Massimo Bianconi,
il giuramento di Fontedamo
e l’aumento di capitale di Banca Marche

RETROSCENA - E' la cena di Natale del 2011 a Jesi, con l'invito dell'ex dg ai direttori di filiale a far sottoscrivere l'ultimo aumento di capitale da 180 milioni di euro. "Lo giuro". Ma quante azioni comprarono l'allora direttore generale e i massimi vertici della banca?
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L'ex-dg di Banca delle Marche, Massimo Bianconi.

L’ex-dg di Banca delle Marche, Massimo Bianconi durante un Cda

di Marco Ricci

Cena aziendale in vista del Natale del 2011. Al microfono l’ex direttore generale di Banca Marche, Massimo Bianconi. Davanti a lui, nell’ampio ingresso della sede generale di Fontademo di Jesi, tutti i direttori di filiale e i dirigenti apicali di Banca Marche sono seduti ai tavoli imbanditi per l’occasione. Non è chiaro se ci fosse anche il presepe, da qualche parte, ma il climax di attesa è da comizio di Togliatti in piazza del Popolo. Più probabilmente, come descrivono molti, l’atmosfera è una via di mezzo tra un discorso tenuto dal colonnello in una camerata di fanteria o quella che si potrebbe respirare in riunione di boy scout mentre parla il grande Mowgli, Akela. Bianconi è un ottimo comunicatore, a detta di tutti  anche un gran fascinatore. Il silenzio è dunque totale mentre il capo, in piedi insieme a chi gli regge il microfono, parla. Poi il discorso si scalda, le parole dell’ex dg diventano più intense e pressanti quando il discorso si avvia verso l’ormai epico giuramento di Fontedamo e l’aumento di capitale che Banca Marche sta per aprire. Sarà l’ultimo considerato come è finita la storia, quello che nel febbraio del 2012 inghiottirà 180 milioni di euro di risorse delle Fondazioni e dei risparmi dei piccoli azionisti marchigiani.

Massimo Bianconi

Massimo Bianconi

“Giurate che farete di tutto perché sia interamente sottoscritto l’aumento di capitale?”. La risposta che si leva da alcune bocche, non tutte, all’incitamento del capo è una sorta di giuramento di Pontida. “Lo giuro”. E così fu. Il verbo del capo divenne carne, o meglio si trasformò nelle ossa rotte di quelle migliaia di piccoli risparmiatori invitati a sottoscrivere, in modo molto pressante, quell’ultimo aumento di capitale. Migliaia o decine di migliaia di risparmiatori a cui mancava però qualche passaggio, ignari come erano delle versioni integrali dei verbali ispettivi della Banca d’Italia giunti all’istituto nel 2010 e nel 2011 (leggi l’articolo). Verbali sconosciuti non solo a coloro che prestarono il giuramento di Fontedamo, ma  anche alla stragrande maggioranza dei dipendenti dell’istituto di credito, cioè proprio a coloro che mettevano tutti i giorni la loro faccia e la loro professionalità davanti a clienti che spesso conoscevano da decenni.

“Desidero ringraziare tutti i nostri azionisti e dipendenti per avere contributo al successo dell’aumento di capitale e per avere creduto nella solidità del nostro istituto”, così disse l’ex direttore generale al termine del collocamento delle oltre 200 milioni di nuove azioni di Banca Marche, chissà se fiero del giuramento dei suoi sottoposti. Perché l’incitamento aveva avuto effetto. L’obiettivo era stato raggiunto e anche molti dipendenti, investendo i loro risparmi nelle azioni appena emesse, avevano creduto nell’affare, nella “solidità dell’istituto” o, più banalmente, nella banca del territorio. In fin dei conti, come aveva scritto anche l’ex presidente di Banca Marche il giorno prima che si aprisse l’aumento di capitale, “La nostra banca, la vostra banca, non è mai stata così liquida e patrimonializzata”. Perché non crederci?

