Santucci: “Il nuovo sindaco di Macerata sia l’alfiere della modernizzazione”

Il presidente di Tutti per Macerata analizza i motivi del declino della città. Sulla gestione del Fontescodella alla Lube: "Carancini avrebbe dovuto tutelare il nostro onore". Sulla piscina di viale Don Bosco: "Quando riaprirà? La convenzione non ha previsto una data?". Sul centro storico: "Gestione miope, con l'assenza di una qualsiasi politica di ripopolazione del centro storico che ridia valore e dignità a case e palazzi"
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Marina Santucci

Marina Santucci

La riflessione sull’amore che merita la città di Macerata continua ad appassionare. Giancarlo Liuti ha dedicato al tema la sua rubrica “La domenica del villaggio” (leggi l’articolo), sollecitando la reazione di Ivano Tacconi, capogruppo dell’Udc (leggi l’articolo) che ha esaltato l’importanza dei partiti.
Sul tema interviene Marina Santucci, presidente dell’associazione di cittadini Tutti per Macerata:

«L’estate 2014 è stata avara di sole ma non di spunti di riflessione sulla nostra città. Dalla lettura di Cronache Maceratesi sembra che ultimamente vada molto di moda, esternare il proprio amore per Macerata, con una sorta di gara a chi sia di più innamorato. Chi scrive queste righe pensa, su questo argomento di avere la coscienza a posto, e allora, dopo tante esternazioni di spasimanti e pretendenti alla mano della nostra città più o meno attempati, più o meno riciclati e più o meno meritevoli e in buonafede, ho pensato alcune cose.
L’amante numero uno della propria città o, meglio, il suo fedele e affettuoso compagno, dovrebbe essere in primo luogo il Sindaco con il supporto della sua giunta: su che su questo credo si possa essere tutti d’accordo. Purtroppo nel nostro caso diversi indizi, che appaiono “gravi precisi e concordanti” , fanno pensare che non sia vero amore.
Indizio uno: proprio ieri ho letto che i lavori per l’edificazione del palazzetto a Civitanova vanno avanti spediti ( le solite malelingue sostengono che sia intervenuta la stessa Lube a dare un slancio in avanti ai lavori, pagandoli in parte di tasca propria, per superare l’impasse: chissà se è vero). A parte il piccolo rammarico per non essere riusciti a trattenere una realtà importante come la Lube Volley (ma appare esercizio inutile rimasticare recriminazioni e cercare colpe di cui si discute da anni), quello che meraviglia di più è che nei giorni scorsi abbiamo appreso che  l’ Amministrazione Comunale ha concesso la gestione del “Fontescodella” alla stessa LUBE per due anni; la cosa in se potrebbe essere anche positiva (specie se le squadre giovanili ed i progetti con i ragazzi delle scuole potranno così travare ancora casa a Macerata), ma trovo la condiscendenza del sindaco di Macerata verso la società sportiva abbastanza irrispettosa nei confronti della città che egli rappresenta; per capirci, la Lube ha ora un contratto di gestione di 2 anni per il Fontescodella; il canone di locazione che verserà alle casse pubbliche è di  416 euro al mese ( a occhio, meno di quanto costi un bilocale ), mentre il Comune verserà in anticipo, annualmente, ben  65mila euro a titolo di contributo per le spese di utenza! Il palazzetto sarà completamente a disposizione della Lube (buon per loro!), e il Comune potrà chiederlo per un massimo di 10 giornate all’anno.Un accordo a dir poco squilibrato. Macerata più che generosa con i soggetti che solo pochi mesi orsono l’aveva più volte offesa; Lube che peraltro non ha ancora deciso dove andrà a giocare con la prima squadra. Diciamo che Macerata è tenuta in caldo come seconda scelta: “d’altronde, perchè no? Non si sa mai”, si sarà detto il management Lube di fronte a tali cifre da saldi di fine stagione. Diciamo che il sindaco avrebbe potuto e dovuto concludere lo stesso accordo tutelando maggiormente l’onore e la dignità della nostra città. Si sa, però, che se manca il vero amore non si hanno tali accortezze e premure per la propria compagna.

