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Sette mesi d’indagine:
tutta la storia del delitto Sarchiè
fino all’arresto dei Farina

LA RICOSTRUZIONE dal 18 giugno, giorno della scomparsa del commerciante, fino ai blitz di questa mattina a Catania, Gagliole e Castelraimondo. Padre e figlio in carcere con l'accusa di omicidio premeditato. Ai domiciliari Domenico Torrisi e Santo Seminara. Una inchiesta complessa su di un omicidio compiuto per ragioni di concorrenza per la vendita del pesce. Il procuratore Giorgio: "E' stata un'indagine partecipata, svolta con il popolo italiano"
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Operazione Sarchiè

Da sinistra il capitano Vincenzo Orlando, il colonnello Stefano Di Iulio, il procuratore Giovanni Giorgio e il colonnello Leonardo Bertini

Da sinistra il capitano Vincenzo Orlando, il colonnello Stefano Di Iulio, il procuratore Giovanni Giorgio e il colonnello Leonardo Bertini

 

di Gianluca Ginella

(Foto e grafica di Lucrezia Benfatto e Guido Picchio)

E’ ancora buio a Catania come a Castelraimondo e Gagliole. Sono le 5 di questa mattina quando l’operazione Sarchiè coordinata dalla procura di Macerata e condotta dai carabinieri del Reparto operativo di Macerata, della Compagnia di Camerino e di quella di Catania ha inizio (leggi la notizia). In Sicilia da un paio di giorni sono arrivati alcuni militari della Compagnia di Macerata. Il loro obiettivo è prendere Giuseppe Farina, 41 anni, catanese, e suo figlio Salvatore, 20 anni. Sono loro le due persone che secondo la procura hanno ucciso Pietro Sarchiè, 62 anni, commerciante di pesce di San Benedetto, la mattina del 18 giugno dello scorso anno. Tornati in Sicilia, padre e figlio, che prima vivevano a Seppio di Pioraco, hanno cercato di tornare a vendere pesce come ambulanti, così come facevano nel nostro entroterra. E’ per questo che alle 5 del mattino non sono a letto a dormire. Ma si trovano al mercato del pesce di Catania. E’ lì che i carabinieri, questa mattina, gli notificano l’ordine di custodia cautelare in carcere spiccato dal gip Domenico Potetti che in tempi record ha letto le oltre 10mila pagine dell’indagine Sarchié. Contemporaneamente altri due blitz scattano nel nostro entroterra.

La mappa del delitto di Pietro Sarchiè

La mappa del delitto di Pietro Sarchiè

Domenico Torrisi

Domenico Torrisi

A Gagliole i carabinieri vanno a prendere, in località Colleaiello, Domenico Torrisi, 61 anni, d’origine catanese anche lui. E’ a casa con la moglie, Maria Anzaldi, anche lei indagata, per favoreggiamento, ma la sua è una posizione ritenuta marginale e nessuna misura cautelare è stata presa per lei. Il quarto blitz è alla villetta di località Collina di Castelraimondo, dove vive Santo Seminara, 42 anni, nato a Catania. Per Torrisi e Seminara il gip ha disposto, come chiesto dalla procura, gli arresti in carcere (entrambi sono indagati per favoreggiamento personale, riciclaggio e ricettazione). Alle sei del mattino l’operazione Sarchiè è chiusa. Ed è l’ultimo tassello di una indagine articolata, svolta punto su punto, seguendo ogni traccia, risolvendo ogni dubbio, costruendo una storia su ciò che è accaduto quel 18 giugno, giorno della scomparsa di Sarchiè, con il supporto sia di testimoni, che di indagini tecniche e con un immenso lavoro di ricostruzione del traffico telefonico (di cui si sono occupati due specialisti, Luca Russo e Daniele Peroni).

