca poi commissariata (Tercas, ndr), effettuato per conto dell’allora Direttore Generale». Eppure, scrive il professore, «caddero nel vuoto le sollecitazioni mie e del collega Grassano perché si interpellasse un giuslavorista per verificare l’opportunità di avviare un provvedimento disciplinare a carico di Bianconi». E a quanto pare non valse neppure l’ulteriore considerazione che, «se un’operazione del genere fosse stata compiuta da un semplice commesso, egli sarebbe stato inesorabilmente colpito da una grave sanzione disciplinare». Invece, prosegue Cesarini, secondo «il capo del personale Antinori – che in base a un primo rapporto dell’audit ne sosteneva l’irrilevanza – questa degli assegni circolari era prassi consolidata per mantenere riservata l’entità dei bonus pagati ai top manager». A memoria di Cesarini, sulla stessa lunghezza d’onda minimizzatrice anche «alcuni consiglieri (ad esempio Civalleri e Cecchetto).» Ma alla fine, sia per le discussioni avvenute all’interno del cda sia per il comparire di notizie di stampa, Bianconi «venne comunque indotto a concordare tempi e modi di una risoluzione consensuale».

L'ex vicedirettore di Banca delle Marche, Leonardo Cavicchia

L’ex vicedirettore di Banca delle Marche, Leonardo Cavicchia

L’ALLONTANAMENTO DEI VICE DIRETTORI E DEL TOP MANAGEMENT Se il cda nella tarda primavera del 2012 ancora subiva il fascino del dg, anche i vice-direttori del gruppo – Cavicchia, Giorgi e Vallesi – sembrano godere di piena fiducia. Questo nonostante Banca d’Italia, scrive Cesarini, avesse chiesto «insistentemente» di porre mano a radicali cambiamenti, aggiungendo come «Bianconi avesse delegato ad essi poteri e responsabilità molto ampi. E non mi sfuggiva […] che il consiglio non avrebbe potuto fare piena luce sulle effettive condizioni economico-patrimoniali della banca e tanto meno su singole importanti operazioni nelle quali era altamente probabile che tali dirigenti fossero profondamente coinvolti». Un rinnovamento che «mi apparve subito ictu oculi un passo preliminare assolutamente indispensabile perché si potesse iniziare a porre mano ai radicali cambiamenti necessari per risanare la gestione dell’intero gruppo». Ma anche in questo caso le preoccupazioni di Cesarini e Grassano, da quanto scritto, sembrano non trovare «né consenso né tanto meno supporto presso la maggioranza dei consiglieri che spesso sottolineavano vigorosamente la necessità di tutelare la dirigenza interna e la banca». Questo nonostante Cesarini affermi di aver più volte rilevato comportamenti «forieri di gravi preoccupazioni e che richiedevano urgentemente di essere modificati». Un atteggiamento, quello del Cda, che  a parere del consigliere indipendente finì «per ritardare l’adozione dei provvedimenti necessari con evidente pregiudizio dell’andamento della Banca.» Un atto di accusa fortissimo rivolto al consiglio di amministrazione di Banca Marche. Consiglio che, sempre a giudizio di Cesarini, posticiperà «i provvedimenti necessari» fino agli inizi del 2013.

Luciano Goffi, direttore generale di Banca delle Marche

Luciano Goffi, direttore generale di Banca delle Marche

Ovvero cinque mesi dopo l’allontanamento di Bianconi. Quando i tre vicedirettori generali – a cui il nuovo dg Luciano Goffi aveva già provveduto a «modificare e ridimensionare le deleghe» ma che nonostante questo «avrebbero potuto continuare ad esercitare la loro influenza su strutture e dirigenti chiave […] soprattutto nelle aree contabili e dei controlli» – verranno allontanati. Ci volle in ogni caso una ennesima lettera di Cesarini ad inizio 2013, «recepita con qualche malumore come risulta dai verbali», ma  che contribuì «ritengo, a vincere le resistenze e le esitazioni dei colleghi […] nell’avviare il ricambio dell’alta dirigenza che però ancora oggi è lungi dal potersi ritenere completo». Quell’oggi, stante la data del memoriale, è la fine di giugno del 2013. Cioè meno di tre mesi fa.