La piscina di viale Don Bosco

La piscina di viale Don Bosco

Il secondo indizio è spuntato telefonando all’ufficio sport del Sport del Comune di Macerata: nell’imminenza della riapertura delle scuole, volevo iscrivere mio figlio ad un corso di nuoto alla piscina Don Bosco (per quelle di Fontescodella non spero possano essere ricordate neanche dai miei nipoti): mi è stato risposto, con estrema gentilezza, che il Comune è in attesa di determinazioni precise da parte del nuovo gestore ( la Associazione Fiuggi sport) circa la data di riapertura di cui ancora non si sa nulla. Di nuovo la povera Macerata è lasciata in balìa dei capricci e delle voglie di un soggetto privato, che aprirà al pubblico la nostra piccola, ma fino a ieri efficiente, piscina non si sa quando, a che costi, con quali spazi per l’attività agonistica e formativa, per cui forse sarò costretta a dirottare i nuotatori di casa mia a S. Severino o a Montecassiano. Ringraziando la gentile e costernata interlocutrice ho pensato “che tristezza per Macerata” e mi sono domandata: “ma nella convenzione stipulata dal Comune e dall’ Associazione Fiuggi nuoto, nessuno si è preoccupato di inserire una clausola che obbliga, magari prevedendo una penale per il ritardo, una data certa per la riapertura della struttura?” A quanto pare, no.

L’ultimo e terzo indizio me l’ha fornito un articolo apparso sulla rivista “Domus” di questo mese; è di tal Marco d’Eramo ed è intitolato “Urbanicidio a fin di bene”, non so perché ma già il titolo mi ricordava qualcosa; nel merito l’autore denunciava l’effetto mortifero che il riconoscimento di “patrimonio dell’Umanità” dato dall’Unesco provochi ad una città. In sostanza secondo d’Eramo, l’urbanicidio (che, si badi bene “non è perpetrato di proposito, anzi, è commesso in perfetta buona volontà e buona fede, per preservare un ‘patrimonio’”) altro non sarebbe, che la straziante “agonia di tante città. Città gloriose, opulente, frenetiche, che per secoli, e a volte per millenni, erano sopravvissute alle peripezie della storia, a guerre, pestilenze, terremoti. E che ora, una dopo l’altra, avvizziscono, si svuotano, si riducono a fondali teatrali su cui si recita un’esangue pantomima. Ove un tempo ferveva la vita, e umani scorbutici e frettolosi si facevano largo a gomitate nel mondo e si calpestavano e spintonavano, ora fioriscono paninoteche, bancarelle – ovunque uguali –”; e poi, dice d’Eramo, descrivendo San Gimignano(destinazione turistica di prim’ordine, peraltro, cosa che Macerata purtroppo non è, o non è ancora pienamente ) dopo trent’anni di tale cura, “dentro le mura non c’è più un macellaio, un verduraio, un panettiere vero. D’altronde, in centro, dopo l’ora di chiusura di bar, ristoranti e negozi di souvenir, non resta più a dormire nessun sangimignanese: abitano tutti nei moderni condomini fuori mura, vicino ai centri commerciali. Dentro le mura, tutto è diventato un unico set cinematografico di un film medievale, in costume, con gli inevitabili prodotti di una “invenzione della tradizione” a uso commerciale. Più piccola è la città, più rapido l’urbanicidio”

