Accidenti quanti “diluvi”
sulla povera Macerata!

Un libro di Giustozzi sullo “strapotere” di Ancona dopo il 1860. E ancora nubifragi col varo delle Regioni, i mancati collegamenti viari e l’imminente abolizione delle Province
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

Da alcuni anni la parola “declino” viene attribuita all’intero Occidente, in particolare all’Europa e ancor più all’Italia. Ma per quanto riguarda Macerata essa è divenuta un martellante ritornello che non smette di farsi udire quando si esprimono giudizi sulla sua situazione politica, economica e sociale, non senza amare nostalgie per la cosiddetta “isola felice” di un tempo. Domanda: Macerata è davvero in preda a un declino peggiore di quello generale dell’Italia? Risposta: non credo. Ma chi ci vive se lo sente addosso ogni giorno, il peso della crisi, e lo attribuisce a fattori locali, e immagina che altrove – perfino a pochi chilometri di distanza – si stia molto meglio. Sta di fatto, comunque, che una volta Macerata aveva il vento in poppa, mentre adesso le sue vele appaiono afflosciate. Ma una volta quando? Tanto, tantissimo tempo fa. Diciamo centocinquant’anni.
E’ questa la tesi di Piero Giustozzi nel libro “Macerata, prima e dopo il diluvio del 1860” edito da “Affinità elettive”. L’autore è un pensionato di banca con la passione per la storia locale, una passione alla quale ha già dedicato altre pubblicazioni. Ma questo suo ultimo lavoro ha un respiro molto più ampio, parte dal Quattrocento e arriva fino ai giorni nostri. Passione, ho detto. E non v’è dubbio che a differenza degli storici di professione, dai quali ci si attende che analizzino con distacco le cause e gli effetti degli eventi, le opere di Giustozzi, soprattutto questa, sono animate da un amore per la propria terra a tal punto appassionato da divenire una netta scelta di campo (ma se rifletto sull’egoistico isolarsi di ognuno in se stesso che oggi dilaga, l’accoratissimo slancio di Giustozzi non mi pare un difetto, anzi).
Cop-GiustozziSi consideri, ad esempio, la sua denuncia – non del tutto infondata ma certo molto animosa – della usurpatrice bramosia di potere di Ancona. Libro a parte, non si deve infatti ignorare che nel Duecento Papa Innocenzo III divise lo Stato della Chiesa in quattro Province, una delle quali, corrispondente grosso modo alle Marche attuali, si chiamò “Marca di Ancona”, e fu accorpata a quella di Fermo, e il Governatore risiedeva a Fermo, e Macerata era considerata meno importante non solo di Ancona e Fermo ma anche di Camerino e Urbino. Né Ancona, sede di un porto fra i più importanti dell’Adriatico, aveva avuto scarso rilievo nell’impero romano, come dimostra il monumentale Arco di Traiano edificato nell’anno 116 proprio accanto allo scalo marittimo da cui l’imperatore partì per la vittoriosa guerra contro i Traci (in quanto a vestigia romane Macerata non può vantare che i modesti ruderi dell’Helvia Ricina, fra l’altro tenuti malissimo).
Ma torniamo al libro. Vero è infatti che dal Quattrocento in poi Macerata conobbe un’ascesa che per ragioni economiche (la floridezza dell’agricoltura), culturali (la sua università sfornava esperti di alto livello in materie giuridiche e di pubblica amministrazione) e di autorevolezza della propria classe dirigente (le istituzioni religiose e i ceti nobiliari, la straordinaria bellezza di chiese e palazzi) la condusse a primeggiare nella Marca divenendo sede del Governatore Generale, della Curia Generale e del Tribunale della Rota con giurisdizione estesa dal Foglia al Tronto. Nella gestione periferica dello Stato della Chiesa, insomma, Macerata assurse al ruolo quasi di capitale della Marca di Ancona. Il che, con alterne vicende, si protrasse fino al 1860. Fu questa, dunque, la vera “Macerata granne”.
Ma ecco il “diluvio”. Un colpo da kappaò che si abbatté su Macerata con la vittoria del generale Cialdini a Castelfidardo e la fine, nelle Marche, dell’era pontificia. Commissario delle province marchigiane fu subito nominato il piemontese Lorenzo Valerio, che, cito Giustozzi, “fece a pezzi Macerata, riducendola da capitale della Marca a città secondaria di un nuovo Stato lontano, sottraendole territorio e distretti amministrativi, trasferendoli ad Ancona e promuovendo Ancona a città principale”. Tutto ciò ignorando i meriti che Macerata aveva pur avuto nei fermenti risorgimentali (la carboneria mazziniana aveva messo radici anche da noi e anche da noi non erano mancati personaggi che si batterono con coraggio per i valori del nuovo patriottismo unitario). E perché, allora, questo accanimento? La tesi adombrata da Giustozzi è che Valerio, da “intransigente anticlericale” qual era, diffidava delle radicate tradizioni cattoliche dei maceratesi e inclinava verso quelle massoniche ed ebraiche che avvertiva più presenti ad Ancona. Chissà.
Il “diluvio”, comunque, ci fu. E Macerata non ebbe la forza di resistervi, non ebbe, cioè, un’arca di Noè capace di salvarla da quella catastrofe, le cui cause, ripeto, erano da attribuire non a suoi propri demeriti ma, per usare la famosa espressione di Saragat dopo un tonfo elettorale del suo Psdi, al “destino cinico e baro”. Nel Novecento vi furono momenti di risveglio, come l’Esposizione Marchigiana del 1905 che riportò Macerata a un prestigio nazionale e come, negli Anni Venti, il fiorire della corrente pittorica del Futurismo, che, in armonia con l’intatta reputazione dell’università, confermò, per Macerata, l’immagine di “Atene delle Marche”. Poi la facoltà di lettere, poi l’Accademia di Belle Arti. Ma le conseguenze di quel “diluvio” rimasero e – questo mi permetto di aggiungerlo io – si manifestarono in altri due “diluvi”, anch’essi non imputabili a “colpe” maceratesi ma, ancora una volta, al progredire (o al regredire, per noi) della storia.
