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Suoni e parole infernali
per esprimere il male di Macbeth

MACERATA - Agli Antichi Forni per gli appuntamenti degli Aperitivi Culturali il critico Angelo Foletto e il direttore Francesco Ivan Ciampa hanno analizzato la divisione tra realtà e paranormale del protagonista verdiano sottolineando come tanto nei testi quanto nella partitura è la cifra della malvagità a catturare tutta l'attenzione dell'opera. Grande attesa per la prima di stasera con la regia di Emma Dante
sabato 20 Luglio 2019 - Ore 15:44 - caricamento letture
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Il secondo Aperitivo Culturale

di Marco Ribechi

Il male assoluto espresso con le parole e la musica. Nel secondo appuntamento degli Aperitivi Culturali agli Antichi Forni di Macerata il critico Angelo Foletto e il direttore d’orchestra Francesco Ivan Ciampa hanno analizzato il Macbeth di Verdi, seconda opera che esordirà questa sera allo Sferisterio con la regia di Emma Dante, sottolineando l’aspetto malvagio che contraddistingue il protagonista del melodramma.

Angelo Foletto

Partendo dalla drammaturgia della parola, cioè la ricerca non solo del significato ma anche dei suoni delle frasi utilizzate, Foletto ha voluto sottolineare come fosse evidente nelle intenzioni di Verdi l’attenzione ai minimi particolari per creare una tensione tra mondo reale e paranormale. «Verdi fa con la musica la stessa operazione che era stata fatta per le parole – spiega Foletto – che dovevano essere concise, dirette. L’idea di Verdi è partire dalla parola, se vogliamo è un’operazione di avanguardia anche perché sceglie un soggetto che non era comune all’epoca per varie ragioni». Tra queste l’eliminazione del tenore: «Il tenore c’è ma ciò che dice non conta – continua Foletto – in questa situazione non doveva esserci nessun elemento di distrazione che distogliesse l’attenzione dal cuore della narrazione cioè la coppia Macbeth e sua moglie a cui si aggiunge il terzo elemento delle streghe. Diventano tre personaggi che vanno tutti nella stessa direzione, puntano al male assoluto che comunque ha bisogno di giustificazione». Per Macbeth le giustificazioni sarebbero due, da un lato la moglie che lo spinge dall’altro le streghe, sempre con il dubbio di non essere malvagio abbastanza.

Francesco Ivan Ciampa

Dopo una lunga analisi tratta dal carteggio di Verdi in cui viene spiegata la genesi del Macbeth in ogni dettaglio l’analisi dal piano testuale si sposta a quello musicale, con una particolarità: il direttore in questa occasione invece di dare le spalle al pubblico si troverà a guardarlo negli occhi perchè in un momento della rappresentazione il coro sarà tra gli spettatori. «Quando si dirige il rapporto con il regista è fondamentale – spiega Ciampa – purtroppo, soprattutto in questo periodo, è difficile perché spesso non c’è corrispondenza tra quello che si vede e quello che si sente. Sono aperto a qualsiasi tipo di sperimentazione purché si accordi con la partitura». La differenza tra la fruizione di un’opera artistica plastica e il teatro è proprio la presenza dell’interprete che può sconvolgere il significato originale. «Partendo da questa idea ho identificato in Macbeth come aspetto centrale l’alternanza tra realtà e inconscio – prosegue Ciampa – In questo Verdi è geniale perchè lo rende perfettamente». Un esempio è l’uso della sordina per gli elementi ad arco: «L’aspetto inconscio è evidente nel duetto cantato sottovoce – dice il direttore – una nota interiore che in altre occasioni si trasforma in una violenza che deve quasi far paura allo spettatore. Abbiamo due personaggi assetati di potere che con le streghe diventano tre poli sempre ripetuti nella partitura, ci sono suoni che vengono direttamente dagli inferi e come direttore ritengo di dover enfatizzare i colori, dal sottovoce alla violenza alla paura. L’equilibrio nel caso di Macbeth non è al centro ma è come un saltellando tra gli estremi restando in equilibrio». Al termine dell’incontro l’aperitivo offerto dal Forno di Matteo bagnato da un bicchiere di Ribona. Domani per la prima del Rigoletto gli ospiti saranno carla Moreni e Giampaolo Bisanti sul tema “Di vivo sangue e lacrime”.

 

Matteo Paparelli de Il forno di Matteo

 

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