Nella sorte delle Api Operaie
il simbolo della crisi economica

Il caso delle arnie distrutte dai vandali a Macerata, e quello dell'invasione nella spiaggia di Porto Recanati. Il lavoro perduto e l’immigrazione
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

Giorni fa la cronaca si è occupata di due episodi che hanno entrambi riguardato le api, uno accaduto in zona Vergini di Macerata e l’altro sulla spiaggia di Porto Recanati. Li riassumo. Una mattina, al risveglio, l’apicoltore Marco Baiocco ha scoperto che la sua “corte abitativa apearia” composta da arnie ospitanti ben cinquanta “famiglie” era stata nottetempo distrutta da ignoti malviventi e le api, a decine di migliaia, erano in parte fuggite e in parte defunte (leggi l’articolo). Una mascalzonata, questa, che, non sappiamo se commessa per vandalismo, dispetto o vendetta, ha molto colpito l’opinione pubblica, e non soltanto per solidarietà verso il danneggiato ma anche per un moto di affetto – posso dirlo? – nei confronti di quegli animaletti, così innocenti e così indifesi. I lettori di Cm e i loro commenti , tutti indignati, sono stati numerosissimi, quasi da record per un fatto di cronaca.

Il secondo episodio si è verificato in riva al mare, a Porto Recanati, quando uno sciame composto da migliaia di api provenienti da chissà dove si è posato sugli ombrelloni e ha fatto scappar via i bagnanti di questo inizio d’estate che stavano prendendo la tintarella e tutto si sarebbero aspettati, magari eritemi solari da raggi UV, ma non il rischio di finire sotto i pungiglioni delle api (leggi l’articolo).

Le arnie rovasciate dai vandali nel quartiere Vergini, a Macerata

Le arnie rovasciate dai vandali nel quartiere Vergini, a Macerata

Il problema si è poi risolto con l’intervento di esperti che sono riusciti a catturare lo sciame e portarlo in un alveare della vicina campagna. E pure di questo i giornali han dato notizia pure anche con immagini suscitando un’eco assai vasta.
Io non sapevo nulla di api, se non che ci forniscono il miele. Per cui, incuriosito, mi sono documentato su qualche libro e ho imparato storie che per certi aspetti sembrano fiabe, storie che provo a raccontare con parole non propriamente scientifiche. All’origine di ogni “famiglia” di api, dunque, c’è un’Ape Regina che durante un cosiddetto “volo nuziale” viene fecondata da Fuchi, maschi di ape (poveri Fuchi, temerari per amore come talvolta capita agli uomini, tant’è che il delirio dell’amplesso li conduce presto a morire!). Dopodiché l’Ape Regina genera un’infinità di uova – addirittura trecento al giorno e per buona parte dell’anno – che poi diventano api sterili e senza scettro, le cosiddette Api Operaie. E perché “operaie”? Perché la loro esistenza non prevede poteri di comandoe ma unicamente il dovere di lavorare. E difatti lavorano come pazze: vanno in giro a raccogliere nettare dai fiori, nutrono l’Ape Regina, puliscono l’alveare, lo ventilano, fabbricano le cellette, producono il miele, lo immagazzinano, fanno le guardiane e, quando occorre, son pronte a combattere contro gli intrusi. La “corte” del signor Baiocco aveva diverse Api Regine e una sterminata popolazione di Api Operaie. Adesso non più. Un brutto finale. Lo sciame di Porto Recanati, invece, si è salvato. Non si sa se avesse un’Ape Regina, ma se non ce l’aveva gliel’hanno procurata. E queste Api Operaie sono già indefessamente al lavoro in qualche arnia rimediata per loro. Lieto fine.
E qui torno al miele, che per millenni è stato l’unico dolcificante a disposizione degli esseri umani di gran parte del mondo (la canna da zucchero ci fu portata sul finire del Quattrocento da Cristoforo Colombo e lo zucchero da barbabietola è ancora più tardo, primi decenni dell’Ottocento). Fin dalla remota preistoria, dunque, il lavoro delle Api Operaie fu, per i nostri progenitori (forse anche Adamo ed Eva), una ragione di vita. Ed ecco perché questi piccoli insetti diedero luogo a metafore che li elevarono ai vertici dell’immaginario poetico e religioso come simbolo di operosità, laboriosità, disciplina, esecuzione di volontà divine. In tal senso li celebrarono gli antichi egizi, gli antichi greci, gli antichi romani (Cicerone, Ovidio, Virgilio), i profeti del Vecchio Testamento, i santi del Nuovo e sommi vati (Dante li paragonò alle anime degli angeli). E in tal senso figurarono negli stemmi araldici di grandi dinastie nobiliari (i Barberini, per citarne una) e ancor oggi i n quelli di alcune logge massoniche per indicare l’attiva solerzia di tutti i Fratelli.
Consentitemi allora di attribuire, da visionario, un significato metaforico anche ai due episodi della nostra cronaca odierna. A che cosa può rimandare, immaginariamente, la distruzione degli alveari in zona Vergini? E a che cosa l’arrivo di quello sciame sugli ombrelloni di Porto Recanati? Nel primo caso il pensiero mi corre alla crisi economica che sta colpendo gran parte dell’Occidente e soprattutto l’Italia. L’autore del misfatto è certo una persona reale, in carne e ossa, ma fatalmente simboleggia qualcosa di molto più grande di lui, cioè la crisi economica, la distruzione del lavoro, la disoccupazione, la miseria e, come a volte accade, la morte per disperazione. E Porto Recanati? Sappiamo dov’è giunto quello sciame di api ma non sappiamo da dove. Sbarcato forse da un peschereccio proveniente dalla Libia, con a bordo Api Operaie siriane, eritree, sudanesi? L’immaginazione galoppa e mi conduce, metaforicamente, al dramma degli immigrati. Chissà che quelle Api Operaie non simboleggino le tante migliaia di persone disperate che arrivano sulle nostre coste a bordo di malmessi natanti guidati da scafisti. E chissà che il loro salvataggio non faccia pensare, sempre simbolicamente, ai duri risvolti dell’operazione Mare Nostrum.



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