“Referendum, votare no
è seppellire la semplificazione
per almeno venti anni”

INTERVENTO - L'avvocato Alfonso Valori analizza le novità introdotte dalla riforma costituzionale: "Chi invita al voto negativo lo fa senza alcun vero interesse ai temi ed agli scopi della riforma, ma solo con fini anti-sistema e non di merito"
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Alfonso Valori

Alfonso Valori

 

di Alfonso Valori*

La riforma della seconda parte della Costituzione è stata promossa da tutte le forze politiche storiche presenti, tutti i presidenti della Repubblica e quindici governi. Tutti i progetti di riforma prevedevano la fine del bicameralismo perfetto ed il rafforzamento del potere governativo (cosa ovvia e necessaria in un Paese notoriamente di difficilissima governabilità). In particolare, il progetto D’Alema riscriveva di sana pianta la seconda parte della Carta, prevedendo un progetto semi-presidenzialista con elezione diretta del Capo dello Stato ed assieme la fiducia della sola Camera dei Deputati. Il procedimento legislativo era analogo a quello proposto oggi, con l’approvazione da parte della sola Camera dei Deputati ed un mero potere di richiamo da parte del Senato. Il numero dei parlamentari, veniva ridotto a circa 700 deputati. Il progetto Berlusconi era del tutto analogo per ciò che riguarda la ripartizione dei ruoli tra le Camere, sia nel procedimento legislativo (competenza della Camera, con alcune materie riservate al Senato, sia nel conferimento della fiducia (solo da parte della Camera). Venivano rafforzati i poteri del primo ministro. Rispetto a questi progetti, quello attuale, pur inserendosi pienamente nel solco tracciato dai precedenti, appare in definitiva più equilibrato e completo, assicura una maggiore riduzione dei parlamentari e semplificazione del procedimento legislativo, oltre ad offrire ulteriori istituti di garanzia non previsti prima. E sul referendum che andremo ad affrontare, che è il cosiddetto referendum confermativo, bisogna sottolineare che in questo caso la volontà di effettuarlo è stata avanzata non dagli oppositori ma promossa dallo stesso Governo, credo sia un elemento di cui tenere conto. Dal punto di vista tecnico-giuridico si può dire che la riforma costituzionale che verrà sottoposta al voto degli italiani sia perfetta? O, dal punto di vista politico, che essa risolverà tutti i problemi politici della Repubblica? La risposta non può che essere negativa in entrambi i casi: non è perfetta e non risolverà tutti i nostri problemi politici. Poteva essere evitato il potere di richiamo del Senato sulle leggi della Camera, ad esempio, che costituisce un fattore di rallentamento? Si, ma in tal caso, oltre a mancare un fattore comunque equilibrante nella dialettica tra le Camere, si sarebbero alzati gli alti lai dei difensori della “Costituzione più bella del mondo” (altra panzana che andrebbe sfatata) e le lamentazioni degli autonominati “tribuni del popolo” per il vulnus alla democrazia.

Sono, a mio avviso, del tutto in malafede le lamentele di quei politici i quali denunziano “difetti” i quali in realtà sono proprio il frutto delle estenuanti mediazioni e contrattazioni cui hanno costretto (giustamente, nella dialettica parlamentare) la maggioranza di governo. Vi è, tra i sostenitori del no, addirittura chi denunzia che la riforma è un inganno perché non “abolirebbe” il Senato, giungendo ad un vero monocameralismo. Potrei giurare che, nel caso in cui il Senato fosse stato realmente abolito, si sarebbe invece denunziato l’”attacco alla democrazia elettiva”. Così, non è bellissima la democrazia rappresentativa di secondo grado che prevede l’elezione dei senatori da parte dei Consigli Regionali (ma nel rispetto del voto popolare che ha eletto questi ultimi), però trasferire l’elettorato attivo ai cittadini avrebbe significato restituire al Senato, tramite l’investitura popolare diretta, quel peso politico che invece viene riservato alla Camera (come tutti i progetti sino ad ora presentati hanno contemplato). Analogamente, non è garantito che il nuovo sistema di riparto delle competenze tra Stato e Regioni eviti contenziosi, anzi, direi il contrario. Ma comunque rimane largamente migliorativo del precedente, rimediando da un lato a moltissime sovrapposizioni e dall’altro operando una parziale centralizzazione, necessaria ai fini della governabilità politica ed economica della Nazione, secondo me nel rispetto del ruolo delle Regioni (rispetto persino eccessivo, a parere di chi scrive, che vede nelle Regioni e nei centri di spesa regionali uno dei veri tumori del nostro sistema statuale). Si devono poi tenere nel debito conto tutte quelle nuove garanzie democratiche introdotte e sopra elencate che non possono non essere riconosciute come migliorative da tutti. Quindi riforma imperfetta, certo, ma di gran lunga migliorativa dell’esistente.

