Referendum, le critiche alla riforma

L'analisi sui temi su cui si voterà il 4 dicembre (nuovo Senato, iter delle leggi, soppressione delle Provincie e del Cnel) e l'Italicum
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di Lorenzo Merlini*

Il 4 dicembre si voterà per confermare o respingere la riforma costituzionale provvisoriamente approvata dal parlamento. Essa avrebbe i principali scopi, secondo i suoi più noti redattori (il presidente del Consiglio Renzi e il ministro delle riforme Boschi), di “aumentare la stabilità dei governi, diminuire i costi della politica e rendere più rapida l’approvazione delle leggi”. Tutti obiettivi astrattamente giusti e condivisibili. Esisterebbero anche altri metodi, probabilmente più efficaci, per raggiungere questi risultati, ma una riforma costituzionale (che si pone comunque come auspicabile) sembra essere il più semplice da attuare ed il meno scomodo per la nostra classe politica dirigente.

Procediamo quindi, passo dopo passo, a capire come il segretario del Pd intende migliorare la nostra Costituzione rendendola più adatta al momento storico di grave congiuntura e trasformazione in cui ci troviamo. La riforma prevede importanti cambiamenti al livello dei nostri più alti organi istituzionali. La riforma costituzionale su cui siamo chiamati ad esprimerci, invece, prevede che ad essere eletta direttamente dal popolo sia solo la Camera dei Deputati, che deterrebbe quindi la maggior parte delle funzioni e del potere; diversamente il Senato (inizialmente denominato Senato delle Autonomie) sarebbe di elezione solamente indiretta. La legge di cui discutiamo prevede infatti che facciano parte del Senato rappresentanti scelti all’interno e dagli stessi Consigli regionali (potranno essere eletti anche i sindaci delle principali città). Il Senato diviene quindi, in questo assetto, non più rappresentativo della Nazione, ma dei singoli particolarismi regionali, sebbene continui a rivestire un ruolo fondamentale all’interno del potere legislativo nazionale. Questa appare di per sé una grave contraddizione che potrebbe dare origine a pericolosi conflitti di interessi in seno all’assemblea. Il Senato avrà il compito di approvare, insieme all’altra Camera, le leggi costituzionali, tutte le leggi riguardanti l’Unione Europea, il materiale normativo che da essa promana e le leggi riguardanti gli enti territoriali. Il processo di produzione legislativa sembra farsi più farraginoso e oscuro, senza che vengano eliminati i “rimpalli” da un’ala all’altra del Parlamento. Il bicameralismo paritario viene menomato ma certamente non “superato” dalla riforma.

Palazzo Madama, sede del Senato

Palazzo Madama, sede del Senato

 

Per quanto riguarda il numero dei membri, il nuovo Senato verrebbe composto da 100 rappresentanti, di cui 5 nominati dal presidente della Repubblica. Essenzialmente la diminuzione dei costi della politica, auspicata dal presidente del Consiglio, consisterebbe nella diminuzione del numero dei parlamentari (e così troviamo scritto anche nel quesito referendario), ma non dobbiamo dimenticare che la maggior parte dei parlamentari, causa di un’eccessiva spesa per lo Stato, risiede alla Camera (630 deputati) e che il Senato ne ospita solo la metà. Per esporlo in cifre molto chiare, si passerebbe da poco meno di mille rappresentanti a poco meno di 800. Il risparmio sarebbe quindi molto basso e certamente non giustificherebbe la diminuzione complessiva della rappresentanza dei cittadini e del suo riflesso sulla diminuzione della democraticità delle istituzioni.

Votando per i nostri Consigli regionali e addirittura per i sindaci, infatti, ci troveremmo ad influire sulla composizione del Senato senza poterla realmente determinare, lasciando l’indirizzo politico del Paese sempre più in mano ai singoli partiti e non ai cittadini da cui il potere legislativo deve discendere, come e più degli altri. I senatori così nominati si troverebbero a fare la spola tra Roma e la propria Regione e avrebbero bisogno del doppio dei collaboratori, ciò renderà la politica nazionale ancor più incompetente e sottoposta ad interessi particolari, anziché generali, senza incidere di fatto sulle spese statali. La maggior parte del potere legislativo, di controllo e di indirizzo politico, rimane così alla Camera, sempre con lo stesso numero di membri aventi gli stessi privilegi.