LA GESTIONE DEI FIDI E LE INFORMAZIONI AL CDA – Ma cosa c’è che non va? Perché secondo Francesco Maria Cesarini sono necessari questi cambiamenti al vertice, al di là delle indicazioni di Banca d’Italia che egli invoca spesso nella sua memoria? Sin dalle prime sedute a cui partecipa, in base alla «sua esperienza», egli rileva due comportamenti particolarmente gravi che ebbe «a ricordare in molte occasioni»: le proposte di fido «presentate in modo sciatto e supponente e soprattutto prive di elementi storico conoscitivi» e le relazioni sottoposte agli organi. Queste ultime «risultavano scritte in modo verboso e prolisso, sovraccaricate di formule e tabelle molto specifiche e organizzate in modo tale che risultava difficile anche a chi è dotato di competenze tecniche riuscire a valutarle.»  «Ebbi l’impressione», prosegue nel ricordo, «che i dati davvero rilevanti fossero sepolti sotto una marea di dettagli di minor interesse e sostanzialmente fuorvianti.» E tra queste relazioni emergono «quelle redatte dai responsabili delle aree controlli» che spiccavano per la loro «sostanziale opacità […] impostate e illustrate in Consiglio, a mio modo di vedere, con l’intento preciso di sfumare i giudizi, appiattire le valutazioni numeriche e in definitiva esporre conclusioni ambigue, tendenzialmente assolutorie.» Critiche e inviti di cui, precisa Cesarini, si «può trovare ampia traccia nei verbali.» Insomma all’ex vicepresidente di Mediobanca paiono subito chiari i problemi nella gestione e nella valutazione del credito. Tanto che fino a settembre del 2012 gli fu difficile valutare la portata di queste criticità e le loro implicazioni patrimoniali. Solo dal mese successivo, ricorda, «dopo l’affidamento a persona diversa, assunta dall’esterno, della responsabilità apicale dell’area crediti», questi problemi verranno alla luce. E con nomina di Luciano Goffi alla direzione, conclude Cesarini, ad essere «affrontati sistematicamente.»

LA SEMESTRALE 2012  Il problema della valutazione del credito è un fattore importante per la quantificazione degli accantonamenti e per la stesura dell’ultima semestrale chiusa in attivo da Banca Marche, quella del 2012. Cesarini domanda all’allora Presidente Costa che il documento contabile possa venire discusso in due sedute. Non solo per poter partecipare al dibattito ma anche per poter affrontare in «un quadro organico» le problematicità della banca. La richiesta però, «evidentemente male interpretata», non ha risposta e suscita una reazione negativa «successivamente superata». In ogni caso su quella semestrale Cesarini si astiene. Motivando il proprio voto «con la necessità di procedere ad una più attenta valutazione della qualità dei prestiti e del loro grado di copertura mediante accantonamenti».

L'ex consigliere di amministrazione, Giuseppe Grassano

L’ex consigliere di amministrazione, Giuseppe Grassano

GLI ACCANTONAMENTI E LA RICHIESTA DI INTERVENTO A GAZZANI  La valutazione del credito, «sulla cui cattiva qualità io e il collega Grassano avevamo maturato e comunicato convinzioni piuttosto precise» è  una criticità seria. Comincia ad emergere solo a ottobre 2012 ma senza che vi sia parere unanime in consiglio. Così «vista la scarsa efficacia dei tentativi di dialogo in sede consiliare», Cesarini e Grassano inviano una lettera riservata a Franco Gazzani, presidente della Fondazione Carima. Per sollecitarlo a chiedere «ai Presidenti delle altre Fondazioni azioniste (Pesaro e Jesi)» di favorire una maggiore collaborazione dei rispettivi consiglieri. Quello che vorrebbero ottenere Cesarini e Grassano è di affrontare con «unità di intenti i problemi che andavano emergendo, a partire dall’inadeguatezza dei vice direttori e dei responsabili dei controlli.»  Perché altri membri del cda stavano tenendo secondo Cesarini una «posizione ben diversa.» Sostenendo ad esempio più volte che gli accantonamenti effettuati in bilancio «fossero eccessivi, volti a pregiudicare inopportunamente la redditività e la posizione di mercato della banca, addirittura preordinati a favorire la perdita dell’autonomia (di Bdm, ndr) o la sua cessione.» Questo nonostante agli occhi del professore milanese le perdite emerse apparivano già allora «numerose, diffuse e di importo […] considerevole». Da allora, come noto, le perdite di Banca Marche hanno raggiunto gli ottocento milioni e le rettifiche sui crediti sono andate oltre gli 1.2 miliardi di euro.