L'assessore Stefania Monteverde

L’assessore Stefania Monteverde

Leggendo queste righe sono sobbalzata sulla sedia, perchè ho visto disvelarsi improvvisamente dinanzi ai miei occhi il possibile destino di Macerata sotto la “cura” ideologicamente ottenebrata dell’ assessore Monteverde con il sostegno del sindaco, purtroppo senza nemmeno il set cinematografico approntato per i turisti (che perlomeno portano ricchezza): con una (falsa) pedonizzazione che scoraggia i più volenterosi a farsi un giro in centro, i residenti che se ne vanno, i negozi che si spostano in zone più fruibili dai clienti, gli studi professionali che emigrano fuori le mura per mancanza di parcheggi e servizi, con i centri commerciali (di cui la Monteverde a quanto pare è cliente assidua, in base a quanto riportano le cronache. Così come è favorevole ad un “sano” ricambio delle attività commerciali: modo elegante per dire che non le importa un fico secco di chi è costretto a sloggiare) che si sono moltiplicati grazie ad una gestione miope, con l’assenza di una qualsiasi politica di ripopolazione del centro storico che ridia valore e dignità a case e palazzi. Destino triste certo, ma è inevitabile? Io penso proprio di no e provo a speigare perché.

Dov’è finita Macerata? Che fine ha fatto l’orgoglio della e per la nostra città? Cosa dire della Macerata di oggi? Sicuramente che conta molto meno in provincia e poco in regione, pur mantenendo energie straordinarie come quelle legate, ad esempio, alla cultura, allo spettacolo e alla istruzione. Perché questo declino? Provo a indicare, tra le tante, tre ragioni. La prima è il contesto poco favorevole a localizzare a Macerata la sede di imprese produttive e commerciali. Questo è dovuto anche a ragioni specifiche maceratesi. E tra le più visibili ci sono sia la mancanza di collegamenti viari di livello adeguato che infrastrutture – tra cui mobilità cittadina e welfare della famiglia – non comparabili a quelle di altre città italiane.
Macerata deve ripensarsi e tornare ad essere una città che cerca di attrarre famiglie, talenti, soldi e cervelli, e per farlo non deve avere paura di cambiare e di adattarsi al nuovo.
La seconda ragione è una visione culturale miope, non da “grande” Macerata. In questi anni troppo spesso la città è sembrata in preda a due pulsioni opposte ed entrambe sbagliate. Da una parte le urla di chi è convinto che il problema sia l’impossibilità di guardare all’innovazione, il pensare a qualcosa di totalmente nuovo e di coraggioso, ritenendo ormai ineluttabile un destino di decadenza e di “morte” della città, lasciandosi imprigionare dallo sterile confronto e dallo scontro con le altre città della provincia che, invece, sono altra cosa e non devono essere un metro di paragone per essa, pena una identificazione riduttiva della sua identità, del suo ruolo e del suo sviluppo. Dall’altra parte le elucubrazioni di coloro che pensano di dare una prospettiva moderna alla città ad esempio chiudendo al traffico Piazza Della Libertà per trasformarla in una grande, inutile Piazza della Salamella.
La terza ragione è il legame troppo stretto e “interessato” che c’è stato tra una parte della politica e della finanza e il settore immobiliare. Quella del mattone è stata, troppo spesso, una strada privilegiata che si è autoalimentata in un rapporto insano tra debitore e sistema bancario e che ha drenato investimenti ed energie che sarebbe stato più lungimirante dedicare alle imprese innovative, alla cultura e alla ricerca, unici veri motori di crescita per una città che vuole essere moderna e attrattiva.
Il “selfie” di Macerata oggi è quello di una città “non a fuoco”. Urgono idee ed energie per cambiare prospettiva. Macerata si merita di più e le elezioni comunali nel 2015 possono esserne lo spartiacque. Macerata deve tornare a proporre e imporre le proprie istanze e il proprio punto di vista nel dibattito provinciale e regionale. Per motivi diversi, come diversi sono i profili dei sindaci che si sono succeduti, nessuno dei primi cittadini maceratesi di questi ultimi anni è riuscito, o ha almeno tentato di essere l’alfiere della modernizzazione e del riscatto della città. Il sindaco di Macerata dovrebbe avere innanzitutto questo ruolo. Che non mi pare possa essere degnamente ricoperto da vecchi gattopardi o giovani “figli di” su cui già si sono allungate le ombre dei soliti padrini.

Penso però che vi siano molte persone preparate e di buona volontà che ben possano affrontare positivamente questo compito. A loro spetta ora farsi avanti per dimostrare che di vero amore per Macerata si tratta.

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