Dimmi come ti chiami, ti dirò quanti secoli hai

Un dizionario di Adriano Raparo sull’origine e il significato dei nostri cognomi. Ancora differenze fra Macerata e Civitanova
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

Qual è l’origine dei nostri cognomi? E che cosa significano? Nell’antica Roma le persone libere – non gli schiavi – si chiamavano col “praenomen” (oggi il nome proprio) e col “nomen” (quello del padre o della famiglia paterna, oggi il cognome). Poi, nell’Alto Medio Evo, si diffuse l’usanza di chiamarsi col semplice nome, la qual cosa poteva andar bene nelle piccole o piccolissime comunità, ma creava equivoci  se ci si allargava a territori appena più vasti. Ecco allora il bisogno di qualcosa che distinguesse meglio le singole persone e tornarono i “nomina” (gli attuali cognomi), riferibili ai genitori paterni, oppure ai loro mestieri, oppure alle loro caratteristiche fisiche, oppure ai loro difetti, oppure ai luoghi della loro provenienza. Inutile tirarla per le lunghe. Basterà dire che i cognomi, oggi, portano tutti queste impronte remote (“Di Matteo”, per esempio, o “Fabbri”, o “Biondi”, o “Sordi”, o “Genovesi”). Anch’io mi sono esercitato, anni fa, nella ricerca del significato del mio cognome, ambiziosamente sperando che in qualche modo si legasse a Liutprando, re dei Longobardi, o a un liutaio famoso come Stradivari o Guarneri. Purtroppo, però, mi sono imbattuto in un poco edificante detto popolare medievale – “Li  uti e li puti” – sul senso del quale è prudente sorvolare. E non ho approfondito.
Mi resta tuttavia la passione per l’origine delle parole (anche i nomi sono parole) ed è per questo che ho consultato con grande interesse il libro di Adriano Raparo, già docente di lettere nelle scuole medie, intitolato “Dizionario etimologico dei cognomi del Maceratese, dell’Anconetano e del Fermano” (ma il Maceratese occupa quasi tutto lo spazio) ed edito dal “Lavoro editoriale” di Ancona. Una gran fatica, la sua, con l’elenco e l’analisi di circa 1.500 voci, da “Abelardi” a “Zura-Puntaroni”. Ma ne è valsa la pena, giacché le nozioni, le singolarità e le curiosità che ne derivano non possono non suscitare, anche per la scorrevolezza dello stile con cui  l’autore le scrive, l’attenzione di una vasta platea di lettori. E su quali cognomi si è soffermata questa paziente ricerca? Su quelli che dagli elenchi telefonici nazionali risultano percentualmente più presenti nel Maceratese rispetto al resto d’Italia, il che già apre la strada alle ragioni profonde della loro stanzialità, della loro persistenza e della loro ramificazione. Di cognomi venuti da fuori, da noi, non ce ne sono tantissimi. Molto più numerosi appaiono, semmai, quelli che sono usciti dai nostri confini  per spargersi altrove (Roma è piena di cognomi maceratesi). E qui c’entrano le vicende sociali ed economiche della storia, le quali ci hanno reso  terra più di emigrazione che d’immigrazione.
Gli elenchi telefonici, dicevo. Ed ecco una peculiarità che distingue Macerata da Civitanova e in qualche modo conferma la diversa “indole” delle due maggiori città della provincia, la cui popolazione è praticamente uguale. Più stabilità (tradizione?)nella prima, più mobilità (innovazione?) nella seconda. A Macerata, infatti, sono frequenti  i cognomi  comuni a un alto numero di nuclei familiari: ben 65 i Giustozzi (da “justus”, di epoca cristiana), 63 i Moretti (avi scuri di pelle?), 57 i Gentili  (avi aristocratici), 55 i Monachesi (avi appartenenti a ordini religiosi), 50 gli Angeletti (avi “messaggeri di Dio”), 45 i Salvucci (dal tardo latino “salvo in Dio”), 45 i Bianchini (avi precocemente incanutiti?).

A Civitanova, invece, è pur vero che svettano i 73 Marinelli (da “uomini del mare”) ma per il resto  (Torresi, da paesi turriti; Gaetani, dalla marinara Gaeta;  Ripari, forse da “ripa” come “riva”; Micucci, dal latino “amicus”; Capozucca, da un remoto e scherzoso soprannome)  non si supera la quarantina e al di sotto ci si fraziona in tanti nuclei minori. Il che dimostrerebbe  per un verso la  maggior fluidità sociale dei civitanovesi e per l’altro verso la maggior continuità dei maceratesi  nel loro passato.  Un’ultima curiosità. A Recanati troviamo ben 84 Cingolani, la cui origine sta evidentemente nel luogo di provenienza, mentre a Cingoli  non ce n’è neanche uno!

Un cenno a parte il professor Raparo lo riserva ai “trovatelli”, ossia a quei neonati abbandonati nelle cosiddette “ruote degli esposti”  e affidati alle cure soprattutto di suore o imbarazzanti per le famiglie in  quanto frutto di relazioni adulterine, bambini  privi di cognome ai quali tuttavia, per ragioni anagrafiche, bisognava pur dargliene uno. Ma quale? Ce ne sono molti, di questi cognomi, e compaiono in quasi tutti i centri del Maceratese. Uno, in particolare, significa “illegittimo” e, risalendo a tempi passati, non va riferito in alcun modo alla condizione di  chi oggi lo porta. Ecco perché  preferisco non citarlo e lasciarlo nel “mare magnum” dei  1.500 che figurano nelle 235 pagine di Raparo. Vi piacerebbe saperlo? Munitevi del libro.



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