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Decreto sisma, gli architetti non ci stanno:
«Così non si accelera la ricostruzione»

TERREMOTO - L'Ordine critica la mancata introduzione di emendamenti che erano ritenuti necessari per il loro lavoro. «L’autocertificazione non risolve nulla, anzi. È uno strumento fallimentare»
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Vittorio Lanciani

 

«Il nuovo decreto sisma non accelererà la ricostruzione». Lo dice in maniera netta l’Ordine degli architetti. L’Ordine sottolinea che le criticità non sono state risolte. «Già nel testo originario erano state segnalate rilevanti criticità tali da non sortire nessun effetto sulla ricostruzione e dall’esame di quello modificato dalla commissione non si rileva nessun meccanismo in grado di imprimere una qualsiasi accelerazione, anzi – dice l’Ordine –. Si è sbandierata come la svolta il fatto che l’accelerazione si dovesse produrre attraverso l’autocertificazione delle pratiche in capo ai professionisti, consegnandoci ulteriori responsabilità in una situazione immobile certamente non per nostra responsabilità ma proprio per come è concepito il quadro legislativo generale. È ora di dire ai cittadini che se non vi fossero stati problemi le pratiche di ricostruzione sarebbero già state presentate e se così non è evidentemente, ciò è riconducibile circostanze che il legislatore non intende affrontare». Sempre secondo l’Ordine degli architetti, «l’autocertificazione non sarà, per come ipotizzata nel decreto, lo strumento in grado di accelerare la ricostruzione, perché non è applicabile a tutte le tipologie di danno, perché non si può applicare agli edifici con piccoli abusi e perché si può applicare esclusivamente agli interventi senza accolli per i cittadini. Sarà uno strumento fallimentare non perché i professionisti non vogliono assumersi responsabilità, ma semplicemente perché non funziona». In Commissione Ambiente «abbiamo illustrato e consegnato un documento che conteneva oltre 20 emendamenti. Tutti i gruppi parlamentari ci hanno elogiato per le proposte, ci hanno chiesto i testi, ci hanno promesso che le avrebbero sostenute, ma di fatto nessuna di esse compare nel testo emendato». Le proposte riguardavano ad esempio l’eliminazione delle disparità di trattamenti tra cittadini terremotati, venivano chiesti maggiori poteri al commissario, e puntavano a far risparmiare alle casse dello Stato «cifre ingentissime che ogni mese si ripetono, ad esempio, per il contributo di autonoma sistemazione e per le provvidenze necessarie alle attività produttive» continua l’Ordine. Che sottolinea che «abbiamo dimostrato che i professionisti disposti a lavorare nelle pratiche sisma sono sempre di meno, non percepiscono compensi da tre anni, il settore delle costruzioni è in ginocchio, l’economia delle regioni colpite è a picco e lo spopolamento delle aree interne appare sempre più un fenomeno irreversibile». Per apportare modifiche c’è ancora tempo «fino al 24 dicembre, chiediamo quindi al Governo e a tutti i parlamentari di pensarci bene, altrimenti prenderemo atto che non interessano i cittadini e non interessano i professionisti».

Sulla questione l’architetto Vittorio Lanciani, presidente dell’Ordine di Macerata, aggiunge: «Le professioni tecniche non sono state mai considerate un interlocutore della politica a partire dal commissario Errani per finire al suo successore, il ministro Paola De Micheli. Inutili sembrano i tentativi dell’attuale commissario Piero Farabollini schiacciato tra la provenienza dal mondo delle professioni, e l’autonomia praticamente nulla nello svolgere l’incarico rispetto ai poteri concessi agli altri commissari “veramente” straordinari che operano nelle altre aree di crisi del Paese: di fatto la sua unica colpa è di aver accettato l’incarico a queste condizioni e di non aver rimesso il mandato “per manifesta impossibilità a svolgere l’incarico affidatogli”». Lanciani aggiunge: «Il nostro compito di magistratura, ad oggi, visto quanto deliberato dal mondo politico, non può, senza ulteriori giri di parole, non partire dal consigliare ai nostri iscritti una preventiva prudenza, nel proseguire con l’accettazione di incarichi nel processo della ricostruzione che sono rischiosi, infidi e pieni di condizionamenti deontologici, per evitare oltre al danno anche la beffa in sede di contenzioso: non è possibile garantire la collettività con queste norme. L’amara conclusione è che la politica, tutta indistintamente senza distinguo di appartenenza, dimostra in questo modo che il vero disegno per il nostro territorio non è la rinascita, ma la sua definitiva desertificazione».

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