MEDIOLEASING  Medioleasing è la controllata al cento per cento da Banca Marche dove si sono annidate perdite molto ingenti per il gruppo. Ed è una delle tante «situazioni di elevato rischio» su cui sembra immediatamente soffermarsi l’attenzione dell’ex vice presidente di Mediobanca. Cesarini domanda informazioni senza però riuscire a convincere «Bianconi e il vice direttore generale vicario Cavicchia, nonché l’allora Presidente Costa a fornirle in modo non superficiale.» Secondo il professore ci vorrà anche in questo caso la nomina a dg di Luciano Goffi perché i problemi di Medioleasing cominciassero a emergere «in tutta la loro straordinaria gravità.» Ma di nuovo su come affrontare la situazione, ormai venuta alla luce, pare non esserci unanimità in consiglio. Così il professore ricorda di essersi opposto «fermamente ad una linea di soluzione (l’incorporazione immediata di Medioleasing in Banca delle Marche) che non avrebbe rimosso ma solo trasferito i problemi della controllata ed avrebbe invece potuto favorire l’occultamento delle sue inefficienze e delle connesse responsabilità dei suoi organi amministrativi e di controllo.» Una situazione drammatica quella di Medioleasing. La cui «mala gestio passata si è rilevata una fonte apparentemente inesauribile di rischi e di perdite effettive e potenziali: un clamoroso caso di superamento della soglia di grandi rischi per di più segnalato con grave ritardo al Consiglio e quindi alla Banca d’Italia.» Frutto questo, secondo Cesarini, di «gravi scorrettezze nelle impostazione e nella gestione delle operazioni e nella valutazione delle garanzie.»

L'ex Presidente di Banca delle Marche, Michele Ambrosini.

L’ex Presidente di Banca delle Marche, Michele Ambrosini.

GLI IMMOBILI E IL FONDO CONERO – Il 4 agosto del 2011, quando i bilanci di Banca delle Marche sono ancora ruggenti, venne costituito il fondo immobiliare Conero. Nel fondo andò a confluire il vasto portafoglio di immobili strumentali dell’istituto, collocando presso investitori istituzionali qualificati l’ottanta per cento delle quote. Dentro il fondo confluiscono 135 immobili strumentali, 128 agenzie prevalentemente nelle Marche. Per un valore complessivo dell’operazione di circa 243 milioni di euro. Un affare se poi la Banca non si fosse legata mani e piedi a contratti di locazione pari al sette punto cinque per cento annuo del valori di ogni immobile. E per dodici anni. «Un’operazione», ricorda Francesco Cesarini, «deliberata dal precedente Cda» di cui allora era presidente Michele Ambrosini e su cui egli richiede informazioni per valutare le «conseguenze economico-patrimoniali.» Ma dal memoriale il consigliere sembra imbattersi nell’ennesima palude informativa. «Non mi fu mai fornita documentazione scritta, malgrado reiterassi la richiesta», afferma, «come risulta dai verbali consiliari, ma solo alcune sommarie indicazioni.»

Un resoconto, quello di Francesco Maria Cesarini, che per sua natura offre una visione personale dei fatti accaduti. Proveniente però non solo da un autorevole banchiere ma anche da un uomo lontano dalle dinamiche marchigiane e dalla vita interna di Banca Marche, così come lontano dalle dinamiche interne ed esterne alle Fondazioni che della banca sono le principali azioniste. Riflessioni che in ogni caso lasciano molto su cui riflettere.

[Il memoriale del professor Cesarini riporta fatti, opinioni e situazioni che interessano diverse persone. Cronache Maceratesi è ovviamente disposta a dare spazio a qualsiasi integrazione o puntualizzazione da parte degli interessati]



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