«Abbiamo individuato dei gravi indizi di reità – dice il procuratore Giovanni Giorgio nella conferenza stampa che si è tenuta dopo gli arresti –. Chi siano i responsabili lo decideranno i giudici, la corte d’assise. Noi contiamo di andare appena possibile ad una verifica in contraddittorio con la difesa. Le indagini sono sostanzialmente concluse, manca l’esito dell’indagine medico legale. Dovevamo dare una risposta ad un fatto criminoso che ha destato indignazione per la sua estrema ferocia. E’ stato un lavoro difficile perché siamo partiti in ritardo».

La mappa del delitto Sarchiè

La cartina dei luoghi delle investigazioni

 

Il luogo del ritrovamento del cadavere

Il luogo del ritrovamento del cadavere

IL MALEDETTO 18 GIUGNO – Se l’alba di oggi, 24 febbraio, chiude l’indagine della procura, il 18 giugno 2014 segna l’inizio del giallo. Quel giorno il commerciante ambulante di pesce scompare del nulla intorno alle 8 del mattino mentre fa il giro di consegne. I clienti che lo attendono non lo vedono arrivare. I familiari si preoccupano quando non risponde al telefono e allertano i carabinieri. Iniziano le ricerche dei militari della Compagnia di Camerino, comandata dal capitano Vincenzo Orlando. «All’inizio si pensava ad una scomparsa e cosi le attività sono state quelle di ricerca – continua Giorgio –. Poi c’è stato un disturbo: sembrava che Sarchiè fosse andato verso Roma, è stato commesso un errore, ma vi siamo stati indotti in buona fede da una signora che credeva di averlo visto».

Gli investigatori sul posto (nel riquadro Pietro Sarchiè)

Gli investigatori la notte del ritrovamento (nel riquadro Pietro Sarchiè)

Maurizio Iannone della pg della procura di Macerata, uno degli investigatori il cui lavoro è stato decisivo per le indagini

Maurizio Iannone della pg della procura di Macerata, uno degli investigatori il cui lavoro è stato decisivo per le indagini

 

LUPARA BIANCA – La scomparsa di Sarchiè del furgone rientrava in una logica. «L’intento degli assassini era far sparire ogni traccia di Sarchiè e del suo furgone. Secondo le modalità tipiche della criminalità siciliana di un tempo, la cosiddetta lupara bianca – dice Giorgio –. Ad un certo momento mi sono reso conto che non si poteva più pensare ad una scomparsa e con l’aiuto dell’appuntato Maurizio Iannone dei carabinieri della Pg, abbiamo delimitato una zona dove poteva essere il cadavere».

IL 5 LUGLIO – Il corpo senza vita di Pietro Sarchiè viene trovato semicarbonizzato, sotterrato davanti ad una chiesetta abbandonata di località Valle dei grilli di San Severino. A trovarlo un carabiniere che aveva sentito un fortissimo cattivo odore. Sul corpo ci sono dei fori di proiettile, uno gli è stato sparato alla nuca. «Dopo il ritrovamento ci fu una intuizione. Visto che il cadavere era coperto di detriti edili abbiamo pensato di cercare nei depositi. E la ricerca si è rivelata fruttuosa» continua Giorgio. Infatti i militari arrivano al capannone di Santo Seminara e trovano parti del furgone del commerciante ucciso, oltre a un santino appartenuto alla madre di Sarchiè e a della documentazione. Da lì i carabinieri arrivano al nome di Giuseppe Farina.

 

