Il luminoso meteorite
dei candidati a sindaco

E i programmi? Solo uno, evasivo e uguale per tutti: “Il bene di Macerata”. Ma il destino dei meteoriti è di disgregarsi in vani frammenti. Gli insulti politici
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

Alcune notti fa una grossa palla di fuoco ha attraversato il nostro cielo ed è stata vista in vari centri della provincia, compresa Macerata, e a giudicare dalla circostanza che non se n’è parlato nei giornali nazionali sembrerebbe essersi trattato – cosa davvero strana – di un evento locale (leggi l’articolo). Il fatto, comunque, ha suscitato grande interesse e ha dato luogo a una molteplicità di interpretazioni. Chi, un po’ esagerando, l’ha definito un asteroide, chi un meteorite, chi un Ufo, chi un gioco pirotecnico, chi l’ha ammirato, chi ne ha avuto paura. Io invece propendo per una tesi diversa che si basa sui limiti territoriali – ossia maceratesi – di questo fenomeno. Cosa intendo dire? Che la palla di fuoco non era un vero meteorite ma la metafora delle candidature a sindaco di Macerata per le prossime elezioni. Del meteorite, insomma, aveva sì le caratteristiche diciamo fisiche (piombare vertiginosamente dal cielo e giunto a contatto con l’atmosfera della terra, ossia con la realtà, disperdersi in effimeri frammenti) ma proprio per questo il riferimento alle candidature a sindaco mi pare l’unico plausibile.
Non intendo parlar di politica in senso stretto, né facendo nomi né, tanto meno, schierandomi a favore di uno o di un altro. Ma in un qualsiasi agone elettorale – nazionale, regionale, cittadino – la persona del candidato è secondaria rispetto al programma che il candidato annuncia e promette di realizzare. Con ciò non dico che gli eventuali pretendenti alla fascia tricolore di cui le cronache locali parlano da settimane siano privi di programmi. Ce li hanno, invece. Ma sono tutti uguali e, in sostanza, si riducono a un unico e identico impegno che, detto in soldoni, è il seguente: “Macerata, con me, avrà un futuro migliore”. E questa è, per l’appunto, la splendida luce del meteorite: un futuro migliore. Ma in che modo, con quali risorse, con quali progetti, con quali priorità, entro quali limiti imposti dalla crisi economica e dalla “spending review”, con quali differenze rispetto, alternativamente, ai programmi degli avversari? Questo non lo si dice, o lo si dice in maniera evasiva. Ed ecco, allora, la sorte del meteorite: a contatto con la realtà si frantuma e si disperde in un pulviscolo di ovvietà, frasi fatte, luoghi comuni. Il che, intendiamoci, non riguarda solo Macerata. Da tempo, purtroppo, è un male nazionale. E non a caso si diffonde la sensazione di un pericoloso declino della democrazia.
Ma veniamo al linguaggio, che negli ultimi anni e specialmente adesso si è fatto, anche a Macerata, sempre più aggressivo, nel senso di sempre più viscerale e sempre meno razionale, fino agli insulti personali e alle accuse infamanti. Tutte assurde? Non tutte, giacché occasioni di sospetto non mancano neppure da noi. Ma un minimo di rispetto umano dell’avversario, specialmente quando tali occasioni non ci sono, lo esige il civismo della città. Non sto qui a fare l’elenco degli insulti, sarebbe troppo lungo. Anni fa il linguista Gianfranco Lotti pubblicò un ‘Dizionario degli insulti’, circa 1.700 in 295 pagine, ben consultate, oggi, da Grillo. E all’inizio dell’Ottocento Leopardi la pensava così: “Gli uomini si vergognano non delle ingiurie che fanno, ma di quelle che ricevono. Perciò ad ottenere che gl’ingiuriatori si vergognino, non c’è altra via che di rendere loro il cambio”.
Nel dizionario di Lotti, però, non figurano due insulti – “democristiano” e “comunista” – che ora vanno di moda e sono utilizzati da vari esponenti politici e soprattutto dai loro sostenitori. Per cui si sente dire e si legge: “Vergognati, tu, democristiano!”. Oppure: “Vergognati, tu, comunista!”. Ebbene, questi, secondo me, non dovrebbero essere insulti. Che male c’è, cari lettori, nell’avere origini democristiane? Non le ha forse anche Matteo Renzi, il numero uno dei “rottamatori” e del “nuovo” ad ogni costo? E perché mai si dovrebbe arrossire per aver militato nel partito dei De Gasperi, dei Fanfani e dei Moro, protagonisti – errori, certo, li hanno commessi anche loro – di un’epoca non certo la peggiore per il nostro paese? E perché mai, allora, non si aggrediscono allo stesso modo i repubblicani, i socialdemocratici, i liberali e i socialisti, che in alterne vicende collaborarono strettamente coi democristiani?
E perché mai, infine, ci si dovrebbe vergognare di essere stato comunista? Un’ideologia superata e abbandonata anche da ciò che resta del vecchio Pci, d’accordo. Un partito che con troppo ritardo ha sconfessato il comunismo sovietico, d’accordo. Un partito che in tal modo ha frenato la modernizzazione della nostra democrazia, d’accordo. Ma di quali nefandezze si è reso colpevole in Italia il Pci, che dopo la brevissima fase successiva alla fine della seconda guerra mondiale non è mai stato al governo e non ha mai “trafficato” nella cosiddetta “stanza dei bottoni”? Recentemente, in occasione del settantesimo anniversario della morte del discusso leader Palmiro Togliatti, l’attuale ministro della giustizia Andrea Orlando – un giovane di 45 anni, già ministro nel governo del nient’affatto comunista Enrico Letta e adesso in quello dell’ancor meno comunista Matteo Renzi – ha detto: “Difficile pensare al Pci senza parlare anche dello stalinismo, ma se si è compiuto il miracolo del passaggio alla Costituzione e alla democrazia lo si deve anche a Togliatti, che per un verso incarnò le contraddizioni più drammatiche della storia del Pci ma ha anche posto le premesse affinché la più grande forza della sinistra italiana si avvicinasse al socialismo europeo”. E che si penserebbe se qualcuno dicesse “Vergognati, tu, comunista!” al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano?
Per tornare a Macerata ricordo gli accesi dibattiti notturni degli anni sessanta al Bar dello Sport, che era diventato una specie di secondo consiglio comunale. I comunisti, lì, erano in maggioranza, guidati da Franco Torresi, ma non mancavano democristiani come Giancarlo Quagliani, e le discussioni erano lunghe, fin quasi all’alba e molto accalorate. Brave persone, tutte. E tutte in buona fede. E tutte non sospettabili di oscuri interessi individuali di potere. Nel suo piccolo, insomma, il Bar dello Sport era diventato una “istituzione” in cui la politica riusciva ad avere una dignità che adesso, temo, ha perduto. Ma non datemi retta, lettori di Cm. Io appartengo, purtroppo,agli inutili e noiosi lodatori del tempo passato.

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