Banca Marche, giù le obbligazioni
“Totale assenza di comunicazione”

I titoli con scadenza 2016 e 2017 ai minimi dopo l'ipotesi non smentita di un possibile coinvolgimento degli obbligazionisti subordinati nel piano di salvataggio. Alessandro Ciarcianelli, promotore finanziario lancia l'allarme. "Scandaloso se a pagare dovesse essere chi ha dato fiducia all'istituto. Regole cambiate a cento metri dalla fine". La critica alla ridda di informazioni contrastanti. "Qualcuno metta un punto fermo, il mercato non si fida più neppure delle fonti ufficiali"
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Andamento delle obbligazioni subordinate BM con scadenza giugno 2017 (Fonte: www.finanzen.ch)

Andamento delle obbligazioni subordinate BM con scadenza giugno 2017 (Fonte: www.finanzen.ch)

di Marco Ricci

Come in ogni dissesto finanziario, anche nel caso Banca Marche a pagare il conto è sempre chi è privo di responsabilità, spesso vittima di quella asimmetria informativa a cui sono soggetti i piccoli investitori. Dato ormai per scontato il brutto risveglio che avranno gli oltre 43mila azionisti dell’istituto marchigiano al termine della vicenda, l’ipotesi – priva di smentite ufficiali – che il piano di salvataggio possa toccare le obbligazioni subordinate di BM, ha prodotto un vero e proprio crollo nei mercati Otc per i titoli con scadenza 2015, 2016 e 2017, oltre 400 milioni di euro di obbligazioni. Emessi inizialmente per investitori istituzionali, una buona parte di questi titoli è poi finita con il tempo nelle mani della clientela retail. In tre giorni, nei mercati Otc e in quello del Lussemburgo, le subordinate BM hanno raggiunto prezzi da svendita: 34/100 per le obbligazioni con scadenza 2015, poco più di 25/100 quelle con scadenza 2016 e 2017. Poi un piccolo rimbalzo. Ma per fare un raffronto efficace, le obbligazioni con scadenza 2016 emesse da Banca Etruria, un altro istituto non certo in buone acque, viaggiano ancora al valore di 70/100, seppure abbiano perso 20 punti in pochi giorni. Il rischio, che nel momento più caldo della vicenda Banca Marche e proprio quando si è più vicini alla soluzione della crisi, si possa scivolare in una confusione totale. Tra voci e controvoci, ministri che dicono e non dicono, incertezze normative, le recenti uscite in libertà di diversi banchieri al Forum di Cernobbio hanno aggiunto a confusione nuova confusione, tutto questo a poco più di un mese dal termine del secondo anno di commissariamento.

Alessandro Ciarcianelli

Alessandro Ciarcianelli

Questa è anche l’opinione di Alessandro Ciarcianelli, un importante promotore finanziario di uno dei principali gruppi italiani che lancia un vero e proprio allarme sul clima di incertezza che si è andato creando, complice, a suo dire, l’assenza di ogni interlocutore ufficiale. “Il mercato – ci ha spiegato – non si fida neppure delle fonti ufficiali che più volte si sono contraddette. Siamo di fronte a una vera e propria assenza di comunicazione e qualcuno forse non si rende conto del gioco che si sta creando”. Se un report riservato di JpMorgan di qualche mese fa escludeva come nella soluzione potessero venire intaccate le subordinate – sia per la loro esiguità complessiva che per il pessimo segnale che sarebbe arrivato – le quotazioni di questi giorni, per il nostro promotore finanziario, sono infatti quasi da default. “Si rischia di mettere in piedi un meccanismo che alla fine si autoavvera se qualcuno non mette un punto fermo. Se si guardasse solamente al valore odierno delle obbligazioni, cosa si dovrebbe pensare? E questo clima si è creato per la mancanza di informazioni.” Se è vero infatti che l’ondata ribassista sull’obbligazione subordinata 2017, almeno sul mercato del Lussemburgo, ha visto coinvolti nel primo giorno di ribasso solo 17 lotti per un valore nominale di 850mila euro, d’altra parte il valore d’acquisto lascia intendere quanta incertezza ci sia anche da parte degli investitori speculativi e come l’andamento del titolo sia in indice di poca fiducia, almeno sulla sorte delle subordinate. “In questo momento – ha concluso – non venderei i titoli in portafoglio ma ci penserei prima di comprarli”.

