«Mio zio era sordo,
è morto nel silenzio»

RECANATI - La nipote Chiara Borsella ricorda Armando Severini, vittima del coronavirus e chiede attenzione per i disabili sensoriali. «Purtroppo nessuno ha potuto spiegargli cosa stava succedendo. E noi attendiamo ancora i tamponi»
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Armando Severini con la nipote Chiara Borsella

 

di Alessandra Pierini

«Il mio rammarico è che mio zio sia morto senza sapere cosa stava accadendo. Hanno scoperto che era sordo a pochi mesi dalla nascita, non conosceva la lingua dei segni e non riusciva a leggere il labiale visto che tutti indossavano le mascherine». A dirlo è Chiara Borsella, nipote di Armando Severini di Recanati, morto martedì a 88 anni di coronavirus all’ospedale di Civitanova. Onorando la sua memoria, Chiara porta l’attenzione sulla situazione, se possibile ancora più grave, che vivono quei malati che hanno ad esempio delle disabilità sensoriali. «Con noi familiari parlava un linguaggio tutto suo che noi conoscevamo, dagli altri si faceva capire. Ma quando è stato ricoverato non gli abbiamo potuto dire cosa stava accadendo e in seguito non c’è stata possibilità neanche di entrare in contatto con lui magari tramite un tablet o uno strumento che ci consentisse di fargli capire».
Chiara sottolinea la grande eredità che lo zio gli ha lasciato: «Mi occupo di teatro e il suo modo di comunicare, che ho conosciuto sin da piccolissima, è stato per me fonte di ispirazione. Era un uomo in salute, molto attivo. Si era dedicato alla vita in campagna finché ha potuto e frequentava assiduamente il circolo anziani». Poi purtroppo è arrivata la malattia. «Si è ammalato dall’11 marzo a è stato ricoverato solo in seguito, dopo una crisi respiratoria. Poi la morte che ci ha lasciato questo senso di impotenza per il fatto che è rimasto nel suo silenzio».
Ora i familiari che vivevano con lui attendono di essere sottoposti ai tamponi: «Ad oggi siamo ancora in attesa. Li chiediamo da tempo ma rimandano di giorno in giorno. Noi siamo in autoisolamento ma viviamo nella paura di contagiare o essere contagiati anche tra di noi».

 

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