La bellezza della nostra terra
nel Leopardi di Mario Martone

Alla tormentata infelicità di Giacomo fa da contrappunto il sereno fascino dei luoghi. Un’immagine delle Marche e del Maceratese che sta per prendere il volo da Venezia e poi dalle sale
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di Giancarlo Liuti

“Il giovane favoloso”, il film che il regista Mario Martone ha dedicato alla vita di Giacomo Leopardi e che il primo di settembre debutterà, in concorso, alla Mostra del cinema di Venezia, è stato proiettato ieri pomeriggio nella multisala “Sabbatini” di Recanati in una riservata prima nazionale alla quale, fra gli altri, hanno assistito l’assessore regionale alla cultura Pietro Marcolini (la Regione Marche ha contribuito alla produzione) e i sindaci di Recanati Francesco Fiordomo e di Macerata Romano Carancini. Il prestigio di Martone (dieci film, alcuni presentati a Cannes e a Venezia, tre David di Donatello, premio alla carriera nel Festival di Madrid) è noto. Ed è noto il suo amore per Leopardi , che da sempre gli sta nel cuore (in passato ha ridotto per il teatro le “Operette Morali”) e prima o poi, quando gli fosse stato possibile, avrebbe preso la forma di un film. E l’occasione è venuta, con un anno di riprese a Recanati, Macerata, Napoli e altrove, nei luoghi in cui si svolse la breve vita di questo sommo poeta- filosofo che da decenni va suscitando un crescente interesse in tutta Europa e, ultimamente, anche negli Stati Uniti. Va inoltre segnalata la qualità del cast, nel quale spiccano il pluripremiato Elio Germano (Giacomo), Massimo Popolizio (il padre Monaldo) e Michele Riondino (l’amico Ranieri che di Giacomo, a Napoli, raccolse l’estremo respiro). Fornite queste sommarie notizie introduttive, lasciatemi dire, scherzando, che, dopo le dispute sull’autenticità del manoscritto de “L’Infinito” saltato fuori a Cingoli, stavolta, finalmente, non ci sono dubbi a proposito dell’autenticità di qualcosa che riguarda Leopardi, giacché questo film è al cento per cento di Mario Martone.

Il set nella piazzola del Villaggio

Il set nella piazzola del Villaggio

A prescindere dallo sbigottimento di noi spettatori a Recanati per l’esasperato espressionismo del finale napoletano, non avendo io la competenza culturale del critico di cinema – siamo ormai alla vigilia dei ben più autorevoli giudizi della critica specializzata alla Mostra di Venezia – preferisco considerare questo film da un’angolatura tutta particolare, ossia dal suo profondo rapporto sì con la figura umana di Giacomo ma anche – e non soltanto sullo sfondo – con il paesaggio e l’intima, pacata e quasi poetica avvenenza della terra maceratese, che nell’opera di Martone fa da contrappunto – perfino da contrasto – all’esistenza tormentata di Giacomo e, come nel celeberrimo “L’Infinito” (momento toccante, nel film, per il volto e le ispirate parole di Elio Germano), l’inducono a immaginare l’eternità. Ho detto terra maceratese ma dovrei dire marchigiana, giacché non sono poche le valli, le colline e le danzanti discese verso il mare che accomunano anche l’Anconitano, il Fermano e l’Ascolano. E ho detto terra, ma dovrei dire città, paesi, slarghi, vie, edifici monumentali e semplici case su cui Martone si sofferma, e mi riferisco soprattutto all’ambientazione della Piazzetta del Villaggio a Recanati e alla sontuosità della Sala dell’Eneide a Palazzo Buonaccorsi di Macerata. Da questo punto di vista, allora, di “favoloso”, nel film, non c’è soltanto quel giovane, ma anche la cosiddetta “terra delle armonie”, definizione, questa, tratta (“Ed erra l’armonia per questa valle”) dal “Passero solitario”.

Il regista Mario Martone

Il regista Mario Martone

E non a caso ho parlato di “contrasto” fra la serena mitezza di questa terra e l’inclemenza del destino anche fisico di Giacomo, che tuttavia, nello “Zibaldone”, descrisse la Marca come luogo di aria leggera o, meglio, “sottile”, capace di rendere gli “ingegni più svegliati, capaci e arguti”. Vien da pensare all’aria che sale dal fieno, dall’erba medica, dai girasoli, dagli alberi, dai campi arati, dalle ampie distese di verde. Recanati sta fra due visibili azzurri: quello, vicino, dell’Adriatico e quello, più lontano, dei monti Sibillini. E vien da pensare, ma questa è una mia opinabilissima stravaganza, al film “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino, nel quale allo straordinario splendore delle antichità di Roma si oppone l’amaro e rassegnato sentimento di inutilità – non tragica, per sua fortuna – del giornalista di gossip Jep Gambardella (Toni Servillo), che simboleggia la futilità dell’attuale modo di vivere. Qualcosa del genere, ma molto vagamente, c’è anche nel “Giovane favoloso” di Martone, e me lo suggerisce la parola “giovane”: Giacomo giovane come i giovani di oggi, in una società che minaccia di fiaccarne le energie e tradirne il futuro.

Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi

 

In conclusione questo film dà alle Marche un volto – di “bellezza”, appunto – che in qualche modo intenerisce la disperazione di Giacomo per l’inesorabile inclemenza del destino (“E’ funesto a chi nasce il dì natale”, dice all’impassibile luna il pastore errante del “Canto notturno”). La qual cosa – non secondaria, ripeto -  giustifica la soddisfazione della Regione per aver partecipato all’impegno produttivo. Ricordate la campagna pubblicitaria con Dustin Hoffmann e, adesso, meno clamorosa, col bravo Neri Marcorè? Qui siamo certo su un altro piano, culturalmente più impegnato e più impegnativo. Ma che le Marche si mostrino a largo raggio è comunque importante. Molto, ora, dipende, a Venezia e poi nelle sale, dal successo di pubblico, che mi auguro vasto. 



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