Riparte il processo Oseghale,
in aula la compagna del nigeriano

MACERATA - Domani la donna sarà sentita dai giudici della Corte d'assise. Testimoni saranno anche il camerunense a cui l'imputato chiese un passaggio per andare a gettare i trolley, il taxista che portò Pamela ai Giardini Diaz e collaborò con le indagini, uno psichiatra che lavorava alla Pars

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Innocent Oseghale mercoledì scorso al tribunale di Macerata

 

La compagna di Innocent Oseghale, l’uomo che accompagnò il nigeriano a gettare i trolley con dentro il corpo di Pamela Mastropietro, e poi il taxista peruviano che portò Pamela ai Giardini Diaz e aiutò gli inquirenti nelle indagini. Sono loro tre dei testimoni più attesi al processo di Corte d’assise, che riprenderà domani al tribunale di Macerata, per l’omicidio di Pamela Mastropietro. Oltre a loro saranno sentiti anche 4 uomini del Racis, tre agenti della polizia penitenziaria, uno psichiatra che lavora alla comunità Pars da dove Pamela si allontanò il 29 gennaio dello scorso anno, e un uomo che aveva visto la 18enne uccisa insieme a Oseghale, il 30enne imputato per omicidio volontario. La scorsa settimana, nel corso di una udienza durata 10 ore, erano stati sentiti un ex collaboratore di giustizia e tre compagni di cella di Oseghale e tutti avevano riferito di ciò che il nigeriano avrebbe confessato loro in carcere.

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Il procuratore Giovanni Giorgio con Marco Valerio Verni nel corso di una delle scorse udienze

Se il collaboratore, Vincenzo Marino, dice che il 30enne gli riferì di aver ucciso la ragazza che voleva andarsene dall’appartamento di via Spalato 124, gli altri tre hanno dato una versione diversa. Nel corso della precedente udienza Marino e un compagno di cella di Oseghale, Stefano Giardini, avevano citato la compagna di Oseghale. Marino aveva detto che era stato a causa di una lunga telefonata ricevuta dalla compagna che Oseghale decise di gettare i trolley a Casette Verdini e non a Sforzacosta come aveva deciso di fare in un primo momento. Giardini ha invece riferito che la compagna era gelosa del 30enne, tanto da fargli delle videochiamate in cui doveva mostrarle al cellulare l’intero appartamento in modo da essere certa non vi fossero altre donne. Con la donna, che si trova in una comunità, il nigeriano ha avuto due figli, l’ultimo nato lo scorso anno. Altro testimone il taxista abusivo camerunense che dopo aver accompagnato Oseghale a gettare i trolley, senza conoscerne il contenuto, tornò a vedere cosa c’era all’interno e scoperto il corpo della ragazza andò alla questura per riferire tutto.

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L’avvocato Simone Matraxia

Il taxista peruviano invece aveva accompagnato Pamela dalla stazione di Macerata ai Giardini Diaz e poi la rivide il pomeriggio quando la ragazza stava in via Spalato con Oseghale, poco prima di entrare nell’appartamento dove poi venne uccisa. Il taxista fu decisivo nell’aiutare i carabinieri con le indagini e consentire di arrivare in poche ore al nome di Oseghale. La scorsa udienza inoltre è emerso come siano finiti nel registro degli indagati un altro taxista, argentino, che trascorse la notte del 29 gennaio con Pamela e l’uomo di Mogliano che le diede un passaggio dopo che si era allontanata dalla comunità Pars di Corridonia. Per entrambi la contestazione è di violenza sessuale. Al processo l’accusa è sostenuta dal procuratore Giovanni Giorgio e dal sostituto Stefania Ciccioli. L’imputato è difeso dagli avvocati Simone Matraxia e Umberto Gramenzi (la difesa sostiene che il nigeriano non abbia ucciso la ragazza ma ne abbia fatto a pezzi il corpo). Parti civili i genitori di Pamela (assistiti dall’avvocato Marco Valerio Verni), il comune di Macerata, tutelati dal legale Carlo Buongarzone, il proprietario della casa dove la 18enne è stata uccisa, assistito dall’avvocato Andrea Marchiori.

(Gian. Gin.)

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