Sentenza Oseghale, depositata la traduzione
Il processo visto da Federica Paccaferri

OMICIDIO DI PAMELA - L'esperta ha completato l'incarico ricevuto dalla Corte d'assise di Macerata. Nel corso delle udienze è stata sempre a fianco del nigeriano, condannato all'ergastolo, per tradurre ciò che avveniva in aula. «All’inizio era tranquillo, poi sempre più inquieto. Esperienza impegnativa ma che rifarei»
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Federica Paccaferri (foto di Athos Happacher)

 

di Maurizio Verdenelli

«Ci rivedremo in paradiso». Così Innocent Oseghale, in un momento di chiaro sconforto, all’interprete durante le ultime fasi del processo di primo grado in Corte d’assise a Macerata. «Molta perplessità, pur nel dovuto distacco del mio ruolo, al sentire quelle parole rivoltemi dall’imputato: avvertiva come per lui la situazione si stava appesantendo man mano che si chiariva l’intenzione da parte del procuratore Giovanni Giorgio, di richiedere il massimo della pena» rivela Federica Paccaferri, che ieri mattina alle 9 ha varcato di nuovo l’ingresso del Palazzo di giustizia a Macerata per consegnare, tradotte in inglese, le 54 pagine della motivazione della sentenza con cui il giovane nigeriano è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Pamela Mastropietro, aggravato dalla violenza sessuale, e per vilipendio, occultamento e distruzione del cadavere.

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Federica Paccaferri con in mano la traduzione della sentenza (foto di Athos Happacher)

Ora i difensori avvocati Umberto Gramenzi e Simone Matraxia avranno 45 giorni per proporre appello per il loro assistito (recluso a Forlì) nelle cui mani la traduzione è stata già posta per doverosa conoscenza. «Un unicum nella storia della criminologia. In precedenza negli ultimi 50 anni secondo una statistica a livello mondiale riferita in udienza dallo stesso anatomopatologo Mariano Cingolani, ci sono stati 360 casi di omicidi con depezzamento; di questi 35 con disarticolazione, 16 con scarnificazione ma uno solo con la testa staccata dal tronco. Questo unicum è appunto avvenuto a Macerata» dice Federica Paccaferri, laureata nel 2003 alla Scuola Interpreti e Traduttori di Forlì, iscritta all’albo dei periti e degli esperti del Tribunale di Macerata dal 2009. Imprenditrice di successo, dirige con la sorella  l’azienda di famiglia, la ‘Paccaferri Domenico srl’ concessionaria da mezzo secolo dei marchi Faema e Carpigiani. Gli occhi di Federica si velano, il lutto è recente. «Mio padre è deceduto, aggravandosi improvvisamente mentre era ricoverato a Treia per cure di riabilitazione. Era il 20 marzo ed io ero in udienza, la seconda delle sette del processo Oseghale alle quali ho partecipato. Mio padre sarebbe morto tre ore dopo la conclusione dell’udienza, quel 20 marzo». 

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Alessandra Verni

Un dramma nel dramma. Racconta Federica: «Un momento altamente drammatico con al centro la proiezione delle foto del cadavere disarticolato di Pamela. Io attonita, le osservavo. Vicino a me, l’imputato non alzava lo sguardo. Nella sintesi di un attimo ho intravisto Alessandra Verni, la madre; aveva gli occhi gonfi di pianto. Quegli occhi mi sono rimasti dentro, mi dicevano silenziosamente che dovevo andare avanti. Se ce la stava facendo lei a rimanere lì, potevo farcela anche io. A darmi tanta forza anche le parole del presidente della Corte, Roberto Evangelisti. Il giudice sapendo le preoccupazioni che vivevo per la salute di mio padre che mi avevano fatto meditare l’abbandono (dopo essere subentrata ad una collega) mi aveva detto: «Abbiamo fiducia in lei, dottoressa, per l’enorme lavoro svolto ed auspichiamo che rimanga sino alla fine». Ho dovuto affrontare, mentre Emanuela (poi mio marito) mi dava al telefono notizie del continuo aggravarsi di nostro padre, una prova durissima nei lunghi momenti della proiezione delle foto del corpo di Pamela, depezzato, scarnificato, lavato con la candeggina e gettato lungo il ciglio della strada, dentro due trolley. Tutto ciò ha coinciso con la morte del mio caro genitore. Devo a lui se ho superato questa prova durissima, a lui che ha continuato a vivere in me anche dopo. Nelle scelte successive come quella di continuare a ‘lavorare’ in quel processo. Nella scala dei valori ereditata da mio padre, c’è l’essere forti e coerenti con ciò che siamo. Per noi stessi e la collettività. Ricordo 8 giorni prima, il 12 marzo, alla vigilia dell’accettazione dell’incarico, quando assistevo papà nell’ambulanza che lo stava trasportando a Fano per esami. Compresi quasi da subito che ero io ad avere bisogno d’essere assistita ed incoraggiata da lui non viceversa. A lui chiedevo tenacia e forza d’animo, di un’esistenza eccezionale, la sua, che stava volgendo al termine senza che ancora lo sospettassi».