Gli accertamenti nel garage di Giuseppe Farina

Gli accertamenti nel garage di Giuseppe Farina

TROPPO PRECISO SULLA MATTINA DEL 18 GIUGNO – All’inizio Farina è solo una delle tante persone sentite dai carabinieri in quei giorni. Ma le sue dichiarazioni insospettiscono gli inquirenti: «La cosa che mi ha indirizzato verso Farina – dice il procuratore – è che nel leggere le dichiarazioni che aveva reso ai carabinieri, quando ancora non era indagato, erano state molto circostanziate sulla mattina del 18 giugno. Mi sembrava come se volesse trovare una giustificazione». Inoltre un fotogramma di un autovelox lungo la provinciale 361, a San Severino, mostra come 20 o 30 minuti dopo il passaggio del furgone di Sarchiè, il 18 giugno, fosse passata una Y10 di colore rosso e nera «milanista», usata da Salvatore Farina. A dire che in quel momento fosse lui alla guida dell’auto sono state le indagini sulle movimentazioni telefoniche. «Siamo stati fortunati ad acquisire i fotogrammi dell’autovelox prima che venissero cancellati – dice il procuratore –. Chissà, forse in questa indagine ci ha aiutato anche Sarchiè, perché su alcune cose siamo stati fortunati».

Luca Russo, uno degli esperti che si sono occupati delle movimentazioni telefoniche

Luca Russo, uno degli esperti che si sono occupati delle movimentazioni telefoniche

INDAGINE PARTECIPATAMa è stata una indagine, ha sottolineato il procuratore, dove «non avremmo avuto questi risultati senza l’aiuto delle persone. Tantissimi sono venuti a testimoniare dopo che ho lanciato un appello attraverso i media. E’ stato un momento molto importante che ci sia stata una risposta così forte a testimonianza che la vicenda ha suscitato indignazione e la gente ha voluto dare una risposta. Mi si accusa di essere un magistrato mediatico, penso che vi sia l’esigenza di informare per noi che svolgiamo un servizio ed è giusto che la gente sappia ciò che facciamo. Inoltre credo sia giusto usare i mezzi di informazione quando necessario a fini di indagine. In questo caso è stato determinante. Alcuni testimoni sono venuti da noi perché hanno visto le foto degli indagati sui giornali e si sono ricordati di averli visti in determinati giorni e in determinati luoghi. Cito ad esempio la testimonianza di una persona, un venditore ambulante di rifiuti a cui Giuseppe Farina ha chiesto di prendere pezzi del furgone di Sarchiè e quando gli ha chiesto di compilare i documenti gli è stato puntato un coltello alla gola. Si è trattata di una indagine partecipata, svolta proprio con il popolo italiano».

Il sopralluogo in casa di Farina

Il sopralluogo in casa di Farina

Operazione Sarchiè (2)ELEMENTI CONVERGENTI – Tutto secondo gli investigatori convergeva verso i nomi degli indagati. A cominciare dalle dichiarazioni rese dai Farina. Il padre aveva detto che la mattina del 18 giugno era uscito a portare a passeggio i cani, intorno alle 8, mentre il figlio dormiva. Ma i movimenti dei telefoni dicevano altro: «Che quella mattina Giuseppe Farina aveva fatto su e giù dal capannone di Seminara a Castelraimondo. Mentre il figlio su muoveva con la Y10 per tallonare Sarchiè» dice Giorgio. Fino alle 8 di quel mattino risulta una «intensa connessione telefonica tra loro. Che poi è cessata alle 8. Secondo noi è poco dopo le 8 che è avvenuto l’omicidio. Lo diciamo in base a testimoni, a persone che hanno sentito colpi di pistola. Il delitto è avvenuto all’altezza della chiesetta di Arcangelo, in contrada Perito, in frazione Seppio di Pioraco». Lì è stata trovata una frenata sull’asfalto.

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La notte del ritrovamento del corpo di Sarchiè (nel riquadro)

