«L’area verde di via Spalato
meglio intitolarla a vittime di atrocità»

MACERATA - La famiglia di Pamela Mastropietro sulla richiesta del Comune di chiedere ai proprietari di dedicare il giardinetto davanti alla palazzina in cui fu uccisa la 18enne. «Non è stato un femminicidio, ma qualcosa di demoniaco»
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Da sinistra: Marco Valerio Verni, Alessandra Verni, Stefano Mastropietro

 

Dopo la decisione del Comune di chiedere ai proprietari dell’area verde che si trova di fronte alla palazzina di via Spalato 124, a Macerata, dove il 30 gennaio venne uccisa Pamela Mastropietro, i famigliari della 18enne intervengono con una nota comparsa Su Facebook. La famiglia dice di aver voluto attendere qualche giorno prima di intervenire. «Abbiamo letto che forse verrà intestato alle donne vittime di violenza, e non a Pamela: per noi va bene, nel senso che nulla chiediamo e nulla pretendiamo e che anche la tematica richiamata merita la sua importanza (a patto che venga correttamente inquadrata e non, come pure accade, abusata) e se, quanto avvenuto, possa servire a tenerla sempre a mente, ben venga. Ma, ottenuto questo risultato, e premesso che non è una targa di cui, come famiglia, abbiamo bisogno per ricordare Pamela (il cui martirio, invece, faremo di tutto affinché possa servire a far venire fuori tutto il marcio che c’è dietro la sua tragica fine) non possiamo che specificare alcuni particolari che forse sfuggono».

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I genitori di Pamela oggi in via Spalato

La famiglia dice che «quanto accaduto a Pamela non è stato un femminicidio, ma un qualcosa di demoniaco, messo in pratica da esseri che definire semplicemente pusher, come pure qualcuno ha fatto, è molto fuorviante. Solo chi ha visto le fotografie raffiguranti il corpo, o quel che ne rimane, di Pamela può ben comprendere quello che stiamo scrivendo, e certamente, costui, potrà convenire sul fatto che nessuna violenza è, nei fatti, equiparabile a questa. Non è, chiaramente, una gara – macabra – a chi abbia subito maggior danno, ma occorre analizzare distintamente i diversi fatti di sangue (tutti dolorosi, per chi ne rimane vittima ma, poi, soprattutto, per i parenti che sono chiamati a sopravvivere) per andarne ad analizzarne le origini, le cause, e, possibilmente, evitare, per il futuro, il ripetersene». La famiglia aggiunge che non «bisogna annacquare e fare di tutta l’erba un fascio: come è vero che non tutti gli immigrati siano cattivi, o che tutti gli italiani siano mafiosi, occorre però distinguere gli accadimenti, chi li provoca, come e perché, se davvero si vuole affrontare il problema e cercare di risolverlo o, quantomeno, di correre ai ripari». Per quanto riguarda Pamela, aggiungono i familiari: «le carte processuali non parlano di un femminicidio, ma di tutto un mondo in cui agiscono personaggi che, a vario titolo coinvolti, appartengono ad un retaggio “culturale” dove non è solo la vendita di morte (alias droga), il problema, ma proprio una concezione della vita umana molto diversa dalla nostra e derivante da un modo di pensare e di sentire agli antipodi, rispetto al nostro». Poi la famiglia cita alcuni passaggi della relazione del medico legale e su dove erano contenute parti del corpo della 18enne uccisa. «E’ uno dei passaggi meno macabri». «Siamo consapevoli che Pamela sia un caso scomodo – conclude la famiglia –, e che noi forse non siamo simpatici a qualcuno, per la battaglia che stiamo facendo. Ma proprio con la consapevolezza della forza che ci deriva dal voler portare tutto alla luce e del fatto che, di contro, ci sono moltissime persone che ci sostengono (anche e soprattutto a Macerata), ci permettiamo di lanciare un provocatorio suggerimento: se proprio non lo si vuole intestare a Pamela, per evidenti timori politici che non sfuggono neanche alla più ingenua delle persone, o economici (sì, perché abbiamo sentito, da qualcuno, anche di una temuta svalutazione delle case in quella via), lo si dedicasse (si fa ancora in tempo) a tutti gli esseri umani vittime di atrocità. Ecco, così, forse, da una parte ci si avvicinerebbe a quanto realmente accaduto in quella casa di Via Spalato. Ed il martirio di Pamela servirebbe davvero a ricordare un qualcosa di più ampio».



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