Matteo Renzi

Matteo Renzi

Ecco che con queste modifiche, secondo i sostenitori della riforma, sarebbe possibile fare più leggi in meno tempo. Come se ci fosse, in Italia o all’estero, qualcuno che pensi che le leggi nel nostro Paese non siano abbastanza. Queste se mai sono troppe, mal fatte, non rispettate e, troppo spesso, non fatte rispettare. Negli ultimi venti anni le leggi che vengono approvate in Parlamento sono, sempre più, quelle proposte dal Governo o dai suoi Parlamentari. Con il governo Renzi la percentuale delle leggi di iniziativa governativa rispetto a quelle di altra provenienza si fa schiacciante: 80% contro 20%. All’80% va poi aggiunta la percentuale di disegni di legge dei rappresentanti di maggioranza non facenti parte dell’esecutivo. Grazie alla riforma in questione la fiducia del Governo con il Parlamento dipenderà solo dalla Camera dei Deputati, e solo in base alla sua composizione verrà nominato dal Capo dello Stato un presidente del Consiglio. Visto che le proposte di legge che vengono poi approvate provengono quasi esclusivamente dal Governo, e che questo istaura la fiducia, solo con la Camera dei Deputati, per sapere chi effettivamente deciderà la politica nazionale, dobbiamo capire come si comporrà quella che potrebbe diventare l’ala portante del Parlamento. Ciò avverrà secondo la nuova legge elettorale (detta “Italicum”), voluta da Renzi e creata appositamente in vista dell’approvazione della revisione costituzionale. A carico di questa legge ci sono già diversi procedimenti presso la Corte Costituzionale per delle presunte incostituzionalità.

L’Italicum, come il “Porcellum” berlusconiano (dichiarato poi illegittimo), è una legge elettorale proporzionale con correzione maggioritaria. Poco cambia in sostanza rispetto al suo famigerato predecessore, se non che l’incostituzionalità di questo sistema elettorale è più velata e di conseguenza richiederà più tempo per essere accertata e sanzionata. L’effetto dell’attribuzione del premio di maggioranza del 55% ad un singolo partito darà origine ad una fazione di governo di fatti egemone e incontrollabile, cui in nessun modo potrà opporsi la minoranza presente nella sola Camera dei Deputati. Si tratta, a ben vedere, di un maldestro e per molti versi sconsiderato tentativo di trasporre il sistema elettorale ed istituzionale degli Stati Uniti nel Paese da essi più diverso. Tutto ciò avverrà a vantaggio del Governo, che avrà la certezza che i suoi disegni di legge vengano approvati con il minimo delle garanzie democratiche possibili. Se già oggi il Governo è l’unico che riesce a far approvare le proprie proposte di legge, questo effetto di spostamento del potere legislativo dal Parlamento alle mani dell’Esecutivo sarà duplicato in presenza di una sola Camera, in cui troveremmo una maggioranza monocolore. Non dobbiamo dimenticare, a maggior ragione, che il Governo dispone già di molteplici strumenti legislativi o che possono influenzare a suo favore l’operato del Parlamento. Infatti in nessun altro paese paragonabile al nostro per evoluzione giuridica e democratica troviamo simultaneamente istituti come: il decreto legge, il decreto legislativo e la questione di fiducia (quest’ultima di origine mussoliniana).

La riforma “de quo” contiene inoltre, all’insaputa dei più, la possibilità per il Governo di dimezzare i tempi della discussione parlamentare su un disegno di legge, se esso è ritenuto dello stesso esecutivo particolarmente urgente. Potremmo sostanzialmente dire addio al confronto di idee e alla tutela delle minoranze che sono alla base della democrazia. Per quanto riguarda la stabilità del Governo, cercare di migliorarla attribuendo a quest’ultimo più poteri e facendone dipendere l’esistenza da una sola delle due Camere ci sembra essere quanto di più miope. Da sempre nel nostro Paese gli esecutivi cadono prima dello scadere della legislatura, mai si è verificato il contrario. I nostri aspiranti statisti fanno però l’errore di pensare che i governi vengano meno a causa dell’interruzione del rapporto fiduciario, mentre così non è. Tutti gli esecutivi della nostra storia infatti hanno avuto termine a causa di crisi esterne all’assemblea legislativa, e anzi riguardanti le singole personalità dei ministri o contrasti all’interno della coalizione di maggioranza.

Annibale Marini con Giorgio Napolitano

Annibale Marini con Giorgio Napolitano

Ogni cambiamento apportato dalla revisione costituzionale punta, soprattutto se considerata unitamente alla legge elettorale, a rendere la maggioranza e il Governo sempre più forti. Questo oltre a non avere nessuno dei benefici che costituiscono il titolo stesso della riforma, favorisce lo scivolamento del potere legislativo dal Parlamento, eletto dai cittadini, all’esecutivo violando il basilare principio dello stato moderno che è la separazione dei poteri. Altri valori fondamentali del nostro ordinamento come la democraticità, intesa come scelta diretta dei propri rappresentanti, e la tutela effettiva delle minoranze sarebbero gravemente menomate nel nuovo assetto. Lo stesso presidente emerito della Corte Costituzionale Annibale Marini ritiene che la riforma costituzionale, oltre a non essere utile agli scopi prefissati, sarebbe dovuta essere proposta con una legge e una discussione a sè per ogni tema. Infatti la revisione, su cui siamo chiamati ad esprimerci, contiene anche l’abolizione della competenza legislativa concorrente fra Stato e Regioni, la soppressione delle Provincie e del Cnel, finendo per somigliare alla sospetta figura dei maxiemendamenti. Un simile artificio non è di certo riciclabile per discutere di una seria modifica della Costituzione che ne tocca ben 40 articoli.

collaboratore dello studio legale Merlini & Associati di Macerata



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