L’AGGUATO – Poco dopo le 8 del mattino, secondo la ricostruzione degli inquirenti, Salvatore Farina, alla guida della sua Y10 (che dopo il 18 giugno porterà a riverniciare di grigio e ne farà rifoderare gli interni) blocca il furgone di Sarchiè davanti alla chiesetta. Per farlo provoca una collisione frontale. Il padre Giuseppe, prosegue la ricostruzione degli inquirenti, è già lì ad attendere. Ha una pistola calibro 38 (con proiettili speciali, fatti per sparare al poligono quindi con minore carica propulsiva) con quell’arma, mai ritrovata, Giuseppe Farina ha esploso, per la procura, sei colpi contro Sarchiè mentre il commerciante si trovava sul furgone. I primi due colpi lo hanno colpito attraverso lo sportello. Un ultimo colpo gli viene sparato alla nuca. Fatto questo alle 8,45 padre e figlio portano il corpo di Sarchiè a Valle dei grilli dove nascondono il cadavere e in un secondo momento lo copriranno con materiale di risulta edile. Alle 9 raggiungono il capannone di Seminara, a Castelraimondo, per iniziare l’operazione di smontaggio del furgone che durerà tre giorni: dal 18 al 20 giugno. Il pomeriggio del 20 Farina viene visto con altre due persone (secondo gli inquirenti il figlio e Torrisi) a bruciare qualcosa, per gli investigatori parti del furgone di Sarchiè. Ad aiutare a smontare il furgone avrebbe partecipato anche Torrisi.

Il furgoncino di Pietro Sarchiè

Il furgoncino di Pietro Sarchiè

IL MOVENTE «Riteniamo che a sparare sia stato Giuseppe Farina – conclude il procuratore – e il figlio ha fatto attività di supporto. Da tempo Farina nutriva un risentimento verso Sarchiè colpevole, tra molte virgolette, di svolgere attività di vendita di pesce con successo. Cosa che a Farina non andava a genio e voleva liberarsi dei concorrenti».

 

Il fotogramma dell'autovelox che ha immortalato il furgone di Sarchiè

Il fotogramma dell’autovelox che ha immortalato il furgone di Sarchiè

IL 2 DICEMBRE – E’ il giorno del deposito delle indagini tecniche di Russo e Peroni, che «hanno effettuato una ricostruzione delle movimentazioni telefoniche di tutti gli indagati e in sostanza abbiamo capito dove fossero giorno per giorno. Con il deposito della relazione tecnica il quadro investigavo era competo» dice Giorgio. Che ha rivolto un messaggio alla famiglia di Sarchiè: «Con loro sono in debito, non nascondo di provare commozione pensando al loro. Sono brave persone, volevamo dare loro una risposta e sono contento che ci siamo riusciti. Pietro Sarchiè era una persona che conduceva una vita molto sacrificata, che si alzava alle 2 del mattino per andare a vendere il pesce. Era molto cordiale e molto amato dai suoi clienti». Soddisfatto dell’indagine il comandante provinciale dei carabinieri, il colonnello Stefano Di Iulio «è stata una attività di indagine complessa, articolata, difficoltosa». L’indagine, coordinata dalla procura, è stata condotta dai carabinieri del Reparto operativo di Macerata, comandato dal colonnello Leonardo Bertini, e dai carabinieri della Compagnia di Camerino.

Il capannone di Seminara a Castelraimondo

Il capannone di Seminara a Castelraimondo

Giuseppe Farina, accusato dell'omicidio di Pietro Sarchiè

Giuseppe Farina, accusato dell’omicidio di Pietro Sarchiè

SETTE MESI «La mia scelta è stata di costruire una storia completa su questa vicenda, da ciò il fatto che sono passati 7 mesi per giungere ad una conclusione delle indagini – continua Giorgio –. Devo dire che le lamentele mi arrivavano, mi veniva chiesto: “Come mai così tanto tempo?” Ma nella vita qualche volta bisogna avere pazienza».

 

Salvatore Farina

Salvatore Farina

Dopo gli arresti, nei prossimi giorni si terranno le convalide. Gli indagati sono difesi dagli avvocati Mauro Riccioni e Marco Massei (che assistono i due Farina), Maria Squillaci e Tiziano Luzi per Torrisi e Nicola Pandolfi per Seminara. A Giuseppe e Salvatore Farina vengono contestati i reati di omicidio premeditato in concorso, porto abusivo di armi, rapina (il pesce di Sarchiè sarebbe stato donato a conoscenti dei Farina), occultamento, vilipendio, distruzione, soppressione e sottrazione di cadavere, violenza privata e sostituzione di persona.

 

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