Si pensi, dal finire degli Anni Cinquanta, al ridimensionamento, in tutta Italia, dell’agricoltura a vantaggio dell’industria manifatturiera – il litorale si sviluppò, all’entroterra venne meno la forza di reagire – e soprattutto, nel 1970, si pensi alla istituzione delle Regioni, la cui capitale, nelle Marche, non poteva che essere Ancona, per ragioni sia di baricentrica collocazione territoriale, sia demografiche, sia economiche (il porto, il cantiere navale), sia geopolitiche (i rapporti con l’altra sponda dell’Adriatico). Vero è che Ancona – e ne so qualcosa anch’io, jesino di origine – è stata sempre vista come un’isola a sé, con una sorta di genetica diversità rispetto all’indole marchigiana e priva di una voluta e riconosciuta vocazione di capoluogo regionale e perfino provinciale. Ma, insomma, a quale altra città si sarebbe dovuto conferire il titolo di capitale delle Marche? A Macerata? Giustozzi, tuttavia, non pretende tanto, giacché si limita a osservare – e non ha torto – che gli effetti di quell’iniziale “diluvio”, addebitabili sì al corso della storia ma pure a nostri errori, hanno inciso negativamente anche sul ruolo di Macerata come capoluogo di provincia.
Nella seconda metà del Novecento il potere di Ancona crebbe, via via, a dismisura. Politico, amministrativo, culturale. Con la creazione, da zero, del polo universitario (perché mai dargli la facoltà di economia e commercio, che sarebbe stata più in sintonia con quella giuridica di Macerata?) e di un grande ospedale che man mano avrebbe sottratto energie e competenze agli ospedali provinciali (si badi, adesso, allo stato in cui è ridotto il pronto soccorso a Macerata). Colpa nostra? Colpa della nostra incapacità di far la voce grossa? Forse, ma solo in parte. In massima parte, invece, per quanto riguarda le infrastrutture viarie. Un tema, questo, che da vari decenni ha assunto una straordinaria importanza in una società dominata dall’uso dell’automobile. E al quale, purtroppo, non è stata prestata la dovuta attenzione.
Non prevedeva forse la legge che le autostrade fossero collegate con superstrade alle città capoluogo di provincia? Ebbene, Macerata è isolata. Dalla superstrada Valdichienti si può raggiungere la città, a Piediripa, con una specie di “viottolo”. Peggio ancora a nord, lungo la valle del Potenza. Si ricordi in proposito la vicissitudine del previsto casello autostradale di Porto Recanati che per le pressioni della Santa Casa fu spostato a Loreto (nel mio piccolo lo definii il “Santo Casello di Loreto”). E non basta. Dall’uscita superstradale di Sforzacosta fino alla città c’è un’altra specie di “viottolo”, fra l’altro ingombrato da un passaggio a livello, e questo per contrarietà anche d’impronta ideologica (sic!) all’idea, ritenuta troppo “destrorsa”, della Quadrilatero. Col risultato che un costoso traforo, costruito per garantire un rapido collegamento intervallivo fra il Chienti e il Potenza a conferma di Macerata leader provinciale è rimasto a mezz’aria, senza capo né coda. Tutto ciò l’ha voluto la storia? No, l’ha voluto l’insipienza politica di Macerata. I “diluvi” ci sono stati, sì, ma questo ce lo siamo fatto da soli. Ora è arrivato un ripensamento, con un’intesa fra Regione, Provincia, Comune e la Quadrilatero. Ma quanti anni ci vorranno prima di vederne, se ci saranno, i risultati concreti?
Ebbene, il mito di “Macerata Granne” lasciamolo pure nel mondo dei sogni. Una “Macerata Media”, però, era alla nostra portata. L’ingordigia di Ancona? Certo, basti pensare – ma questo è un giudizio mio – alla vicenda, nel 1988, della quasi perfezionata acquisizione, da parte della Cassa di Risparmio maceratese, di quella di Ancona, il cui buon esito venne infine impedito dal Psi dorico. Una vicenda dal successo della quale Macerata avrebbe potuto avere la maggiore banca della regione e dall’insuccesso della quale uscì invece indebolita, dopodiché, per altri e diversi accadimenti, finì per perdere anche la sede direzionale di Banca Marche (e qui si stenda un pietoso velo di silenzio sui recenti episodi che sono al limite della cronaca giudiziaria).
Per tornare al libro di Giustozzi, a me pare che molto sia dipeso dai “diluvi” della storia. Ma qualche nubifragio lo si deve anche – in primis nelle infrastrutture viarie – alla scarsa lungimiranza, alla fiacchezza e all’autolesionistico fatalismo di Macerata, sia nella sua politica sia, forse per atavica natura, nella sua società civile. E adesso, disgraziatamente, è in vista quell’ulteriore “diluvio” che sta nell’abolizione delle Province, con la probabile perdita della Prefettura e della Questura. Un brutto colpo, specie per il centro storico. Ma questo non c’entra col libro di Giustozzi, appassionato, documentato e rivolto al passato. Da questo libro, tuttavia, si può trarre, magari indirettamente, un appello a mettersi in guardia contro i “diluvi” futuri. Come? Le piogge, forse, saranno inevitabili, ma almeno muniamoci dell’ombrello di una buona politica, più chiara, più energica, più compatta, più intelligente nel progettare il domani.



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