Ci mancava solo la farsa di una Macerata antigay!

L’impegno del Comune a battersi contro ogni legge a favore delle unioni omosex, il voto quasi notturno in un’aula quasi deserta, solo in dieci a rappresentare l’intera città
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

   Il Comune di Macerata “si oppone  a qualunque tentativo di introdurre nell’ordinamento giuridico disposizioni normative tali da alterare la struttura della famiglia e da violare i diritti di libertà di opinione e di credo religioso di tutti coloro che esprimono un giudizio critico nei confronti di orientamenti sessuali diversi da quello naturale tra un uomo e una donna”. Così stabilisce l’imperativo ordine del giorno di Giuliano Meschini (Idv) che sere fa è stato approvato dal consiglio comunale. Che dire? Prescindiamo dalla circostanza forse occasionale che proprio in quella settimana si ricordava in Italia la strage di innocenti perpetrata dal nazismo nei campi di sterminio dove persero la vita pure decine di migliaia di omosessuali, la cui unica colpa era di essere tali. Sì, prescindiamone. Ma sta di fatto che l’istituzione cui toccano l’onore e l’onere di rappresentare l’intera città  si è accollata l’obbligo sostanziale e formale di opporsi ad eventuali  leggi presentate in Parlamento. Opporsi in che modo? Assediando, occupando, sequestrando, riducendo le “aule sorde e grigie” di Montecitorio e Palazzo Madama a “bivacco per manipoli”, come tuonò Mussolini nel 1922? Lo ignoro e resto  in attesa di decreti attuativi.

L'ordine del giorno è stato presentato da Giuliano Meschini, consigliere comunale dell'Idv

L’ordine del giorno è stato presentato da Giuliano Meschini, consigliere comunale dell’Idv

