E adesso la posta elettronica propone gravidanze maschili

L’uso sfrenato di Internet: dire tutto a tutti su tutto e in tutto il mondo. Qualcosa di simile c’è anche con le scritte sui muri. Una buona notizia che viene da Padova
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Giancarlo Liuti

di Giancarlo Liuti

Giorni fa ho ricevuto la seguente e-mail: “Se stai lottando con tutte le tue forze per rimanere incinta e nonostante tutto ancora non hai ottenuto risultati, sarà questa la lettera più importante che potrai mai leggere”. Dopodiché, in allegato, mi si proponeva l’acquisto di prodotti olistici fra l’erboristeria e la parapsicologia. Il mittente? Anonimo: “Gravidanza”. Va da sé che la cosa non poteva interessarmi, sia per ragioni di “genere” (a quello maschile appartengo fin dalla nascita e oltretutto esso risulta dal mio indirizzo di posta elettronica) sia per ragioni di età (ritengo di essere ormai fuori tempo massimo da prospettive di cambiamento chirurgico di sesso e di successiva fecondazione eterologa). Ma questo buffo episodio m’ha indotto a riflettere sulla natura della comunicazione via Internet e sui suoi limiti non soltanto etici, che stavolta non c’entrano, ma proprio di semplice logica relazionale, per cui in rete (e-mail, social network, quotidiani on-line) accade che tutti in tutto il mondo possono dire tutto a tutti in tutto il mondo a prescindere da tutto.
Può darsi che questo ripetersi degli aggettivi “tutto” e “tutti” abbia qualcosa di affascinante nel senso di prefigurare una democrazia definitiva e universale nell’uguaglianza e nella libertà. Così, ad esempio, la pensa Gianroberto Casaleggio, il mefistofelico “guru” del Movimento Cinque Stelle. Altri, invece, non sono d’accordo. Dove finirebbe, dicono, quella preziosa protezione della vita intima di ciascuno che va sotto il nome di “privacy”? Mettendo a nudo le singole persone nei loro sentimenti e nei loro pudori non si uccide forse la “privacy”? Molto acuto, tuttavia, è il parere di Umberto Eco, il quale non nega e non approva il delitto ma rileva che gli assassini son proprio i frequentatori del Web – ormai parecchi miliardi, presto la maggioranza degli esseri umani – e ognuno di loro, per conto suo, ammazza la “privacy”, quella degli altri e anche la propria. Quindi, in un certo senso, si tratta, al tempo stesso, di omicidio e suicidio. E allora? Così va il mondo, signori, per tutti e su tutto. E qui mi fermo, non senza inviare un cordiale saluto ai commentatori di Cronache Maceratesi, che, i meno ardimentosi con la maschera del “nickname”, fanno parte, nel loro piccolo, degli illuminati anticipatori del futuro dell’umanità. E chi non l’ha ancora capito, si arrangi.
Ma oltre che nel Web e sia pure con minore insistenza e minore capillarità, questa voglia di apparire sempre, comunque e dovunque si esprime anche nelle scritte sui muri, alcune con qualche pregio diciamo estetico (sia chiaro: difendo i “murales”, che sono un’altra cosa) ma quasi tutte lesive, per la loro sciatta bruttezza, di quella “privacy pubblica” – l’intimo decoro di una città – della quale una comunità civile dovrebbe esser gelosa. Non c’è chi, vivendo o venendo a Macerata, non resti allibito nel frequentare la stazione dei pullman, i vari sottopassaggi, i vari gabinetti pubblici e le non poche pareti esterne di case e palazzi anche del centro. E’ uno sciatto e a volte volgare tripudio del “comparire”, ma in segreto, quasi per lasciare un’anonima impronta di sé come fanno sui tronchi degli alberi o per dirsi, da soli, “nessuno mi conosce ma attenzione: io sono io”. Ogni tanto il Comune tenta di cancellarle, quelle scritte, ma alcune sono indelebili e altre ricompaiono, più o meno le stesse, nel giro di poche ore.
Ho già detto che per quanto riguarda l’invasione del Web c’è poco da fare e bisogna rassegnarsi. Contro l’invasione dei muri, invece, qualcosa si muove e viene da Padova. Approfittando dunque del fatto che sei imbrattatori di facciate, vetrine, cartelli stradali e perfino auto in sosta hanno commesso l’imprudenza di vantarsene su Facebook, i carabinieri sono riusciti a svelare l’identità di pseudonimi come “Soba”, “Cruise”, “Roské”, “Esr”, “Bruce” e “Sods”, dopodiché è scattata, nei loro confronti, una denuncia per danneggiamento plurimo, continuato e aggravato. Un iter complicato e difficile, me ne rendo conto. Ma c’è dell’altro, giacché l’assessore patavino alla sicurezza ha deciso di istituire apposite pattuglie diurne e notturne contro il degrado urbano. Le conseguenze? In entrambi i casi, una volta scoperti, gli imbrattatori hanno due alternative: o metter mano al portafoglio e pagare il danno o rimboccarsi le maniche e ripristinare l’estetica delle pareti esattamente com’era prima. Scrive il giornale da cui ho tratto questa notizia: “Da writers a imbianchini, un finale senza gloria”. Mica male, no?

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