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(Foto di Athos Happacher)

Quel 20 marzo, lei è stata sino alla fine a Palazzo di Giustizia?

No, chiaramente. Con il permesso del dottor Evangelisti, prima del termine, ho abbandonato. Quasi senza salutare, ero troppo sconvolta. Ho sentito solo Oseghale che mi chiedeva mentre me ne andavo: “Verrà la prossima volta quando farò le dichiarazioni spontanee?

Qual è stato complessivamente il comportamento di Oseghale con lei?

Fino alla requisitoria del Pm, collaborativo ed educato, se così vogliamo dire. Riconoscente senz’altro nei miei confronti all’inizio per lo sforzo di tradurre minuziosamente ciò che diceva, anche se percepivo il dissenso dei familiari a certi passaggi delle dichiarazioni. Quelli relativi all’incontro con Pamela e soprattutto alla sua morte. Poi più inquieto, Oseghale, nelle ultime udienze al momento della requisitoria del Pubblico ministero, nel sentire la parola ‘ergastolo’ e al nome dell’ex pentito Vincenzo Marino circa proprie ‘confidenze fornitegli’ in carcere sull’uccisione della ragazza. Tanto che lui mi parlava ‘sopra’ mentre traducevo il suo pensiero appena espresso. Più volte Oseghale è  stato ripreso sia dalla Procura sia dal presidente della Corte.

Ieri mattina ha depositato, in tempi brevi, la traduzione delle motivazioni…

E’ stato un lavoro impegnativo tuttavia appassionante. Quei sette giorni tra marzo e maggio mi hanno cambiato la vita. Nelle motivazioni, ho visto una profonda linearità di tutto quello emerso durante il processo: ‘salvati’ i punti salienti, nessuno escluso.

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Innocent Oseghale

Ed ora l’appello…

Vivamente mi auguro d’essere chiamata ancora. Certo che prima del 12 marzo, essendo traduttrice di Inglese e Tedesco, lingue non ‘della delinquenza’ abituale almeno presso il Tribunale di Macerata, mai avrei creduto di finire in una vicenda di tale rilevanza. Ho partecipato pure alle udienze di opposizione al decreto di archiviazione davanti al gip Manzoni per Desmond Lucky e Lucky Awelima. L’omicidio, come noto, è stato per loro escluso causa mancanza di prove. Tuttavia l’avvocato Verni ha sollevato la questione della mafia nigeriana chiedendo che la Procura di Macerata possa trasmettere gli atti alla direzione distrettuale anti mafia di Ancona, per indagini tese ad appurarne la presenza. Tutto ciò mi ha spinto a svolgere personali ricerche attingendo a testi fondamentali come ‘Ascia nera’ di Leonardo Palmisano e ‘Il lato oscuro della mafia nigeriana’ di Fabio Federici. Ed ancora: da testi (cfr Fabietti) e lezioni universitarie d Antropologia (prof. Caporaletti)…”

Con quali esiti?

Da questi studi ed approfondimenti emerge un originale tipo di cultura e di globalizzazione nella società nigeriana. In particolare il culto di Mami Wata: un totem con e forme seducenti di una sirena adorna di gadget consumistici. Insomma un inno al successo e al denaro, preferito perfino pure al sesso. Le ragazze si prostituiscono e i ragazzi delinquono per il raggiungimento di questi fini tipicamente occidentali che in Nigeria segnano il passaggio dalla tribù alla città.

In conclusione, dottoressa Paccaferri?

Il grazie, in primis, al dottor Evangelisti, che mi ha dimostrato stima e sostenuto nel mio lutto. Grazie dell’assistente giudiziaria Sabrina Titini per professionalità ed umanità. Ringrazio per le attestazioni di stima gli avvocati Marco Valerio Verni (zio di Pamela e parte civile al processo, ndr) ed Andrea Marchiori (parte civile al processo, tutelava il proprietario di casa, ndr). Un grazie profondo alla mia splendida amica Glenda Pagliariccio che ha condiviso con me le sue conoscenze in materia di antropologia e criminologia contribuendo in tal modo alla buona riuscita del mio incarico.

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