Da varie parti si è reagito con sdegno a questo episodio, ed era da prevedere. Consentitemi  tuttavia di ridurlo, questo episodio, a un maldestro infortunio che per le modalità con le quali si è sviluppato e concluso va messo nel novero delle sceneggiate parapolitiche a sfondo farsesco. E pur condividendo quelle reazioni lasciatemi esprimere la speranza che dopo l’immediato sconcerto e in omaggio al motto “una risata lo seppellirà” si riesca a non parlarne più lasciandolo ammuffire in qualche cassetto o affidandolo alla raccolta differenziata dei rifiuti. Ne sottovaluto la gravità? Può darsi, visti i tempi rischiosi che la nostra democrazia sta passando. Ma non vorrei che la città in cui vivo e che amo fosse trascinata così in basso. Se farsa è stata, farsa rimanga. E quei pochi che l’hanno applaudita facciano un esame di coscienza e benché gli costi fatica se ne rendano conto.
Non ce l’ho, intendiamoci, con Giuliano Meschini, il quale, da cattolico integralista qual è, ha il diritto non soltanto di avere le proprie idee e non soltanto di esprimerle in pubblico ma anche, essendo consigliere comunale, di chiedere che l’assemblea della quale fa parte le voti e le approvi. Dove sta, allora, la farsa? Non già nell’impostazione ideologica del suo testo ma nella totale assurdità della frase “si oppone  a qualunque tentativo di introdurre nell’ordinamento giuridico italiano …”, che, lo ammettano anche i più irriducibili fra i cattolici militanti, è a tal punto paradossale da sconfinare, appunto, nel genere comico. Possibile che il presidente del  consiglio Romano Mari non abbia preventivamente suggerito a Meschini di modificarla o eliminarla senza con ciò venir meno allo spirito del suo documento? Saranno pure amici, Mari e Meschini, e avranno pure i medesimi sentimenti nei confronti dell’omosessualità, non ritenendola una inoffensiva inclinazione genetica ma un vizio immondo o una  grave malattia mentale o un’irresistibile e malefica tentazione per la pur stragrande maggioranza degli eterosessuali,  e tuttavia  da chi presiede un consesso elettivo ci si dovrebbe aspettare una più equilibrata consapevolezza del proprio ruolo. Possibile che ancor prima della presentazione in consiglio neanche altri fondamentalisti cattolici a conoscenza di quel testo vi abbiano rilevato la folle pretesa d’impegnare il Comune in una sorta di ribellismo antiparlamentare e anticostituzionale? Niente, l’ordine del giorno “Meschini” è rimasto tale e quale. E tale e quale, purtroppo, è stato approvato, per di più col voto di Romano Mari. Ecco dunque il primo passo verso la caduta nel ridicolo di una vicenda che sebbene opinabilissima nel merito avrebbe potuto e dovuto essere gestita con un minimo di serietà.
consiglio comunale gayMa di questi passi ce ne sono stati altri. Personalmente non mi sono mai entusiasmato ai proclami che al di là delle loro specifiche competenze i Comuni usano lanciare su temi di portata nazionale e internazionale (“Macerata città della Pace”, per esempio, e ricordo che Mario Sbriccoli, l’illustre e indimenticabile maestro del diritto, mi disse scherzando: “Va bene la Pace, ma perché escludere le Fosse?”). Nulla vieta però che un consiglio comunale prenda una posizione per così dire simbolica su argomenti che vanno ben oltre le proprie funzioni,  come i sistemi economici, la globalizzazione, il capitalismo, il socialismo e molti altri sui quali si confrontano diverse visioni del mondo, vale a dire diverse ideologie. E in Italia le unioni  omosex sono uno di questi, da una parte la “non negoziabilità” dei valori ultracattolici  sul matrimonio e sulla procreazione (ma quanto, ahimé, negoziati  sottobanco con gli “atei devoti” berlusconiani ai tempi del cardinale Ruini!) e dall’altra parte l’apertura laica alle evoluzioni del concetto di pari dignità fra gli esseri umani, compresi coloro che per predisposizione naturale s’innamorano gli uomini degli uomini e le donne delle donne, e aspirano a un riconoscimento giuridico della volontà di stringersi  in famiglie. Ma è proprio per l’importanza, l’ampiezza e la complessità di questo tema che un consiglio comunale dovrebbe  discuterne , se ha deciso di farlo, con la massima partecipazione e con la necessaria sensibilità intellettuale.
Massima partecipazione? Figuriamoci! Il dibattito sul testo “Meschini” è stato relegato alle nove di sera, quando i consiglieri presenti erano appena 17 su 40 e ne mancavano quindi 23, chissà se per preordinati calcoli di segrete stanze o, probabilmente, perché più interessati alla cena che ad affrontare elevate questioni di mente e di cuore. C’era il numero legale? Strano, ma c’era. Trattandosi di terza convocazione, infatti, quei  miseri 17 bastavano. Risultato?  Dieci a favore e sette contrari, come sarebbe normale – e neanche tanto – per affari di spicciola quotidianità tipo una buca da riempire in una via periferica, ma è assolutamente sbalorditivo  – farsa, farsa! – per temi di così alto livello etico e culturale.
Dopodiché, ciliegina sulla torta, la solita spaccatura all’interno del Pd, con ben quattro esponenti che hanno votato a favore, compreso quel  Luigi Carelli che per sua lunga milizia unisce la non negoziabile ideologia cattolica sul matrimonio a una ben negoziabile ideologia laica sull’urbanistica. Eppure il segretario nazionale del partito, Matteo Renzi, ha annunciato un programma legislativo che prevede il riconoscimento delle unioni omosex, e il segretario provinciale, Teresa Lambertucci, si è dissociata dal voto maceratese, e il segretario cittadino, Paolo Micozzi , l’ha definito “un voto sul nulla” in quanto estraneo alle competenze di un consiglio comunale.  Nonostante questo, però  l’ordine del giorno “Meschini” è passato  col determinante contributo del Pd  decretando un solenne impegno della città di Macerata (“Opporsi a qualunque tentativo di introdurre nell’ordinamento giuridico disposizioni normative…”) su un problema  – la tutela legale delle unioni omosex – che è già stato positivamente risolto nella cattolica Francia, nella cattolica Spagna, nel cattolico Portogallo e in tutti gli altri Paesi dell’Occidente, ad eccezione, non ancora, dell’Italia, della Grecia e, adesso, di questa nuova “nazione” che si chiama Macerata.
Da notare, infine, che fra i 10 sostenitori del testo “Meschini” c’è stato pure l’immaginifico poeta Guido Garufi (ex Idv), il quale ha detto: “L’ho votato, sì, ma per sfregio”. E non è farsa? Vero è che a volte il Consiglio comunale maceratese non brilla in perizia giuridica, in qualità espositiva e in coerenza all’interno dei suoi molteplici gruppi, ma alla farsa non c’era mai arrivato. Ecco perché nutro la forse utopistica speranza  che su questa storia cali presto il sipario di un pur tardivo soprassalto di civico orgoglio.



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