Non si sa se anche Massimo Bianconi avesse giurato durante quella cena di Natale, magari a voce alta o magari a mezza bocca. Certamente, rispetto a quanto si potrebbe dire per molti altri dipendenti dell’istituto e per molti marchigiani, il suo fu il classico colpo di fortuna o il bernoccolo per gli affari. Perché Bianconi destinerà ben pochi dei propri risparmi alla “solidità” della banca che guidava da otto anni. O meglio, si limitò al minimo. Infatti dell’oltre milione di euro annui di retribuzione, di quel milione e mezzo incamerato dall’ex dg solo pochi mesi prima grazie all’interruzione di tre settimane del suo rapporto di lavoro con Banca Marche – interruzione elusiva delle norme che prevedevano di assoggettare le buonuscite dei manager apicali ai rischi assunti, come spiegherà poi Bankitalia – insomma di tutti questi milioni di euro solo una briciola fu investita per la “solidità” della banca.

Il quartier generale di Banca Marche a Fontedamo di Jesi

Il quartier generale di Banca Marche a Fontedamo di Jesi

L’ex direttore generale di Banca Marche acquisterà infatti ben 1.025 di quell’oltre 200 milioni di nuove azioni emesse da Banca Marche, per un investimento che raggiunge  addirittura l’astronomica cifra di 871 euro e venticinque centesimi. Sì, avete letto bene, 871 euro e venticinque centesimi, di fatto quanto l’Audi A5 coupè della banca – concessa come benefit a Bianconi ma per un paio di anni in uso a un suo familiare –  costava agli azionisti di Banca Marche per giusto qualche settimana di pedaggi autostradali e di benzina mentre si spostava meritatamente tra Milano, Cortina d’Ampezzo, Rapallo o le spiagge molto glamour di Viareggio (leggi l’articolo), così come racconta un tabulato sequestrato oltretutto dalla Guardia di finanza di Ancona.

Con il senno di poi, ci volle forse un buon intuito finanziario per non investire nel malconcio istituto di credito grosso modo i frutti di più o meno un paio di giorni di lavoro, limitandosi alla sottoscrizione pro quota di 41 nuove azioni ogni 200 possedute. Certo, l’ex dg – a differenza di tutti gli altri piccoli azionisti e dei dipendenti – aveva letto l’ormai famosa comunicazione del Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, sullo stato della banca, comunicazione che, se Massimo Bianconi non avesse dolosamente occultato al mercato – secondo quanto scrive Consob nel suo provvedimento sanzionatorio – avrebbe verosimilmente dissuaso gli azionisti dall’aderire all’offerta. Visco o non Visco, Consob o non Consob, la decisione dell’ex dg fu – con il senno di poi- indubbiamente azzeccata, come hanno compreso da pochi giorni i marchigiani che si sono ritrovati in mano titoli il cui valore non è superiore a quello della carta straccia.

Spiace ovviamente pensare – così come spiace per tutti i piccoli risparmiatori – che anche Massimo Bianconi abbia visto volatilizzare dal dissesto dell’istituto parte dei suoi risparmi, qualcosa che nel complesso valeva nel 2012 intorno ai 5.500 euro, probabilmente qualcosa di meno. L’ex dg aveva infatti in portafoglio un totale di ben 6.025 azioni Banca Marche. Ma tutti gli ex dirigenti apicali dell’istituto, così come i loro familiari, non dovettero mai avere una particolare propensione ad investire  nella “solidità” dell’istituto, nonostante le pressanti sollecitazioni ricevute dalla rete da parte dei vertici per vendere azioni al mercato. Tutti insieme – bilancio 2012 alla mano – i massimi dirigenti di Banca Marche possedevano infatti più o meno 100mila euro di quel capitale che nel 2011  sfiorava il miliardo e mezzo di euro. Altro che i top managers  di Lehman Brothers i quali, con il crollo della quarta banca d’affari degli Stati Uniti nel 2007, videro scomparire la stragrande maggioranza dei loro guadagni, guadagni che – in massima parte – erano rappresentati proprio da azioni Lehman Brothers.

 



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