E, d’altra parte, quali alternative? E’ pensabile che nel caso di bocciatura del presente progetto verranno nei prossimi lustri presentati altri progetti di riforma costituzionale con serie possibilità di riuscita? Molto probabilmente si tratterebbe della definitiva sepoltura di un percorso di semplificazione ed efficienza democratica per almeno venti anni. E quindi si ricadrebbe nelle medesime difficoltà di oggi: l’esistenza di un bicameralismo paritario non è negativa solo per l’aggravio costituito dalla “navetta” tra le due Camere, ma anche e soprattutto perché crea confusione politica. Due Camere eguali ma elette da corpi elettorali diversi e con leggi elettorali diverse danno luogo a maggioranze diverse nel peso e spesso nella composizione (nei due terzi delle elezioni dal 1994 ad oggi le maggioranze scaturite dalle elezioni delle due Camere hanno dato risultati diversi), ottenendo due gravissimi effetti negativi: in primo luogo, svuotamento del voto popolare che anziché essere posto in grado di determinare chi governerà, viene “mediato” e piegato da forze politiche spesso minuscole (o addirittura da pochi parlamentari, vedi governo Prodi), in secondo luogo, sottoposizione a continua, estenuante mediazione e potere di ricatto da parte delle medesime, con conseguente enorme complicazione dell’attività di governo.

Per concludere, evitando accenti divisivi, chi vi parla ha la netta impressione che chi invita a votare no (a parte chi è evidentemente in malafede per propri evidenti interessi politici e personali come D’Alema o Berlusconi) lo faccia per intenti di indifferenziata protesta, senza alcun vero interesse ai temi ed agli scopi della riforma, ma solo con fini anti-sistema ed in fin dei conti anch’essi politici e non di merito. Non che il governo Renzi sia alieno da tali interessi. Ma rimane il fatto che, a modesto avviso di chi vi parla – che da oltre vent’anni non è iscritto ad alcun partito o movimento politico, essendo profondamente deluso da tutti – dal punto di vista oggettivo la riforma merita di essere approvata nella sua imperfezione, perché costituisce comunque un grande tentativo di migliorare la democrazia e la governabilità del nostro Paese. Della governabilità si è già detto, quanto alla democrazia credo che la riforma consegua il risultato di consegnare con maggior chiarezza al mandato del voto popolare, fuori dalle mediazioni partitiche, il governo della Nazione e già questo da solo significherebbe da un lato valorizzare la democrazia ed i contenuti di questa, esplicati nella prima parte della Costituzione. Occorrerebbe poi fare qualche considerazione politica, come la presumibile crisi politica e lo stallo cui condurrebbe la prevalenza del no, la conseguente perdita di influenza in Europa, le conseguenze economiche e così via ma me ne astengo, in quanto, pur essendo questioni importantissime, non debbono essere dirimenti in un giudizio di merito sulla riforma costituzionale. Quindi, cari cittadini, a mio avviso non può esservi alcuna soluzione razionale differente dal votare sì.

*Alfonso Valori, avvocato del Foro di Macerata

Referendum, le critiche alla riforma

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