GianMaria Gros-Pietro (foto Wikypedia)

GianMaria Gros-Pietro (foto Wikipedia)

I forum degli obbligazionisti sono da due giorni stracolmi di ipotesi e congetture, e anche il nostro interlocutore è tranciante sull’ipotesi rilanciata al Forum di Cernobbio da Gian Maria Gros-Pietro di un coinvolgimento delle subordinate nei salvataggi bancari in corso. “Le obbligazioni emesse nel 2006 e nel 2007 da Banca Marche – ci ha spiegato – sono state in parte vendute come oro colato a piccoli e medi investitori, avendo come riferimento il quadro normativo dell’epoca. E molti non erano affatto speculatori. Oggi, a pochissimo dal rimborso finale, si vanno a cambiare le regole e a dire che tutto è diverso. Questa è una grande ingiustizia anche perché non si tratta né di strumenti speculativi né di alte remunerazioni. Per capire, il rendimento delle emissioni con scadenza 2016 e 2017 era infatti pari all’euribor a 3 mesi per i primi cinque anni a cui si è aggiunta una maggiorazione di un 1.15% per i successivi cinque. Oggi fanno poco più di cento euro l’anno ogni 10mila euro investiti. Sarebbe scandaloso se si permettesse che, oltre agli azionisti, a pagare siano anche coloro che hanno dato fiducia alla banca.” Una fiducia, lo ricordiamo, concessa su bilanci ipotizzati falsi sia dai commissari che dalla Procura della Repubblica di Ancona. “Per quanto mi riguarda – ha concluso il passaggio – come investitore professionista che ha anche personalmente investito nelle subordinate BM posso anche assumermi le mie responsabilità, ma chi pensa a quei clienti a cui le obbligazioni furono vendute come fossero Bot e Cct? E chi tutela o informa quei risparmiatori che oggi vedono il valore del proprio investimento ridotto di tre quarti e che non sanno come devono comportarsi? In generale, quello che viene lanciato sui mercati è un segnale pessimo”.

Tornando allo schema di soluzione, fermi restando gli indirizzi della Vigilanza della Bce, in linea di principio può essere condivisibile l’auspicio del presidente del comitato di gestione di Intesa San Paolo, Gros-Pietro, che a pagare non possono essere solo le banche sane ma che vadano coinvolti gli azionisti di Banca Marche e chi ha prestato soldi all’istituto a titolo oneroso. Ma è anche vero che non si vive nel migliore dei mondi (e dei mercati) possibili. Cioè in un mercato sempre trasparente e controllato. E se i marchigiani in tutta la vicenda hanno responsabilità che nel definirle enormi si rischia solo di scivolare nell’eufemismo, non si può neppure negare che l’intero sistema qualche responsabilità se la porti dietro, forse neppure piccola.

Il quartier generale di Banca Marche a Jesi

Il quartier generale di Banca Marche a Jesi

Se davvero ci troviamo davanti al “più grande dissesto bancario italiano dopo i casi Calvi e Sindona”, viene infatti da domandarsi dove fossero prima del 2012 tutti coloro che dovevano segnalare, controllare e, nel caso, reprimere. Anche perché i famosi articoli di stampa sui prestiti ai gruppi Coppola e Ricucci, o sugli affari immobiliari di qualcuno, avrebbero dovuto suscitare l’allarme non solo dei piccoli risparmiatori e degli azionisti oggi chiamati a pagare. Il dissesto Banca Marche, per certi versi tutto marchigiano, nasce e muore in un contesto più ampio e generalizzato quanto meno di inefficienze. Perché se tanto è stato fatto, tanto è stato permesso o reso possibile da controlli e regole che non hanno funzionato, in Banca Marche come in Mps, Carige, Banca Etruria, Tercas, Carife e via dicendo. Oggi si va verso nuova disciplina di controlli e di gestione delle crisi, uno spartiacque tra passato e futuro. Non sarebbe però un bel segnale se, dalla brutta stagione passata, ad uscire con le ossa rotte siano i piccoli azionisti e gli investitori meno consapevoli, in particolare quando si vogliono attirare risparmiatori in quel migliore dei mondi possibili che tanto migliore alla fin fine non è.

 

 

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